Fermate le reintegrazioni degli indagati per le violenze al carcere di S​.​M. Capua Vetere

Il problema

Il 27 luglio 2024 è stata revocata la misura cautelare della sospensione dal lavoro a sei agenti imputati nel processo per la "orribile mattanza", come scrisse il giudice per le indagini preliminari, commessa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.

I FATTI - A seguito di una protesta nel carcere per via delle scarse condizioni di sicurezza sanitaria durante la pandemia di COVID-20, circa 300 membri delle forze di polizia penitenziaria parteciparono a una spedizione punitiva nei confronti dei detenuti, che si è rivelò presto una delle pagine più violente e vergognose del sistema carcerario italiano.

In una chat della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria C.V., recuperata dalla procura durante le indagini, i perpetratori riferiscono queste parole:

– Allora domani chiavi e piccone in mano.
– Li abbattiamo come vitelli.
– Allora non passa nessuno.
– I ragazzi sanno cosa fare.
– Se escono dalla celle tre cretini e vogliono fare qualcosa, ci sono i colleghi di rinforzo, saranno subito abbattuti.
– Si deve chiudere il Reparto Nilo per sempre, ‘u tiempo d’è buone azioni è finito, W la polizia penitenziaria.

Sono disponibili vari video vari video, ripresi dalle telecamere di sicurezza del carcere, che riprendono i detenuti picchiati con schiaffi, pugni, manganellate e percosse con caschi antisommossa. 

La Repubblica ha raccolto delle testimonianze di alcuni detenuti, di cui ne riportiamo una che ben racconta il clima di terrore di quei momenti 

"Mi hanno dato calci nelle costole e cazzotti in testa. Io mi mantenevo vicino al cancello e dicevo: “Basta, basta”. Mentre ero aggrappato tutte le 7-8 guardie che stavano intorno a me mi davano tutti le palate. Io mi mettevo le mani in testa. Mi picchiavano con cazzotti e manganelli. I calci. Ora ho le costole rotte. Mi dicevano: “Pezzo di merda infame, scendi giù insieme a noi. Ho pensato: questi mi vogliono uccidere"."

Inoltre, Vice riporta queste frasi dette da alcuni degli agenti:

 "Oggi appartieni a me, sono io che comando, sono lo Stato" oltre a "Lo Stato siamo noi, tu e tutti i tuoi compagni dovete morire" e anche "Qui sei a Santa Maria, qui ti uccidiamo, ora rimani da solo"

A seguito di quattro lunghissime ore di pestaggi, 15 detenuti sono stati spostati in isolamento per aver opposto resistenza a quella che era stata verbalizzata come "una perquisizione". Molti di loro erano coloro che avevano fomentato la protesta per le scarse misure di sicurezza sanitaria. Tra questi c'era Hakimi Lamine, un ventottenne malato di schizofrenia.

Hakimi viene pestato anche durante l'isolamento. Alcuni detenuti hanno detto ai magistrati di come “stava spezzato,” e che “si vedevano segni neri come i tubi, i tubi proprio.” e che “aveva una testa così, non me la dimentico più quella testa, […] nel frattempo che sono stato io andava sempre in bagno a vomitare sangue”. Il 4 maggio 2020 Hakimi morirà nella sua cella dopo più di un mese di isolamente. La procura contesterà a 13 poliziotti l'accusa di omicidio.

IL PROCESSO - A seguito di mesi di indagine, avviate a seguito della presentazione di alcune denuncie, circa 120 persone vengono indagate per i fatti. Ad alcuni di loro viene contestata, per la prima volta in Italia, l'accusa di tortura. Contro 52 persone vengono avviate procedure cautelari: 23 sono state sospese dal lavoro, 18 sono agli arresti domiciliari e per 8 agenti è stato disposto l’arresto in carcere. A novembre 2022 è iniziato il processo, che è tutt'ora in corso.

LA BEFFA - Il 27 luglio 2024, a seguito di varie richieste fatte dal sindacato di polizia penitenziaria USPP, vengono riammessi al servizio 6 delle persone coinvolte, tra cui i due dirigenti Gaetano Manganelli e Anna Rita Costanzo, capo e vice della Polizia Penitenziaria dell'istituto penale, oltre a a due ispettori e due assistenti. In un comunicato, USPP dichiara la propria soddisfazione per i suoi assistiti che avevano subito "una grave conseguenza economica" dovuta alla sospensione. Inoltre ringrazia per il supporto il Sottosegretario alla Giustizia meloniano Andrea Delmastro Delle Vedove.

UNA RISPOSTA CIVILE - Dai numerosi video e dalle chat ritrovate, emerge di come la spedizione punitiva sia stata un evento criminale organizzato da varie centinaia di membri dello stato. Il fatto che abbiano commesso questi fatti ben sapendo di essere ripresi dalle telecamere del carcere dice molto del clima di impunità diffusa che aleggiava tra le persone incriminate. 

Inoltre, secondo il sindacato stesso di polizia, le sei revoche dei procedimenti cautelari sarebbero solo le prime di altre che sarebbero in arrivo.

Reintrodurre in servizio le persone coinvolte alla barbarie nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non solo è una gravissima violazione della sicurezza dei detenuti in carcere, ma costituisce anche un messaggio di impunità nei confronti dei membri eversivi dei corpi di polizia.

Noi chiediamo che non siano emessi provvedimenti di riammissione al lavoro se non solo dopo l'eventuale verdetto di innocenza a seguito del processo.

