
In Italia la produzione di energia elettrica avviene utilizzando fonti non rinnovabili, fonti rinnovabili ed attraverso l'acquisto dall’estero. Dagli anni ’80, con l’avvio del programma di decarbonizzazione, il bisogno di energia elettrica è stato soddisfatto tentando di ricorrere ad altri metodi meno inquinanti. Esigenza che ha ricoperto maggiore rilievo nel nostro Paese dopo l’incidente di Černobyl'. Va tuttavia sottolineato che i maggiori esportatori di energia in Italia producono attraverso centrali nucleari.
L’Unione Europea, dinanzi al bisogno sempre crescente di energia e le varie tematiche sulla sicurezza, ha adottato una politica rivolta alla produzione attraverso fonti rinnovabili, come il progetto di ricerca sulla generazione termoelettrica da concentrazione solare. Tali progetti mirano a consentire di ricoprire il maggiore fabbisogno europeo senza dovere importare prodotti, come i combustibili fossili, da nazioni extraeuropee. Questo contribuirebbe alla diminuzione del costo dell’energia, avendo ripercussioni favorevoli sui prodotti europei a livello mondiale.
La lavorazione per generare elettricità, comporta conseguenze negative importanti per l’ambiente. Ad oggi le fonti non rinnovabili sono in Italia le più utilizzate per la combustione nelle centrali termoelettriche, una produzione che ha un’incidenza importante sull’inquinamento e la salute pubblica.
Queste fonti ricoprono ad oggi il 73 % della produzione totale di elettricità nazionale, rispondendo al 63 % del bisogno di energia lorda, dati che consentono di comprende quale rilevanza abbia l’impiego di combustibili nella produzione energetica. Le centrali termoelettriche vengono alimentate principalmente dal gas naturale, segue il carbone e i derivati del petrolio. I maggiori importatori di questi combustibili sono: per il gas naturale l’Algeria, la Libia e la Russia, mentre per il carbone sono gli Stati Uniti d’America, il Sud Africa, l’Australia, l’Indonesia e la Colombia.
È chiaro come il nostro Paese sia dipendente da questi paesi per una buona parte della propria produzione di energia elettrica, e seppure con il trascorrere del tempo le percentuali di utilizzo e bisogno del gas, carbone e derivati petroliferi siano molto cambiate, permane l’importazione ed il suo peso sul costo dell’elettricità.
L’Italia oggi è il terzo maggiore importatore di questo combustibile, una condizione che incide fortemente sui prezzi di acquisto del prodotto finito. Ma anche se questa classificazione potrebbe indurre a supporre che il gas naturale è prediletto per la produzione di energia, il nostro Paese è a livello europeo tra i maggiori dipendenti dal petrolio per l'erogazione di elettricità.
Tutto questo può essere ancora accettabile?
Nel nostro Paese le centrali a carbone sono otto.
- Gli impianti di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, e di Brescia. La prima ha due sezioni su quattro alimentate a carbone (165 e 171 Mw), la seconda un'unica sezione da 70 Mw.
- Fusina, in Veneto, composta da quattro unità da 320 Mw;
- La Spezia, con un'unica unità da 600 Mw;
- Torrevaldaliga Nord, in Lazio, operativa dal 2009: tre sezioni da 660 Mw riconvertite a carbone;
- Brindisi: quattro unità ciascuna da 660 Mw e in Sardegna il Grazia Deledda di Portoscuso, nel Sulcis, un tempo fondamentale per la filiera dell'alluminio tra Alcoa e Eurallumina e ora, con le fabbriche chiuse, attivo a singhiozzo.
- Sempre sull'Isola, ma di proprietà della Ep Produzione, un gruppo della Repubblica ceca arrivato dopo E.On ed Endesa, si trova l'impianto di Fiumesanto (Sassari), di fronte al golfo dell'Asinara, con due sezioni da 320 Mw.
