Diritto alla mobilità per chi non può guidare: una soluzione equa e sostenibile

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MASSIMO DARIO e altri 19 hanno firmato di recente.

Il problema

In Italia e in Europa, esistono migliaia di persone che, pur non essendo formalmente disabili, vivono una limitazione concreta e permanente alla loro autonomia: non possono guidare per motivi di salute certificati. Non sono percepite come disabili, né rientrano nei criteri per ricevere un supporto specifico, ma vivono una limitazione reale e quotidiana.
Basta una riduzione della vista sotto una certa soglia, una patologia neurologica controllata ma ufficialmente incompatibile con la guida, oppure una condizione motoria o cognitiva lieve ma presente.
Pur non essendo disabili in senso legale o nella maggior parte delle attività quotidiane, queste persone si trovano in un limbo normativo che le esclude completamente dalla possibilità di guidare, senza offrire alcuna alternativa concreta.
Così, giorno dopo giorno, si trovano a dover rinunciare a lavoro, relazioni, cure o semplici gesti quotidiani, perché oggi, in assenza dell’auto privata, non esiste nessun mezzo che garantisca una libertà di movimento davvero comparabile.

Chi non può guidare perde ogni giorno opportunità: lavorative, familiari, sociali. Rinuncia a colloqui, a cure, a momenti fondamentali della vita, solo perché non esiste un sistema di trasporto che compensi la mancanza dell’auto privata. I mezzi pubblici, spesso, non sono sufficienti: mancano copertura capillare, flessibilità e affidabilità.
Queste persone vivono in un limbo giuridico: hanno una limitazione oggettiva, ma nessun riconoscimento normativo né aiuto pratico.

Non chiediamo un privilegio, né un trattamento speciale.
Chiediamo semplicemente di poter accedere – pagando per esempio una cifra pari o anche leggermente superiore a quella che un normale automobilista sostiene ogni anno – a un sistema di trasporto personale (come taxi, NCC o servizi analoghi) che garantisca pari opportunità di movimento rispetto a chi può guidare.
È giusto e doveroso che lo Stato, gli enti locali o l’Unione Europea contribuiscano a coprire la parte restante del costo, non come favore, ma come espressione concreta del principio di uguaglianza.
Se un cittadino non può guidare per ragioni mediche indipendenti dalla sua volontà, è responsabilità delle istituzioni compensare quella mancanza con strumenti accessibili e sostenibili.

Il problema è reale, ma ancora ignorato. Perché esistono già le tecnologie e i servizi che permetterebbero di costruire un sistema di mobilità compensata, equo, dignitoso e sostenibile. E perché garantire libertà di movimento a chi oggi non può guidare significa liberare energie, capacità, relazioni.
Riconoscere questa "disabilità invisibile di mobilità" non è solo un atto di giustizia: è un modo per rendere la società più inclusiva, più efficiente e più umana.

Firma ora per chiedere una risposta concreta per chi, oggi, è fermo solo perché il sistema non lo vede.

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Emanuele CavaglionPromotore della petizione

84

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Il problema

In Italia e in Europa, esistono migliaia di persone che, pur non essendo formalmente disabili, vivono una limitazione concreta e permanente alla loro autonomia: non possono guidare per motivi di salute certificati. Non sono percepite come disabili, né rientrano nei criteri per ricevere un supporto specifico, ma vivono una limitazione reale e quotidiana.
Basta una riduzione della vista sotto una certa soglia, una patologia neurologica controllata ma ufficialmente incompatibile con la guida, oppure una condizione motoria o cognitiva lieve ma presente.
Pur non essendo disabili in senso legale o nella maggior parte delle attività quotidiane, queste persone si trovano in un limbo normativo che le esclude completamente dalla possibilità di guidare, senza offrire alcuna alternativa concreta.
Così, giorno dopo giorno, si trovano a dover rinunciare a lavoro, relazioni, cure o semplici gesti quotidiani, perché oggi, in assenza dell’auto privata, non esiste nessun mezzo che garantisca una libertà di movimento davvero comparabile.

Chi non può guidare perde ogni giorno opportunità: lavorative, familiari, sociali. Rinuncia a colloqui, a cure, a momenti fondamentali della vita, solo perché non esiste un sistema di trasporto che compensi la mancanza dell’auto privata. I mezzi pubblici, spesso, non sono sufficienti: mancano copertura capillare, flessibilità e affidabilità.
Queste persone vivono in un limbo giuridico: hanno una limitazione oggettiva, ma nessun riconoscimento normativo né aiuto pratico.

Non chiediamo un privilegio, né un trattamento speciale.
Chiediamo semplicemente di poter accedere – pagando per esempio una cifra pari o anche leggermente superiore a quella che un normale automobilista sostiene ogni anno – a un sistema di trasporto personale (come taxi, NCC o servizi analoghi) che garantisca pari opportunità di movimento rispetto a chi può guidare.
È giusto e doveroso che lo Stato, gli enti locali o l’Unione Europea contribuiscano a coprire la parte restante del costo, non come favore, ma come espressione concreta del principio di uguaglianza.
Se un cittadino non può guidare per ragioni mediche indipendenti dalla sua volontà, è responsabilità delle istituzioni compensare quella mancanza con strumenti accessibili e sostenibili.

Il problema è reale, ma ancora ignorato. Perché esistono già le tecnologie e i servizi che permetterebbero di costruire un sistema di mobilità compensata, equo, dignitoso e sostenibile. E perché garantire libertà di movimento a chi oggi non può guidare significa liberare energie, capacità, relazioni.
Riconoscere questa "disabilità invisibile di mobilità" non è solo un atto di giustizia: è un modo per rendere la società più inclusiva, più efficiente e più umana.

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