Giù le mani dalle varietà locali!


Giù le mani dalle varietà locali!
Il problema
Firmate questa petizione per sostenere l'integrità del patrimonio agricolo!
Di recente, un progetto finanziato dalla Regione Piemonte con ingenti fondi pubblici, ha avuto come oggetto la valorizzazione di mais piemontese, realizzando un top cross, un mais ottenuto dall’incrocio della varietà locale Pignoletto Rosso con una Linea Pura (moderna): “un ibrido F1 diverso dal Pignoletto originale” per forma e colore della pannocchia, una varietà che costringe i coltivatori a dipendere dalla ditta sementiera. Invece di dargli un nome di fantasia, questa nuova varietà è stata registrata con il nome “Pignoletto” seguito da quello della Ditta proprietaria.
Se l’operazione dal punto di vista legale è legittima (la complessa normativa europea sulle denominazioni varietali lascia infatti parecchie porte aperte) appare molto più dubbia sul piano etico e sociale.
La farina e i prodotti derivati da questo nuovo Pignoletto, infatti, vengono commercializzati con etichette che non permettono ai consumatori di distinguere facilmente l’ibrido da quella originale.
Una etichettatura di prodotti derivati da nuove varietà in cui si richiamano nomi della tradizione rurale non solo trae in inganno i consumatori ma fa competizione sleale con quegli agricoltori che coltivano e conservano le varietà locali.
La valorizzazione del patrimonio di diversità agricola e alimentare, deve essere fatta in maniera partecipata con gli attori che la conservano e coltivano, con pratiche di miglioramento genetico appropriate, il cui obiettivo è il mantenimento delle diversità e il libero scambio delle sementi.
Premesso che non siamo ostili al progresso e alla ricerca in campo agricolo e alimentare, che possono aprire nuove strade, chiediamo:
- che il regolamento europeo sulle sementi, attualmente in discussione a Bruxelles, impedisca l’uso dei nomi delle varietà locali per la registrazione di varietà nuove;
- alle autorità competenti di impedire la messa in commercio dei prodotti derivati da nuove varietà che riportano in etichetta nomi delle varietà da conservazione da cui derivano ma da cui differiscono in modo sostanziale.
Invitiamo, quindi, tutti coloro che apprezzano la qualità autentica del mais tradizionale: unitevi alla nostra causa per proteggere le preziose varietà da un’etichettatura che, sia pure legale nella forma, risulta ingannevole nei fatti.
L'associazione Antichi Mais Piemontesi
L'associazione è formata da piccole aziende agricole familiari, si dedica alla valorizzazione e conservazione delle varietà tradizionali di mais coltivate in Piemonte. Da questi pregiati mais locali, si ottengono farine da polenta, paste di meliga e gallette di qualità superiore.
Un pò di contesto di approfondimento:
Il mais Pignoletto rosso, tradizionalmente coltivato nel Canavese a nord di Torino, fa parte delle 7 varietà locali a libera impollinazione (Ottofile Rosso, Giallo e Bianco; Pignoletto Rosso e Giallo; Ostenga; Nostrano dell’Isola) ancora presenti in Piemonte, iscritte al Catalogo delle Varietà da Conservazione dal 2004. I mais a libera impollinazione hanno la caratteristica che si possono riseminare. Scegliendo le pannocchie migliori per la semina dell’anno successivo, storicamente le famiglie rurali da una parte miglioravano un prodotto che le rendeva autonome nella produzione di cibo e dall’altra selezionavano i semi delle piante più adatte al luogo e ai cambiamenti climatici e dunque più resilienti in quanto dotate di un'ampia diversità genetica.
La biodiversità agraria
Le varietà locali proprio per questa loro caratteristica producono con minori input esterni (come acqua e fertilizzanti) e sono più resistenti agli attacchi dei parassiti. Nell’ambito delle specie alimentari principali si è verificata nell’ultimo secolo una perdita gravissima di diversità genetica: centinaia di migliaia di varietà di piante e razze animali, presenti per generazioni nei campi degli agricoltori, sono state sostituite da un piccolo numero di varietà commerciali moderne fortemente uniformi. Per fare fronte a questo impoverimento è stato stipulato il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione negoziato in seno alla FAO) giuridicamente vincolanti per gli Stati e, in Italia, è stata approvata la legge 194 del 2015, per la tutela e la valorizzazione delle varietà locali. Il modo migliore di conservare la biodiversità delle piante coltivate o animali allevati, è utilizzarli. Infatti, a differenza di quanto avviene con le specie selvatiche, la causa principale della perdita delle risorse genetiche per il cibo e l’agricoltura è la sotto-utilizzazione, più che uno sfruttamento eccessivo.
