GIÙ LE MANI DALL’INFORMAGIOVANI! Il sindaco di Roma non chiuda il servizio in presenza!

GIÙ LE MANI DALL’INFORMAGIOVANI! Il sindaco di Roma non chiuda il servizio in presenza!

Firmatari recenti
Bianca Barile e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Il Comune di Roma ha deciso di smantellare lo storico servizio Informagiovani, l’unico presidio pubblico e relazionale rimasto nella Capitale per aiutare i ragazzi a orientarsi nel presente e nel futuro. Non è un semplice taglio di bilancio: è la rinuncia politica a prendersi cura delle nuove generazioni.

Rimarrà solo un sito web e delle pagine social e verrà cancellata l’attività di orientamento e la relazione umana con orientatori esperti.

In un periodo storico e culturale in cui la comunità scientifica e anche la politica sono concordi nel riconoscere il problema dell’isolamento digitale dei giovani, con tutte le conseguenze psicologiche che ne derivano, i giovani romani si ritroveranno soli, ad interfacciarsi con un device!

 

Ecco perché dobbiamo dire NO:

 

1. Il senso profondo del servizio pubblico: servire il Bene Comune.


Dobbiamo rimettere le parole al loro posto. Esiste un significato etimologico profondo che le istituzioni sembrano aver dimenticato: un Servizio è tale perché si pone al servizio della cittadinanza e del bene comune. Non esiste per generare profitto economico, ma per garantire diritti costituzionali e benessere sociale. Un servizio pubblico di orientamento è un’infrastruttura democratica che serve anche a livellare le disuguaglianze, a dare, a chi ha meno, le stesse opportunità di chi ha di più. Ridurlo a una voce di costo (peraltro esigua) da tagliare significa tradire il mandato etico e civile della Pubblica Amministrazione.


2. L’orientamento non è più quello di una volta: da sportello informativo a “cura del domani”.


In passato l’orientamento era concepito come una funzione prettamente informativa: distribuzione di brochure, elenchi di corsi, test attitudinali per incasellare il giovane in una griglia di mercato, prescindendo da talento e aspirazioni. Oggi il mondo è cambiato: è diventato precario, fluido e iper-complesso. L’orientamento moderno ha il dovere di non essere più quello di una volta (cit. letteratura scientifica, S. Soresi): deve trasformarsi in “cura del futuro”. Orientare, oggi, significa attivare riflessività, promuovere l’equità sociale e aiutare i ragazzi a fare scelte di valore per trovare una strada che dia senso alla loro vita e che contribuisca al progresso della società. E l’Informagiovani di Roma pratica questo paradigma già da anni.

Cancellare questo servizio significa abbandonare i giovani alle logiche spietate del mercato o alla

solitudine digitale delle piattaforme standardizzate.


3. Più fragilità, più richiesta di senso: l’orientamento è scelta di vita e cittadinanza, oltre le logiche aziendali.


Le nuove generazioni manifestano oggi una fragilità emotiva ed esistenziale senza precedenti, acutizzata dall’incertezza del tempo presente. Eppure, dietro questa fragilità non c’è passività, ma una potente richiesta di significato e di valore: i giovani non cercano semplicemente un lavoro qualsiasi per sopravvivere, ma vogliono capire come realizzarsi come persone e cittadini compiendo in modo consapevole le scelte che riguardano il loro futuro.

Per questo motivo, l’orientamento pubblico non può ridursi a un ufficio informativo, a un mero sportello per trovare informazioni o a un luogo di profilazione degli utenti. Non serve a catalogare i ragazzi, ma ad aiutarli a trovare il proprio posto nel mondo: non è solo orientamento al lavoro o alla formazione, è orientamento alla vita, alla consapevolezza di sé e alla cittadinanza.

Per elaborare la fragilità e trasformarla in progettualità servono tempo, ascolto protetto e una profonda relazione umana. Altrimenti si riduce tutto alla pura logica utilitaristica, come propone a livello nazionale la riforma Valditara degli istituti tecnici, tesa a sfornare precocemente capitale umano addestrato per le imprese.

Un algoritmo online, un’agenzia interinale o un ufficio burocratico non offriranno mai questa bussola etica; serve un servizio pubblico, gratuito, strutturato e slegato dalle pressioni del profi tto privato.

