Petition updateLibertà per Julian Assange - Freedom for Julian AssangeCosì muore la democrazia
Free Assange WaveRoma, Italy
Dec 12, 2021

Ci sono date che segnano pietre miliari nella storia dell’umanità; molte di
queste ci sono note attraverso i libri di storia: il 14 luglio 1789 (la presa della
Bastiglia), il 12 ottobre 1492 (allorché Colombo sbarcò sulle coste di un nuovo
continente), il 7 ottobre 1571 (la battaglia di Lepanto), il 28 giugno 1914
(l’assassinio dell’arciduca Ferdinando a Sarajevo che costituì il casus belli del
primo conflitto mondiale).
Altre date, ugualmente importanti, non sono (ancora) nei libri di storia, ma le
conosciamo perché abbiamo la ventura di viverle.
Ho detto la ventura, la sorte, non la fortuna.
Perché in quello che è successo ieri, il 10 dicembre 2021, all’Alta Corte di
Londra non c’è nulla di fortunato o di felice. Se passerà alla storia, passerà
come la data di uno degli avvenimenti più inquietanti della nostra epoca, come
una decisione che ha segnato il destino dell’Occidente, mettendo fine ad una
grande e bella stagione iniziata con l’età dei Lumi che ci aveva visto scrollarci
di dosso le catene dell’oscurantismo culturale e dell’assolutismo politico. E’
stata una stagione che ci ha visto diventare sempre più liberi, conquistarci
diritti che gli uomini che vivevano in epoche precedenti non sognavano
neppure, sfidare l’autorità del potere in modi completamente nuovi,
rifondandone le basi e stabilendone con determinazione i limiti. Al di fuori di
questi limiti, si stendeva il territorio dei diritti dell’individuo: innati,
inalienabili, non negoziabili. Per nessuna ragione.
E a guardia di questo territorio, di questo tesoro politico che abbiamo
chiamato democrazia, avevamo messo dei guardiani: la divisione dei poteri, la
selezione dei governanti attraverso lo strumento delle elezioni, ma soprattutto
la stampa libera. A quest’ultima, soprattutto, era affidato il compito di tenere a
bada il potere, di frenarne l’impeto e la corsa verso un esercizio smodato,
arbitrario, dispotico. Ieri questo formidabile guardiano è stato ucciso.
Ma è stato ucciso in una modalità che ricorda la nietzschiana “morte di Dio”:
quasi nessuno o pochissimi se ne sono accorti. Il resto della folla continua a
parlare della stampa libera come se fosse viva e vegeta, come se mai fosse stata
così valorizzata e ben difesa come oggi e lo dimostra, casomai ce ne fosse
bisogno, l’assegnazione proprio ieri del Nobel per la Pace a 2 giornalisti.
E allora perché vado dicendo che è morta? Perché nello stesso giorno in cui
Dmitrij Muratov e Maria Ressa venivano insigniti del Nobel, nello stesso
giorno in cui il resto del mondo celebrava la Giornata Mondiale dei Diritti
Umani, nello stesso giorno in cui si concludeva il Summit sulla Democrazia
con solenni impegni da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali a
difendere i giornalisti perseguitati in Turchia, Egitto, Cina, Corea del Nord,
ecc…, l’Alta Corte di Giustizia a Londra concedeva l’estradizione di Julian Assange, dichiarandosi soddisfatta delle garanzie offerte dai diplomatici
americani.
Ai molti che guardano ignari il cadavere della libertà di stampa, non ancora
irrigidito e sfigurato dalla decomposizione, e che obiettano che Assange non è
un giornalista, occorre ricordare la definizione di giornalismo data, per
esempio, dall’American Press Institute: “Il giornalismo consiste nell’attività di
raccogliere, verificare, confezionare e presentare notizie e informazioni [...]
La storia rivela che, quanto più una società è democratica, tanto maggiore è
la mole di informazioni e notizie che tende ad avere” Sullo scopo del
giornalismo, sempre l’American Press Institute osserva che “Lo scopo del
giornalismo è fornire ai cittadini le informazioni di cui hanno bisogno per
prendere le migliori decisioni possibili sulle loro vite, le loro comunità, le loro
società e i loro governi”. In maniera più pungente Horacio Verbitsky scrive “il
giornalismo è dif ondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è
propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza
e, pertanto, essere molesto”.
Senza dubbio Assange ha rivelato qualcosa che il Pentagono, la CIA e molte
altre tra le più importanti agenzie del pianeta non volevano che fosse reso
noto; senza dubbio è stato molesto.
