"Habeas mentem, habeas faciem" Per una democrazia libera dalla manipolazione digitale


"Habeas mentem, habeas faciem" Per una democrazia libera dalla manipolazione digitale
Il problema
La democrazia non vive solo di voto. Vive di confronto pubblico tra idee e ragioni diverse, di accesso equo all’informazione, di fiducia reciproca e di riconoscimento della dignità di ogni persona.
Oggi, però, nello spazio digitale questo confronto è sempre più deformato. Le piattaforme non sono più semplici strumenti di comunicazione: sono diventate infrastrutture decisive della vita democratica. Attraverso sistemi di profilazione e algoritmi di raccomandazione, esse determinano cosa vediamo, cosa viene reso invisibile, quali contenuti vengono premiati e quali penalizzati.
In molti casi, questi meccanismi favoriscono ciò che genera attenzione immediata: indignazione, rabbia, conflitto, odio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cresce la polarizzazione, si indebolisce la fiducia, si deteriora la convivenza civile. La manipolazione non avviene solo attraverso la censura: avviene anche attraverso l’amplificazione selettiva, l’opacità, la distorsione sistematica del dibattito pubblico.
Un ecosistema digitale costruito per massimizzare il tempo di permanenza e la monetizzazione dell’attenzione mette a rischio principi fondamentali della nostra convivenza e della nostra Carta costituzionale, in particolare gli articoli 1, 2, 3 e 21: sovranità popolare, solidarietà, uguaglianza, libertà di espressione e dignità umana.
Per questo chiediamo un quadro di regole democratiche che non limiti la libertà di parola, ma garantisca trasparenza, responsabilità e controllo pubblico su infrastrutture private che oggi condizionano lo spazio pubblico.
Chiediamo in particolare:
- Trasparenza sugli algoritmi che determinano la visibilità e la diffusione dei contenuti, e sul funzionamento dei sistemi di raccomandazione.
- Responsabilità effettiva (cominciando dal riconoscimento del ruolo editoriale delle piattaforme) per chi progetta e gestisce sistemi che incentivano odio, illegalità e disinformazione, attraverso modelli di business fondati sull’amplificazione del conflitto.
- Accesso ai dati per la ricerca e controlli indipendenti, affinché sia possibile valutare con strumenti scientifici l’impatto delle piattaforme sul dibattito pubblico e sulla salute democratica.
- Protezione reale dei minori online, con standard verificabili e sanzioni proporzionate in caso di inadempienza.
- Identità riconoscibile nelle discussioni pubbliche digitali, per ridurre l’impunità e contrastare l’uso dell’anonimato come strumento di intimidazione, manipolazione e aggressione sistematica.
- Chatbot e sistemi di intelligenza artificiale chiaramente identificabili, per impedire che interazioni artificiali si confondano con il confronto tra cittadini.
- Regole antitrust efficaci, per contrastare monopoli e concentrazioni di potere che riducono pluralismo, concorrenza e libertà di scelta.
- Educazione al digitale dei minori e degli adulti, per sviluppare e aumentare le capacità individuali e comunitarie di uso efficace ed emancipativo del digitale, integrandolo nella vita e nel lavoro, senza subirne gli effetti di minorizzazione e riduzione delle libertà.
Nel 1679, con l'Habeas Corpus Act, un principio che affonda le sue radici nella Magna Charta del 1215, nasce lo Stato di diritto. Il principio afferma che nessuno può essere privato della libertà personale senza una base legale e senza un controllo immediato di un giudice. In questo senso rappresenta una delle garanzie fondamentali contro l’arbitrio del potere esecutivo e uno dei pilastri delle democrazie costituzionali moderne. E’ arrivato oggi il momento, nell’era delle piattaforme digitali, di affiancare a questo principio quello dell’habeas mentem e dell’habeas facies.
Le piattaforme vogliono trasformarci in fegato e bile, noi crediamo alla sovranità delle nostre menti e dei nostri cuori e alla bellezza dei nostri volti.
Dobbiamo essere noi, società civile a decidere lo spartito e la musica da suonare.
La libertà non è solo poter parlare.
È poter discutere senza essere manipolati.
(I primi firmatari: Leonardo Becchetti, Marco Bentivogli, Carla Collicelli, Enrico Giovannini, Elena Granata, Luca Jahier, Mauro Magatti, Alfredo Marra, Ugo Morelli, Vittorio Pelligra, Ermete Realacci, Alessandro Rosina, Roberto Rossini, Paolo Venturi, Giorgio Vittadini)
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Il problema
La democrazia non vive solo di voto. Vive di confronto pubblico tra idee e ragioni diverse, di accesso equo all’informazione, di fiducia reciproca e di riconoscimento della dignità di ogni persona.