E tutto questo è ancora più drammatico per quei ragazzi che vivono una fragilità al quadrato: giovani con disabilità, figli di immigrati di prima o seconda generazione, ragazzi che provengono da famiglie in condizioni di povertà o marginalità sociale ed economica. Per questi soggetti, le barriere del mondo esterno sono già altissime e la fragilità rischia di trasformarsi in esclusione definitiva.

 

4. Non solo saloni mercato: l’Informagiovani come bussola pubblica.


Mentre si cancella l’Informagiovani, in città proliferano i grandi saloni privati dell’orientamento: eventi e fiere che hanno come unico scopo reale quello di vendere percorsi formativi. In questi spazi, che ospitano quasi esclusivamente soggetti privati, manca totalmente un disegno di sistema formativo: gli studenti vengono bombardati da offerte di marketing aggressivo senza alcuno strumento critico per decodificarle. L’Informagiovani di Roma, negli eventi progettati e realizzati dagli orientatori e dedicati agli studenti delle scuole (Help, ho finito le medie, Open ITS), ha sempre fatto il contrario: ha fornito una cornice orientativa etica e pubblica, aiutando gli studenti a esplorare la complessità dell’offerta e a comprenderne le differenze. Soprattutto, il servizio pubblico ha garantito un passaggio fondamentale: rimandare i ragazzi ai colloqui individuali post-evento per rielaborare quelle informazioni, inserendole nel proprio progetto di vita consapevole.


5. Un Servizio promosso da chi ci lavora e l’illusione dei grandi numeri.

 


Se l’Informagiovani è rimasto un punto di riferimento per anni, lo si deve principalmente alla qualità del lavoro delle risorse professionali assegnate; attraverso le attività che hanno ideato e realizzato, oltre che alla qualità delle azioni orientative, hanno contribuito ad un passaparola crescente. Da parte dei livelli decisionali, si è percepito un totale disinteresse: il servizio è stato letteralmente lasciato lì, abbandonato a se stesso, senza che l’Amministrazione si sia mai fatta carico di una campagna di comunicazione  istituzionale adeguata a farlo conoscere alla città.

Gli orientatori, che hanno sempre creduto nella mission e nelle potenzialità del Servizio, hanno cercato costantemente di proporre e portare innovazione (dalla richiesta continua di aprire pagine social più vicine ai giovani, che ha portato ad attivare Instagram solo in tempi recenti, alle proposte di organizzare incontri e talk con testimoni del mondo e della cultura del lavoro reali, ecc.). Tutto è stato sistematicamente molto faticoso, se non addirittura bloccato o bocciato da chi oggi giustifica la chiusura anche strumentalizzando i dati di affluenza. È l’errore tipico di chi ragiona solo con la logica digitale dei clic e dei follower. La cura delle fragilità richiede tempo e percorsi individuali. Un colloquio che cambia la vita di un ragazzo vale più di diecimila like su uno schermo.


6. Identità del Servizio.

 

Nel 2015 l’Informagiovani di Roma Capitale è passato da una precedente organizzazione in piccole unità distribuite su vari territori, ad un’unica sede collocata al centro della città, all’interno del Mattatoio di Testaccio. L’aggregazione in un unico polo ne ha rafforzato l’identità rendendola maggiormente riconoscibile, integrando, inoltre, le professionalità e le competenze coinvolte. Ciò ha contribuito a dare impulso ad una sempre nuova progettualità e allo sviluppo di molteplici attività che oggi il Servizio offre avvalendosi di una fitta rete di collaborazioni e di partnership.

 

7. Undici orientatori assegnati, da un giorno all’altro, alle attività nelle biblioteche.

 

La beffa finale fotografa l’assurdità organizzativa e umana di questa decisione. Gli undici orientatori del servizio, dipendenti dell’Azienda in house “Zètema Progetto Cultura” che gestisce il Servizio, verranno trasferiti, dal 1° giugno e senza nessun confronto sindacale, nelle biblioteche comunali per svolgere un lavoro che non è il loro. Parliamo di esperti e professionisti formatisi per accogliere, ascoltare e facilitare la progettualità dei giovani, inseriti in un settore dove operano altri colleghi con una differente e ben definita professionalità. Dunque, un mancato riconoscimento di entrambe le professionalità. Considerando, inoltre, che esiste ancora una graduatoria aperta, presso Zètema, di personale qualificato per le biblioteche, una lista d’attesa in cui compaiono probabilmente molti di quei giovani che gli stessi orientatori hanno ascoltato e guidato nel corso degli anni.