 

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Stefano MoroPromotore della petizione

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Il problema

Il 27 luglio 2024 è stata revocata la misura cautelare della sospensione dal lavoro a sei agenti imputati nel processo per la "orribile mattanza", come scrisse il giudice per le indagini preliminari, commessa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.

I FATTI - A seguito di una protesta nel carcere per via delle scarse condizioni di sicurezza sanitaria durante la pandemia di COVID-20, circa 300 membri delle forze di polizia penitenziaria parteciparono a una spedizione punitiva nei confronti dei detenuti, che si è rivelò presto una delle pagine più violente e vergognose del sistema carcerario italiano.

In una chat della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria C.V., recuperata dalla procura durante le indagini, i perpetratori riferiscono queste parole:

– Allora domani chiavi e piccone in mano.
– Li abbattiamo come vitelli.
– Allora non passa nessuno.
– I ragazzi sanno cosa fare.
– Se escono dalla celle tre cretini e vogliono fare qualcosa, ci sono i colleghi di rinforzo, saranno subito abbattuti.
– Si deve chiudere il Reparto Nilo per sempre, ‘u tiempo d’è buone azioni è finito, W la polizia penitenziaria.

Sono disponibili vari video vari video, ripresi dalle telecamere di sicurezza del carcere, che riprendono i detenuti picchiati con schiaffi, pugni, manganellate e percosse con caschi antisommossa. 

La Repubblica ha raccolto delle testimonianze di alcuni detenuti, di cui ne riportiamo una che ben racconta il clima di terrore di quei momenti 

"Mi hanno dato calci nelle costole e cazzotti in testa. Io mi mantenevo vicino al cancello e dicevo: “Basta, basta”. Mentre ero aggrappato tutte le 7-8 guardie che stavano intorno a me mi davano tutti le palate. Io mi mettevo le mani in testa. Mi picchiavano con cazzotti e manganelli. I calci. Ora ho le costole rotte. Mi dicevano: “Pezzo di merda infame, scendi giù insieme a noi. Ho pensato: questi mi vogliono uccidere"."

Inoltre, Vice riporta queste frasi dette da alcuni degli agenti:

 "Oggi appartieni a me, sono io che comando, sono lo Stato" oltre a "Lo Stato siamo noi, tu e tutti i tuoi compagni dovete morire" e anche "Qui sei a Santa Maria, qui ti uccidiamo, ora rimani da solo"

A seguito di quattro lunghissime ore di pestaggi, 15 detenuti sono stati spostati in isolamento per aver opposto resistenza a quella che era stata verbalizzata come "una perquisizione". Molti di loro erano coloro che avevano fomentato la protesta per le scarse misure di sicurezza sanitaria. Tra questi c'era Hakimi Lamine, un ventottenne malato di schizofrenia.

Hakimi viene pestato anche durante l'isolamento. Alcuni detenuti hanno detto ai magistrati di come “stava spezzato,” e che “si vedevano segni neri come i tubi, i tubi proprio.” e che “aveva una testa così, non me la dimentico più quella testa, […] nel frattempo che sono stato io andava sempre in bagno a vomitare sangue”. Il 4 maggio 2020 Hakimi morirà nella sua cella dopo più di un mese di isolamente. La procura contesterà a 13 poliziotti l'accusa di omicidio.

IL PROCESSO - A seguito di mesi di indagine, avviate a seguito della presentazione di alcune denuncie, circa 120 persone vengono indagate per i fatti. Ad alcuni di loro viene contestata, per la prima volta in Italia, l'accusa di tortura. Contro 52 persone vengono avviate procedure cautelari: 23 sono state sospese dal lavoro, 18 sono agli arresti domiciliari e per 8 agenti è stato disposto l’arresto in carcere. A novembre 2022 è iniziato il processo, che è tutt'ora in corso.

LA BEFFA - Il 27 luglio 2024, a seguito di varie richieste fatte dal sindacato di polizia penitenziaria USPP, vengono riammessi al servizio 6 delle persone coinvolte, tra cui i due dirigenti Gaetano Manganelli e Anna Rita Costanzo, capo e vice della Polizia Penitenziaria dell'istituto penale, oltre a a due ispettori e due assistenti. In un comunicato, USPP dichiara la propria soddisfazione per i suoi assistiti che avevano subito "una grave conseguenza economica" dovuta alla sospensione. Inoltre ringrazia per il supporto il Sottosegretario alla Giustizia meloniano Andrea Delmastro Delle Vedove.

UNA RISPOSTA CIVILE - Dai numerosi video e dalle chat ritrovate, emerge di come la spedizione punitiva sia stata un evento criminale organizzato da varie centinaia di membri dello stato. Il fatto che abbiano commesso questi fatti ben sapendo di essere ripresi dalle telecamere del carcere dice molto del clima di impunità diffusa che aleggiava tra le persone incriminate. 

Inoltre, secondo il sindacato stesso di polizia, le sei revoche dei procedimenti cautelari sarebbero solo le prime di altre che sarebbero in arrivo.

Reintrodurre in servizio le persone coinvolte alla barbarie nel carcere di Santa Maria Capua Vetere non solo è una gravissima violazione della sicurezza dei detenuti in carcere, ma costituisce anche un messaggio di impunità nei confronti dei membri eversivi dei corpi di polizia.

Noi chiediamo che non siano emessi provvedimenti di riammissione al lavoro se non solo dopo l'eventuale verdetto di innocenza a seguito del processo.

 

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Stefano MoroPromotore della petizione

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