Dunque ha fatto giornalismo? Proviamo a rifletterci. Era nell’interesse del
popolo americano e di tutti gli stati alleati della NATO che avevano inviato le
loro truppe in Afghanistan e Iraq conoscere la verità sui conflitti? Era meglio
che gli elettori tedeschi, francesi, italiani ecc… fossero messi di fronte alla
cruda realtà una guerra insensata ed invischiata in un pantano di imboscate,
bombardamenti effettuati a casaccio che colpivano civili inermi (compresi
bambini sepolti sotto il crollo di una madrassa crivellata dalle bombe), ordigni
improvvisati, informazioni estorte con la tortura o che andassero avanti a
combattere convinti di riportare la libertà in un paese che dal 1979 è
martoriato da occupazioni e guerre, spendendo qualcosa come 8 miliardi di
euro (per limitarci alla sola Italia) per far precipitare l’Afghanistan nel caos e
restituirlo dopo 20 anni di conflitto a quegli stessi Talebani che eravamo
andati a combattere? Era meglio che l’opinione pubblica fosse messa al
corrente che la più grande democrazia occidentale aveva istituito qualcosa di
abominevole come Guantanamo e come Abu Ghraib (che non mi vergognerò
di definire come l’Auschwitz del XXI secolo, perché quello sono e solo un
malinteso senso del politically correct ci impedisce di riconoscerlo) dov’erano
finiti, senza garanzie legali e senza imputazioni, quasi 800 prigionieri tra cui
22 minori, o era meglio che tutto tacesse e che i torturatori potessero operare
tranquilli senza che il pubblico avesse sentore di quello che davvero significava una definizione apparentemente anodina e rassicurante come “interrogatori
potenziati”?
Se abbiamo optato per la prima risposta ad entrambe le domande, se crediamo
che esserne al corrente avrebbe potuto dare all’opinione pubblica l’opportunità
di fare pressione sui nostri governi per far finire tutto questo, allora Assange
ha fatto giornalismo. Ha fatto, anzi, dell’ottimo giornalismo, non diverso da
quello per cui Neil Sheehan che pubblicò i Pentagon Papers, ha vinto il
Pulitzer.
E, mentre 50 anni fa la sentenza che annullava l’ordinanza restrittiva firmata
dal Presidente Nixon per fermare la pubblicazione dei Pentagon Papers,
segnava una vittoria decisiva per la libertà di stampa sostenendo che “Soltanto
una stampa libera e senza limitazioni può svelare ef icacemente l'inganno nel
governo. E di primaria importanza tra le responsabilità di una stampa
libera è il dovere di impedire a qualsiasi parte del governo di ingannare le
persone e di inviarle all'estero in terre lontane, a morire sotto le bombe ed il
tiro nemico”, oggi quello stesso tipo di giornalismo viene equiparato a
spionaggio e la semplice richiesta, il possesso e la divulgazione di informazioni
- che altro non sono che le più comuni e diffuse pratiche giornalistiche-
assimilate ad un crimine (passibile di una condanna a ben 175 anni di carcere)
in uno spregio assoluto e diretto per l’articolo 19 della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo, il quale recita che “Ogni individuo ha diritto
di ricevere e dif ondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere”
Ma si obietterà che i governi hanno pur diritto di custodire dei segreti, sennò
ne sarebbe compromessa nientemeno che la sicurezza nazionale. Del resto è
proprio questo ciò di cui gli Stati Uniti lo accusano: “Assange e Wikileaks
hanno ripetutamente cercato, ottenuto e diramato informazioni che gli Stati
Uniti hanno secretato per via del serio rischio che una loro rivelazione poteva
infliggere alla sicurezza nazionale”
Certo, il primo dovere di qualunque governo (indipendentemente dalla forma
politica) è garantire l’incolumità dei suoi cittadini. Ma, in primo luogo, vorrei
richiamarmi ancora una volta alla sentenza del 1971 nel caso del New York
Times Co. v. United States, 403 U.S. 713 nella quale si afferma che “La
parola sicurezza è un concetto generale ampio e vago che non dovrebbe
essere invocato per abrogare la legge fondamentale contenuta nel Primo
Emendamento” e poi invitarvi a riflettere su cos’è davvero la sicurezza
nazionale.
Il concetto di sicurezza non pone particolari problemi; lo possiamo definire
come l’assenza o la protezione da qualsivoglia minaccia o rischio. Ma cosa vuol dire “nazionale”? Secondo l’Enciclopedia Treccani, la nazione è “il complesso
delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale
unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in
unità politica”. In questi termini il concetto di nazione è sostanzialmente affine
a quello di popolo che, sempre secondo la Treccani, si definisce come “il
complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua,
tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono
costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione,
indipendentemente dal fatto che l'unità e l'indipendenza politica siano state
realizzate”.
