

La nota di Vittorio Melandri sul previsto intervento di società private per la realizzazione del nuovo ospedale di Piacenza
Quando Piacenza scopri di avere assoluta necessità di un nuovo ospedale, fra il 2015 e il 2016, ai cittadini distratti che non lo sapevano, fu la Regione Emilia Romagna a segnalare il bisogno.
Ricordo le discussioni con un caro amico che non c’è più, che si articolavano attorno alla fondamentale questione dei soldi, i 200 milioni che la Regione metteva improvvisamente sul piatto.
A me dubbioso, lui favorevole da subito, diceva...
"se non lo facciamo noi la Regione li da a qualche altra città".
Era per altro chiaro sin da allora, che quei soldi sarebbero tutt'al più bastati a far sorgere come un fungo un nuovo edificio chiamato ospedale, e che calarlo nel territorio in modo urbanisticamente coerente, e "cucinarlo", ovvero riempirlo innanzi tutto di "capitale umano" culturalmente e strumentalmente attrezzato, sarebbero stati problemi la cui soluzione si rimandava ad un non meglio precisato domani.
A distanza di dieci anni sulla problematica urbanistica la discussione è accesa più di prima. La scelta dell'area, decisa ma non condivisa, il vuoto nel cuore della città, lasciato dalla dismissione del vecchio, ancora tutto avvolto da nebbia fitta, con la speculazione fatalmente in agguato.
Senza soldi per pagare nuovi medici e infermieri, e con pochi soldi per pagare meglio quelli che ci sono, con nuova strumentazione che arriva in forma di ex voto da chi è stato curato, e dell'associazionismo caritatevole, delle pratiche su come riempire il nuovo edificio e farlo diventare, non solo chiamarlo, nuovo ospedale, ne parlerà la storia.
Nel frattempo però apprendo dalla prima pagina di Libertà che i soldi pubblici disponibili sono ad oggi 136 milioni, e che per arrivare al tetto occorre che il "buon cuore" dei privati, ce ne metta 160.
Insomma, anche da questa vicenda "regional-piacentina", emerge un'unica certezza al momento, il massacro del SSN continua, e la privatizzazione della sanità pubblica si fa inarrestabile.