METTIAMO FINE ALL’IMPUNITA DEGLI STATI UNITI IN MATERIA DI TORTURE SESSUALI

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Dopo l’11 settembre il governo Bush ha reso sistematico il ricorso alla tortura. Questi metodi di interrogatorio sono stati utilizzati nella prigione cubana di Guantanamo Bay e in Iraq, ad Abu Ghraib. Un’inchiesta in corso farebbe pensare che la tortura sia stata usata anche nei black sites, le prigioni americane segrete sparse fuori dagli Stati Uniti, in diversi continenti (come quella di Kandahar, in Afghanistan) e in particolare in Europa.

È una cosa meno nota, ma gli Stati Uniti hanno anche praticato la tortura sessuale. Le vittime sono state sottoposte sistematicamente a umiliazioni, stupri e aggressioni sessuali, con metodi approvati dai livelli più alti del potere americano.

Questi metodi di tortura sono stati pensati e trasformati in un vero e proprio sistema. Un sistema attorno al quale gli Stati Uniti hanno costruito un muro giuridico di impunità che va contro ogni legge internazionale, a partire dalla Convenzione contro la tortura e dalla Convenzione di Ginevra, come dimostra la nostra inchiesta. (Internazionale)

Perciò, nonostante i molti tentativi, non c’è mai stato un vero processo per punire i responsabili di questi crimini.

#VIOLENZE E UMILIAZIONI SESSUALI COME STRUMENTO DI TORTURA
Se la simulazione dell’annegamento (waterboarding) è stata trattata dai mezzi di comunicazione come il simbolo della tortura americana, le aggressioni e le umiliazioni sessuali sono sempre rimaste in secondo piano. Stuprati, lavati con l’idropulitrice, scaraventati su una montagna di uomini nudi, con foto di donne nude spillate sul petto… le testimonianze della nostra inchiesta sono sconvolgenti.

“Eravamo in fila indiana. Ci hanno abbassato i pantaloni e ci hanno stuprati a turno. Non so cosa ci hanno infilato nel sedere, ma è stato estremamente violento. Mi ha dilaniato. Poi ci hanno lavati con l’idropulitrice e ci hanno scaraventati su una montagna di uomini nudi. Nel frattempo, ci scattavano di continuo delle fotografie” Altre testimonianze in cui si parla di perquisizioni rettali abusive, ripetute e violente confermano questo stato di cose.

Per gli specialisti, le violenze sessuali rappresentano il trauma psichico più violento e più duraturo per una vittima. Distruttive sul piano fisico così come su quello psicologico, rappresentano un vero e proprio atto di tortura. E la tortura non può essere prevista, quale che sia il contesto di emergenza vissuto da un paese, e questo per svariate ragioni. Innanzitutto perché la Convenzione contro la tortura ci ricorda che la sua messa al bando avviene nel quadro del rispetto universale dei diritti umani. Poi perché, contrariamente a una convinzione purtroppo molto diffusa, la tortura non è mai stata davvero efficace.


#NON SONO ATTI ISOLATI, MA UN VERO E PROPRIO SISTEMA
George W. Bush, Dick Cheney (vicepresidente), Donald Rumsfeld (ministro della difesa) e la consigliera per la sicurezza Condoleezza Rice hanno organizzato o avallato questo sistema di tortura.

Esperti, giuristi, medici, agenti dei servizi di intelligence e militari sono stati mobilitati nello specifico per concepire e mettere in pratica questa “arma sessuale”. I responsabili devono essere perseguiti per crimini di guerra e mancato rispetto della Convenzione di Ginevra.

È per questo che dobbiamo mobilitarci affinché venga finalmente istituita contro gli Stati Uniti una vera inchiesta internazionale, condotta dalla Corte penale internazionale (Cpi), e cessi l’impunità di cui hanno sempre beneficiato gli artefici della tortura “made in Usa”.

 
#IL NOSTRO IMPEGNO
Interrogato sulla possibilità di mettere l’ex amministrazione Bush e gli artefici della tortura davanti alle loro responsabilità, Barack Obama ha di recente risposto che “occorre guardare al futuro e non al passato”. È evidente che questo non può essere accettato.

Quanto a Donald Trump, nel 2015 proclamava che “la tortura funziona”, promettendo di riempire Guantanamo e di autorizzare le cose peggiori. Com’è ormai sua abitudine, dopo l'elezione il nuovo presidente americano ha fatto marcia indietro sulle sue dichiarazione, ma il dubbio resta. Queste affermazioni preoccupano anche le Ong che vedono i danni di questo discorso, interpretato come un via libera alla tortura. I prossimi mesi saranno cruciali.

In qualità di produttori e registi militanti, poiché crediamo che cambiare le mentalità e i sistemi che perpetuano l’impunità sia responsabilità di tutti noi e poiché fino a oggi il potere politico non si è mostrato in grado di riconoscere i gravi errori del passato, Nicolas, Stéphane e io (Marion) abbiamo deciso di lanciare il movimento Zero Impunity. Affinché questi crimini non restino impuniti, affinché non si ripetano più.

#SOSTENIAMO INSIEME LA CPI, LOTTIAMO CONTRO LE PRESSIONI DIPLOMATICHE E FACCIAMO SI CHE LA GIUSTIZIA POSSA AFFERMARSI
Alla Cpi un’indagine preliminare sui crimini legati al conflitto armato in Afghanistan chiama in causa le pratiche di tortura e di violenze sessuali che sarebbero state utilizzate dall’esercito americano. La procuratrice della Cpi Fatou Bensouda, nell’ultimo rapporto annuale sulle indagini preliminari della Corte, specifica che “membri dell’esercito americano e della Cia hanno fatto ricorso a metodi definibili come crimini di guerra, tortura, trattamenti crudeli, attentati alla dignità della persona e stupro”.

Sappiamo che la Cpi è sottoposta all’influenza e alla pressione diplomatica degli Stati. In passato numerose indagini preliminari e inchieste non si sono concluse. Oggi dobbiamo perciò mobilitarci affinché l’indagine preliminare sfoci in una vera e propria inchiesta, e poi, in un secondo momento, in un processo.

Il primo processo internazionale su questo argomento.



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