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Germano MontiPromotore della petizione

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Bianca Barile e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

Il Comune di Roma ha deciso di smantellare lo storico servizio Informagiovani, l’unico presidio pubblico e relazionale rimasto nella Capitale per aiutare i ragazzi a orientarsi nel presente e nel futuro. Non è un semplice taglio di bilancio: è la rinuncia politica a prendersi cura delle nuove generazioni.

Rimarrà solo un sito web e delle pagine social e verrà cancellata l’attività di orientamento e la relazione umana con orientatori esperti.

In un periodo storico e culturale in cui la comunità scientifica e anche la politica sono concordi nel riconoscere il problema dell’isolamento digitale dei giovani, con tutte le conseguenze psicologiche che ne derivano, i giovani romani si ritroveranno soli, ad interfacciarsi con un device!

 

Ecco perché dobbiamo dire NO:

 

1. Il senso profondo del servizio pubblico: servire il Bene Comune.


Dobbiamo rimettere le parole al loro posto. Esiste un significato etimologico profondo che le istituzioni sembrano aver dimenticato: un Servizio è tale perché si pone al servizio della cittadinanza e del bene comune. Non esiste per generare profitto economico, ma per garantire diritti costituzionali e benessere sociale. Un servizio pubblico di orientamento è un’infrastruttura democratica che serve anche a livellare le disuguaglianze, a dare, a chi ha meno, le stesse opportunità di chi ha di più. Ridurlo a una voce di costo (peraltro esigua) da tagliare significa tradire il mandato etico e civile della Pubblica Amministrazione.


2. L’orientamento non è più quello di una volta: da sportello informativo a “cura del domani”.


In passato l’orientamento era concepito come una funzione prettamente informativa: distribuzione di brochure, elenchi di corsi, test attitudinali per incasellare il giovane in una griglia di mercato, prescindendo da talento e aspirazioni. Oggi il mondo è cambiato: è diventato precario, fluido e iper-complesso. L’orientamento moderno ha il dovere di non essere più quello di una volta (cit. letteratura scientifica, S. Soresi): deve trasformarsi in “cura del futuro”. Orientare, oggi, significa attivare riflessività, promuovere l’equità sociale e aiutare i ragazzi a fare scelte di valore per trovare una strada che dia senso alla loro vita e che contribuisca al progresso della società. E l’Informagiovani di Roma pratica questo paradigma già da anni.

Cancellare questo servizio significa abbandonare i giovani alle logiche spietate del mercato o alla

solitudine digitale delle piattaforme standardizzate.


3. Più fragilità, più richiesta di senso: l’orientamento è scelta di vita e cittadinanza, oltre le logiche aziendali.


Le nuove generazioni manifestano oggi una fragilità emotiva ed esistenziale senza precedenti, acutizzata dall’incertezza del tempo presente. Eppure, dietro questa fragilità non c’è passività, ma una potente richiesta di significato e di valore: i giovani non cercano semplicemente un lavoro qualsiasi per sopravvivere, ma vogliono capire come realizzarsi come persone e cittadini compiendo in modo consapevole le scelte che riguardano il loro futuro.

Per questo motivo, l’orientamento pubblico non può ridursi a un ufficio informativo, a un mero sportello per trovare informazioni o a un luogo di profilazione degli utenti. Non serve a catalogare i ragazzi, ma ad aiutarli a trovare il proprio posto nel mondo: non è solo orientamento al lavoro o alla formazione, è orientamento alla vita, alla consapevolezza di sé e alla cittadinanza.

Per elaborare la fragilità e trasformarla in progettualità servono tempo, ascolto protetto e una profonda relazione umana. Altrimenti si riduce tutto alla pura logica utilitaristica, come propone a livello nazionale la riforma Valditara degli istituti tecnici, tesa a sfornare precocemente capitale umano addestrato per le imprese.

Un algoritmo online, un’agenzia interinale o un ufficio burocratico non offriranno mai questa bussola etica; serve un servizio pubblico, gratuito, strutturato e slegato dalle pressioni del profi tto privato.

E tutto questo è ancora più drammatico per quei ragazzi che vivono una fragilità al quadrato: giovani con disabilità, figli di immigrati di prima o seconda generazione, ragazzi che provengono da famiglie in condizioni di povertà o marginalità sociale ed economica. Per questi soggetti, le barriere del mondo esterno sono già altissime e la fragilità rischia di trasformarsi in esclusione definitiva.