La conservazione della biodiversità può essere efficace solo se crescono in misura sostanziale la coscienza politica e l’attenzione pubblica. La conservazione della biodiversità richiede lo sviluppo di governance consapevoli a livello globale, nazionale e locale. I produttori devono essere incoraggiati a promuovere l’agrobiodiversità e la diversità culturale, anche per mezzo della coltivazione di colture minori e di varietà locali, e non certo ostacolati.
Nei paesi del Sud del mondo i saperi tradizionali detenuti dalle comunità rurali o indigene sono parte integrante dei percorsi di ricerca partecipata sulle risorse genetiche locali. La biopirateria è l'appropriazione non autorizzata della conoscenza e delle risorse genetiche dell'agricoltura e delle comunità indigene da parte di privati o istituzioni che cercano il controllo monopolistico attraverso brevetti o proprietà intellettuale. Se le risorse biologiche e le conoscenze tradizionali vengono sottratte a gruppi indigeni o minori, la commercializzazione delle loro risorse naturali può danneggiare le comunità. Ciò è chiaramente sancito nella normativa internazionale vigente.
Nei paese sviluppati la questione è più insidiosa. Negli anni i vari progetti che mirano alla loro valorizzazione” (termine quanto mai ambiguo) hanno avuto come obiettivo la produzione di ibridi. La ricerca quindi è partita da popolazioni o varietà a impollinazione aperta per arrivare a produrre “F1” (ibridi) considerati più produttivi e performanti. Purtroppo questa pratica già di per sè discutibile è spesso accompagnata dal mantenimento del nome tradizionale della varietà, con la semplice aggiunta di un suffisso per differenziarla. Si tratta di una nuova forma di bio-pirateria culturale.
L’ultimo episodio è avvenuto in Piemonte, dove la ricerca pubblica ha prodotto un nuovo ibrido a partire dal mais Pignoletto rosso del Canavese.
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Il problema
Firmate questa petizione per sostenere l'integrità del patrimonio agricolo!
Di recente, un progetto finanziato dalla Regione Piemonte con ingenti fondi pubblici, ha avuto come oggetto la valorizzazione di mais piemontese, realizzando un top cross, un mais ottenuto dall’incrocio della varietà locale Pignoletto Rosso con una Linea Pura (moderna): “un ibrido F1 diverso dal Pignoletto originale” per forma e colore della pannocchia, una varietà che costringe i coltivatori a dipendere dalla ditta sementiera. Invece di dargli un nome di fantasia, questa nuova varietà è stata registrata con il nome “Pignoletto” seguito da quello della Ditta proprietaria.
Se l’operazione dal punto di vista legale è legittima (la complessa normativa europea sulle denominazioni varietali lascia infatti parecchie porte aperte) appare molto più dubbia sul piano etico e sociale.
La farina e i prodotti derivati da questo nuovo Pignoletto, infatti, vengono commercializzati con etichette che non permettono ai consumatori di distinguere facilmente l’ibrido da quella originale.
Una etichettatura di prodotti derivati da nuove varietà in cui si richiamano nomi della tradizione rurale non solo trae in inganno i consumatori ma fa competizione sleale con quegli agricoltori che coltivano e conservano le varietà locali.
La valorizzazione del patrimonio di diversità agricola e alimentare, deve essere fatta in maniera partecipata con gli attori che la conservano e coltivano, con pratiche di miglioramento genetico appropriate, il cui obiettivo è il mantenimento delle diversità e il libero scambio delle sementi.
Premesso che non siamo ostili al progresso e alla ricerca in campo agricolo e alimentare, che possono aprire nuove strade, chiediamo:
- che il regolamento europeo sulle sementi, attualmente in discussione a Bruxelles, impedisca l’uso dei nomi delle varietà locali per la registrazione di varietà nuove;
- alle autorità competenti di impedire la messa in commercio dei prodotti derivati da nuove varietà che riportano in etichetta nomi delle varietà da conservazione da cui derivano ma da cui differiscono in modo sostanziale.
Invitiamo, quindi, tutti coloro che apprezzano la qualità autentica del mais tradizionale: unitevi alla nostra causa per proteggere le preziose varietà da un’etichettatura che, sia pure legale nella forma, risulta ingannevole nei fatti.