L’Italia potrebbe rinunciare del tutto al carbone entro il 2025 senza investire in nuove infrastrutture a gas, puntando su energie rinnovabili, sistemi di accumulo e controllo della domanda.Questa, in sintesi, la posizione dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) spiegata in un breve studio su come uscire dalla fonte fossile più inquinante “in modo sicuro, giusto e sostenibile”.Si parla, infatti, di una transizione coal-to-clean, cioè dal carbone alle tecnologie pulite (che seguirebbe il piano presentato a fine novembre dal WWF), una sorta di exit strategy dalle fossili.
Tuttavia questa è ancora una visione del tutto sfocata nel panorama italiano. Legambiente di recente ha pubblicato un dossier sui costi e messo in evidenza come tra le promesse del governo gialloverde ci fosse il taglio dei contributi. «Nell’ultimo Piano energia e clima non è previsto nessun impegno e il tema viene trattato solo marginalmente», sottolinea l'associazione. «Per ora, il governo si è accontentato di aumentare timidamente i canoni di concessione per prospezione, ricerca ed estrazione di gas e petrolio». Il paradosso dei sussidi alle fonti fossili va oltre i confini nazionali: perché se tutti firmano per le chiusura, di fatto nel 2017 – secondo l'Agenzia internazionale dell'energia – sono stati spesi 300 miliardi di dollari, 30 milioni in più rispetto all'anno precedente.
Al carbone, fanalino di coda tra i beneficiari, son andati comunque 2 miliardi di euro.
E la la produzione da fonti rinnovabili?
ll fabbisogno di energia elettrica in Italia nel 2017 è stato di 320,5 TWh: +2% sul 2016. Ma con le perdite di rete (pari al 5,8% sul totale) i consumi elettrici nazionali si attestano a 301,9 TWh, con un incremento del 2,2% rispetto al 2016.
Oggi le fonti rinnovabili nazionali coprono il 18,1% del fabbisogno energetico totale, ossia consumi elettrici, termici e dei trasporti sommati assieme. Ottimo dato ma in calo di 0.2 punti percentuali rispetto al 2017.
Ma i dati più interessanti riguardano le performance nei singoli settori. Sul fronte fer elettriche l’Italia ha chiuso l’anno con oltre 1 GW potenza aggiuntiva rispetto al 2017, in gran parte merito dell’eolico. La capacità installata totale raggiunge così i 54,4 GW per una produzione annua di 114,7 TWh di energia elettrica e una copertura del 34,4% dei consumi elettrici. Cresce dunque la produzione delle fonti di energie rinnovabili elettriche ma il merito non è tutto delle nuove installazioni: buona parte degli 11 TWh generati in più sono frutto dell’idroelettrico, ripresosi dalla siccità che aveva colpito il settore nel 2017.
Sul fronte fonti di energie rinnovabili termiche, le prime stime 2018 indicano una flessione del 3% nei consumi, attribuibile al minor uso di bioenergie per effetto di un inverno meno rigido. Attualmente la quota verde nei consumi finali lordi è sotto il 20%. Rispetto ai trasporti, invece, le prime elaborazioni del GSE indicano per il 2018 un deciso aumento dell’immissione in consumo di biocarburanti (più 18% circa sul 2017). “Per quanto riguarda l’efficienza energetica – si legge nel rapporto – i risparmi cumulati del periodo 2014-2018 sono sufficientemente in linea con le previsioni, ma per raggiungere l’obiettivo al 2020 occorrerà un deciso incremento dei risparmi nel biennio 2019-2020, non essendo sufficiente uno scenario business as usual”.
E l'impatto della mobilità sostenibile?
Scopriamolo seguendo il link all'articolo sottostante..
vi chiediamo fortemente di firmare e condividere la nostra petizione, per far conoscere la nostra iniziativa. Questa porterà a visitare e far conoscere tutti i produttori virtuosi di energia che hanno fatto delle fonti rinnovabili il loro core e le iniziative che fanno del riuso, del riciclo, del sostenibile il loro mantra.