Leggiamo dichiarazioni piuttosto sconcertanti di una dirigente, su "metodi obsoleti" e insegnanti che dovrebbero stare fuori dalla scuola. Eccole:
Il pensiero più resistente, negativo e controproducente nella scuola è ancora:
abbiamo sempre fatto così, perciò va bene.
O ancora: noi siamo andati a scuola con sistemi tradizionali e abbiamo imparato bene, quindi perché cambiare?
Ma ve li immaginate un medico, un ingegnere, un meccanico, un geologo, un qualsiasi dirigente d’azienda o un qualsiasi professionista ragionare così?
L’effetto del loro lavoro sarebbe disastroso.
Nessuno si fiderebbe di loro.
Eppure, nella scuola questo atteggiamento non si schioda. E se solo una minoranza di docenti la pensa ancora così, fa comunque danni immensi.
Ignorare le evidenze della ricerca sui processi di apprendimento, le neuroscienze, l’efficacia di metodologie validate, l’importanza di un utilizzo corretto delle tecnologie, e ostinarsi a fare scuola con metodi ormai obsoleti, demotiva i ragazzi e non li fa apprendere [sic].
[...] non smetterò di lottare [...] perché dalla scuola stiano fuori docenti rimasti ai metodi di quarant’anni fa, che (forse) funzionavano con le corrispondenti generazioni [sic], ma non con i ragazzi di oggi.
Chiunque viva davvero la scuola e non abbia rinunciato a pensare sa invece che ogni fanatismo, compreso quello dell' "innovazione" (con il solito corteo di presunte "evidenze della ricerca sui processi di apprendimento", "neuroscienze", "metodi validati" ecc.: cfr. https://www.vocedellascuola.it/manifesto-nuova-scuola-neurodidattica/ ) rappresenta un enorme ostacolo per la relazione e per la didattica, che non prevede l'esistenza di mezzi e metodologie migliori in astratto ma si fonda sulla capacità di scegliere i mezzi più adatti a determinati fini e contenuti (https://nostrascuola.blog/2020/09/25/il-didattichese-e-i-disastri-della-metodofilia-tra-vuoto-e-conformismo/ ).
La "centralità delle metodologie" (e dei dirigenti) - non sempre disinteressata, visto il giro di affari nato attorno al PNRR - sottrae spazio alla singolarità e alla concretezza dell'esperienza scolastica e inibisce l'uso del pensiero, che a scuola è fondamentale sia dal punto di vista educativo che dal punto di vista culturale. Allo stesso modo il parallelismo con "un medico, un ingegnere, un meccanico, un geologo, un qualsiasi dirigente d’azienda..." è fuorviante, in quanto confonde la complessità del lavoro con persone in crescita, fondato sull'intersecarsi di dimensioni psicologiche, culturali, umane e relazionali, con la prevedibilità di oggetti su cui intervenire attraverso metodologie standardizzate, surrogati della parola e del dialogo.
Occorrerebbe tra l'altro evitare di far passare per "scienza", con i suoi metodi rigorosi e i suoi precisi limiti di applicazione, le mode e le convenienze del momento.
Fortunatamente c'è in corso anche una profonda riflessione, da parte di seri epistemologi e filosofi dell'educazione, sull'abuso e la strumentalizzazione della categoria della "scientificità" nel dibattito sulla scuola (cfr. https://m.youtube.com/watch?v=8dSx-5l9R1U
Gruppo La nostra scuola
Associazione Agorà 33