Dunque, per semplificare, la sicurezza nazionale è la sicurezza del popolo: del
popolo francese, del popolo italiano, americano, tedesco… Ciascuno Stato deve
tutelare la sicurezza del suo popolo; da Hobbes in poi questa è la ragion
d’essere fondamentale degli Stati, ragion d’essere che neppure i più accaniti
sostenitori del laissez faire in ambito politico hanno mai contestato.
E in che modo ignorare la verità sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e i
crimini che le truppe statunitensi stavano commettendo laggiù (come per
esempio quello immortalato dal video Collateral Murder) avrebbe protetto il
popolo americano (o quello tedesco, quello spagnolo, ecc)? Da cosa lo avrebbe
protetto? Perché è ovvio che il risentimento nelle popolazioni locali, così
duramente e crudelmente colpite da chi diceva di volerli liberare e regalare
loro la democrazia, stava crescendo, che gli americani sapessero cosa stava
veramente succedendo nei sobborghi di Baghdad o ne fossero beatamente
ignari perché ogni notizia era secretata. Secretata per loro, ma non per gli
iracheni e gli afghani, dal momento che tutto ciò si svolgeva sulla loro pelle.
E allora non è possibile che ciò che si voleva davvero proteggere non fosse la
nazione, ma le truppe che avevano commesso quei crimini, sia che le regole di
ingaggio lo permettessero sia che invece avessero agito in violazione di queste
ultime?
E se è così, allora non si tratta di sicurezza nazionale, di sicurezza del popolo,
ma di sicurezza dei criminali (perché, in base alla Convenzione di Ginevra,
quei soldati hanno commesso un crimine) e lo stato che li tutela non sta
proteggendo i propri cittadini, ma garantendo l’impunità agli aggressori a
discapito delle vittime e del loro diritto ad ottenere giustizia da un tribunale
internazionale.
Nel 1961 il processo al criminale nazista Eichmann ristabilì la responsabilità
individuale, negando che la mera esecuzione di ordini provenienti dall’alto
potesse avere una valenza assolutoria. Il male non poteva dissimularsi con la
scusa che “stava solo eseguendo degli ordini”. In questi 60 anni, il male da ingenuo e banale che era, per citare Hannah Arendt, si è fatto scaltro, astuto e
sfuggente. Ha capito che non deve cercare di scaricare il fardello delle
responsabilità balbettando che non era colpa sua, ma di chi quegli ordini li
aveva impartiti, ma travestirsi da preoccupazione per la sicurezza dei propri
cittadini, far passare l’offesa e l’aggressione per difesa. Insomma, per schivare
l’insidia su cui era caduto Eichmann, il male, abbandonata ogni banalità, si
traveste da bene.
E colpisce spietatamente chi gli strappa di dosso quel travestimento,
mostrando che sotto la maschera della sicurezza nazionale (con cui viene
giustificata la secretazione) c’è sempre lo stesso ripugnante disprezzo della
vita, della dignità e dei diritti umani, la stessa sete di guerra, la stessa
ambizione per un potere illimitato che nessun guardiano possa più arginare.
Questo è il senso dell’accusa contro Assange che altro non ha rivelato se non i
crimini e l’ipocrisia dell’Occidente e che oggi viene minacciato con 175 anni di
carcere, oltre agli 11 che ha già scontato. Per quanto ammantato di legalità, per
quanto condotto in un’aula di tribunale, l’incriminazione di Assange è un
delitto, un omicidio di cui la vittima non è soltanto lui, ma quel giornalismo e
quella libertà di informazione che sono i pilastri portanti della democrazia, nel
suo autentico significato di “potere del popolo”.
Se lasceremo che questo processo si compia, avremo perso; avremo sacrificato
quel tesoro che quasi 300 anni fa i nostri padri, vissuti nell’epoca dei Lumi, ci
avevano trasmesso come un’eredità da godere e da difendere. Se ci opporremo,
se sapremo tener testa ad un potere sempre più mostruoso ed efferato, ma
ancora formalmente vincolato dalle pastoie democratiche, se libereremo
Assange, allora avremo resuscitato al di là di tante vuote parole, la libertà di
stampa e solo allora saremo liberi anche noi.
Liberi di tenere sotto controllo i nostri governi e di fare scelte avvedute, che è
poi l’unica libertà degna di questo nome.
Serena Ferrario                                                      Italiani per Assange 

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