L'associazione Antichi Mais Piemontesi
L'associazione è formata da piccole aziende agricole familiari, si dedica alla valorizzazione e conservazione delle varietà tradizionali di mais coltivate in Piemonte. Da questi pregiati mais locali, si ottengono farine da polenta, paste di meliga e gallette di qualità superiore.
Un pò di contesto di approfondimento:
Il mais Pignoletto rosso, tradizionalmente coltivato nel Canavese a nord di Torino, fa parte delle 7 varietà locali a libera impollinazione (Ottofile Rosso, Giallo e Bianco; Pignoletto Rosso e Giallo; Ostenga; Nostrano dell’Isola) ancora presenti in Piemonte, iscritte al Catalogo delle Varietà da Conservazione dal 2004. I mais a libera impollinazione hanno la caratteristica che si possono riseminare. Scegliendo le pannocchie migliori per la semina dell’anno successivo, storicamente le famiglie rurali da una parte miglioravano un prodotto che le rendeva autonome nella produzione di cibo e dall’altra selezionavano i semi delle piante più adatte al luogo e ai cambiamenti climatici e dunque più resilienti in quanto dotate di un'ampia diversità genetica.
La biodiversità agraria
Le varietà locali proprio per questa loro caratteristica producono con minori input esterni (come acqua e fertilizzanti) e sono più resistenti agli attacchi dei parassiti. Nell’ambito delle specie alimentari principali si è verificata nell’ultimo secolo una perdita gravissima di diversità genetica: centinaia di migliaia di varietà di piante e razze animali, presenti per generazioni nei campi degli agricoltori, sono state sostituite da un piccolo numero di varietà commerciali moderne fortemente uniformi. Per fare fronte a questo impoverimento è stato stipulato il Trattato Internazionale sulle Risorse Genetiche Vegetali per l’Agricoltura e l’Alimentazione negoziato in seno alla FAO) giuridicamente vincolanti per gli Stati e, in Italia, è stata approvata la legge 194 del 2015, per la tutela e la valorizzazione delle varietà locali. Il modo migliore di conservare la biodiversità delle piante coltivate o animali allevati, è utilizzarli. Infatti, a differenza di quanto avviene con le specie selvatiche, la causa principale della perdita delle risorse genetiche per il cibo e l’agricoltura è la sotto-utilizzazione, più che uno sfruttamento eccessivo.
La conservazione della biodiversità può essere efficace solo se crescono in misura sostanziale la coscienza politica e l’attenzione pubblica. La conservazione della biodiversità richiede lo sviluppo di governance consapevoli a livello globale, nazionale e locale. I produttori devono essere incoraggiati a promuovere l’agrobiodiversità e la diversità culturale, anche per mezzo della coltivazione di colture minori e di varietà locali, e non certo ostacolati.
Nei paesi del Sud del mondo i saperi tradizionali detenuti dalle comunità rurali o indigene sono parte integrante dei percorsi di ricerca partecipata sulle risorse genetiche locali. La biopirateria è l'appropriazione non autorizzata della conoscenza e delle risorse genetiche dell'agricoltura e delle comunità indigene da parte di privati o istituzioni che cercano il controllo monopolistico attraverso brevetti o proprietà intellettuale. Se le risorse biologiche e le conoscenze tradizionali vengono sottratte a gruppi indigeni o minori, la commercializzazione delle loro risorse naturali può danneggiare le comunità. Ciò è chiaramente sancito nella normativa internazionale vigente.
Nei paese sviluppati la questione è più insidiosa. Negli anni i vari progetti che mirano alla loro valorizzazione” (termine quanto mai ambiguo) hanno avuto come obiettivo la produzione di ibridi. La ricerca quindi è partita da popolazioni o varietà a impollinazione aperta per arrivare a produrre “F1” (ibridi) considerati più produttivi e performanti. Purtroppo questa pratica già di per sè discutibile è spesso accompagnata dal mantenimento del nome tradizionale della varietà, con la semplice aggiunta di un suffisso per differenziarla. Si tratta di una nuova forma di bio-pirateria culturale.
L’ultimo episodio è avvenuto in Piemonte, dove la ricerca pubblica ha prodotto un nuovo ibrido a partire dal mais Pignoletto rosso del Canavese.
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Petizione creata in data 30 maggio 2024