Oggi, però, nello spazio digitale questo confronto è sempre più deformato. Le piattaforme non sono più semplici strumenti di comunicazione: sono diventate infrastrutture decisive della vita democratica. Attraverso sistemi di profilazione e algoritmi di raccomandazione, esse determinano cosa vediamo, cosa viene reso invisibile, quali contenuti vengono premiati e quali penalizzati.
In molti casi, questi meccanismi favoriscono ciò che genera attenzione immediata: indignazione, rabbia, conflitto, odio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cresce la polarizzazione, si indebolisce la fiducia, si deteriora la convivenza civile. La manipolazione non avviene solo attraverso la censura: avviene anche attraverso l’amplificazione selettiva, l’opacità, la distorsione sistematica del dibattito pubblico.
Un ecosistema digitale costruito per massimizzare il tempo di permanenza e la monetizzazione dell’attenzione mette a rischio principi fondamentali della nostra convivenza e della nostra Carta costituzionale, in particolare gli articoli 1, 2, 3 e 21: sovranità popolare, solidarietà, uguaglianza, libertà di espressione e dignità umana.
Per questo chiediamo un quadro di regole democratiche che non limiti la libertà di parola, ma garantisca trasparenza, responsabilità e controllo pubblico su infrastrutture private che oggi condizionano lo spazio pubblico.
Chiediamo in particolare:
- Trasparenza sugli algoritmi che determinano la visibilità e la diffusione dei contenuti, e sul funzionamento dei sistemi di raccomandazione.
- Responsabilità effettiva (cominciando dal riconoscimento del ruolo editoriale delle piattaforme) per chi progetta e gestisce sistemi che incentivano odio, illegalità e disinformazione, attraverso modelli di business fondati sull’amplificazione del conflitto.
- Accesso ai dati per la ricerca e controlli indipendenti, affinché sia possibile valutare con strumenti scientifici l’impatto delle piattaforme sul dibattito pubblico e sulla salute democratica.
- Protezione reale dei minori online, con standard verificabili e sanzioni proporzionate in caso di inadempienza.
- Identità riconoscibile nelle discussioni pubbliche digitali, per ridurre l’impunità e contrastare l’uso dell’anonimato come strumento di intimidazione, manipolazione e aggressione sistematica.
- Chatbot e sistemi di intelligenza artificiale chiaramente identificabili, per impedire che interazioni artificiali si confondano con il confronto tra cittadini.
- Regole antitrust efficaci, per contrastare monopoli e concentrazioni di potere che riducono pluralismo, concorrenza e libertà di scelta.
- Educazione al digitale dei minori e degli adulti, per sviluppare e aumentare le capacità individuali e comunitarie di uso efficace ed emancipativo del digitale, integrandolo nella vita e nel lavoro, senza subirne gli effetti di minorizzazione e riduzione delle libertà.
Nel 1679, con l'Habeas Corpus Act, un principio che affonda le sue radici nella Magna Charta del 1215, nasce lo Stato di diritto. Il principio afferma che nessuno può essere privato della libertà personale senza una base legale e senza un controllo immediato di un giudice. In questo senso rappresenta una delle garanzie fondamentali contro l’arbitrio del potere esecutivo e uno dei pilastri delle democrazie costituzionali moderne. E’ arrivato oggi il momento, nell’era delle piattaforme digitali, di affiancare a questo principio quello dell’habeas mentem e dell’habeas facies.
Le piattaforme vogliono trasformarci in fegato e bile, noi crediamo alla sovranità delle nostre menti e dei nostri cuori e alla bellezza dei nostri volti.
Dobbiamo essere noi, società civile a decidere lo spartito e la musica da suonare.
La libertà non è solo poter parlare.
È poter discutere senza essere manipolati.
(I primi firmatari: Leonardo Becchetti, Marco Bentivogli, Carla Collicelli, Enrico Giovannini, Elena Granata, Luca Jahier, Mauro Magatti, Alfredo Marra, Ugo Morelli, Vittorio Pelligra, Ermete Realacci, Alessandro Rosina, Roberto Rossini, Paolo Venturi, Giorgio Vittadini)
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Petizione creata in data 6 marzo 2026