 

4. Non solo saloni mercato: l’Informagiovani come bussola pubblica.


Mentre si cancella l’Informagiovani, in città proliferano i grandi saloni privati dell’orientamento: eventi e fiere che hanno come unico scopo reale quello di vendere percorsi formativi. In questi spazi, che ospitano quasi esclusivamente soggetti privati, manca totalmente un disegno di sistema formativo: gli studenti vengono bombardati da offerte di marketing aggressivo senza alcuno strumento critico per decodificarle. L’Informagiovani di Roma, negli eventi progettati e realizzati dagli orientatori e dedicati agli studenti delle scuole (Help, ho finito le medie, Open ITS), ha sempre fatto il contrario: ha fornito una cornice orientativa etica e pubblica, aiutando gli studenti a esplorare la complessità dell’offerta e a comprenderne le differenze. Soprattutto, il servizio pubblico ha garantito un passaggio fondamentale: rimandare i ragazzi ai colloqui individuali post-evento per rielaborare quelle informazioni, inserendole nel proprio progetto di vita consapevole.


5. Un Servizio promosso da chi ci lavora e l’illusione dei grandi numeri.

 


Se l’Informagiovani è rimasto un punto di riferimento per anni, lo si deve principalmente alla qualità del lavoro delle risorse professionali assegnate; attraverso le attività che hanno ideato e realizzato, oltre che alla qualità delle azioni orientative, hanno contribuito ad un passaparola crescente. Da parte dei livelli decisionali, si è percepito un totale disinteresse: il servizio è stato letteralmente lasciato lì, abbandonato a se stesso, senza che l’Amministrazione si sia mai fatta carico di una campagna di comunicazione  istituzionale adeguata a farlo conoscere alla città.

Gli orientatori, che hanno sempre creduto nella mission e nelle potenzialità del Servizio, hanno cercato costantemente di proporre e portare innovazione (dalla richiesta continua di aprire pagine social più vicine ai giovani, che ha portato ad attivare Instagram solo in tempi recenti, alle proposte di organizzare incontri e talk con testimoni del mondo e della cultura del lavoro reali, ecc.). Tutto è stato sistematicamente molto faticoso, se non addirittura bloccato o bocciato da chi oggi giustifica la chiusura anche strumentalizzando i dati di affluenza. È l’errore tipico di chi ragiona solo con la logica digitale dei clic e dei follower. La cura delle fragilità richiede tempo e percorsi individuali. Un colloquio che cambia la vita di un ragazzo vale più di diecimila like su uno schermo.


6. Identità del Servizio.

 

Nel 2015 l’Informagiovani di Roma Capitale è passato da una precedente organizzazione in piccole unità distribuite su vari territori, ad un’unica sede collocata al centro della città, all’interno del Mattatoio di Testaccio. L’aggregazione in un unico polo ne ha rafforzato l’identità rendendola maggiormente riconoscibile, integrando, inoltre, le professionalità e le competenze coinvolte. Ciò ha contribuito a dare impulso ad una sempre nuova progettualità e allo sviluppo di molteplici attività che oggi il Servizio offre avvalendosi di una fitta rete di collaborazioni e di partnership.

 

7. Undici orientatori assegnati, da un giorno all’altro, alle attività nelle biblioteche.

 

La beffa finale fotografa l’assurdità organizzativa e umana di questa decisione. Gli undici orientatori del servizio, dipendenti dell’Azienda in house “Zètema Progetto Cultura” che gestisce il Servizio, verranno trasferiti, dal 1° giugno e senza nessun confronto sindacale, nelle biblioteche comunali per svolgere un lavoro che non è il loro. Parliamo di esperti e professionisti formatisi per accogliere, ascoltare e facilitare la progettualità dei giovani, inseriti in un settore dove operano altri colleghi con una differente e ben definita professionalità. Dunque, un mancato riconoscimento di entrambe le professionalità. Considerando, inoltre, che esiste ancora una graduatoria aperta, presso Zètema, di personale qualificato per le biblioteche, una lista d’attesa in cui compaiono probabilmente molti di quei giovani che gli stessi orientatori hanno ascoltato e guidato nel corso degli anni.

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Germano MontiPromotore della petizione

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