Due incontri all'anno. Bastano?

Facciamo un piccolo esercizio: prova a immaginare due genitori della stessa classe, con due opinioni opposte.
Uno pensa che l'educazione sessuo-affettiva a scuola sia sacrosanta, e che se ne debba parlare di più, non di meno. L'altra è preoccupata: non conosce chi entra in classe, non ha visto i materiali, non sa bene cosa venga detto ai ragazzi.
Sembra un muro contro muro. Ma se ci pensi bene, il problema che hanno entrambi è lo stesso: oggi, quando si parla di questi temi a scuola, lo si fa per poche ore l'anno, con professionisti esterni che arrivano, fanno l'incontro, e non si vedranno più. Un sistema che non rassicura chi è preoccupato, e non è mai abbastanza per chi lo vorrebbe più presente.
C'è una terza strada, ed è più semplice di quanto sembri: una figura psicologica che lavori dentro la scuola, non fuori. Assunta dalla scuola stessa, iscritta a un ordine professionale, conosciuta per nome dai ragazzi, ma anche dalle famiglie. Qualcuno che segue le classi durante tutto l'anno, non solo in occasione di un progetto.
È lo psicologo scolastico. In Italia, oggi, quasi nessun istituto ce l'ha in modo stabile. Chi c'è, spesso, è lì grazie a bonus e voucher che cambiano ogni anno, e che non garantiscono continuità né agli studenti né alle scuole.
Ne parliamo da tempo, e a dicembre 2025 abbiamo depositato in Senato una proposta di legge in questa direzione, con 72.000 firme. Non è ancora stata esaminata.
Ma le cose, quando in tanti le chiediamo insieme, possono cambiare.
Nei prossimi giorni ti diciamo come.
A presto,
Diritto a Stare Bene