IMMAGINIAMOCI UN FUTURO LIBERO dal Racket. Insieme con Colajanni e LiberoFuturo

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IMMAGINIAMOCI UN FUTURO LIBERO

Oggi al 30esimo giorno di sciopero della fame, Enrico Colajanni e il comitato nato intorno a lui per sostenerne la battaglia, lanciano una raccolta firme pro revoca delle misure interdittive mosse contro le Associazioni del circuito LiberoFuturo.

Obiettivi dell’operazione:

1 Revoca misure interdittive prefettizie mosse contro le Associazioni del circuito LiberoFuturo.
2 Analisi dei procedimenti dell’istituto delle misure di prevenzione e delle interdittive e conseguenti modifiche.
3 Supporto istituzionale alle associazioni antiracket che operano nel territorio.

Ciò che si chiede in sostanza è una netta e trasparente collaborazione fra le forze dell’ordine, gli istituti della giustizia e i cittadini. Un auspicio affinché le associazioni antiracket possano continuare a svolgere, serenamente e proficuamente il loro ruolo.

Chi è Libero Futuro?

Libero Futuro è l’associazione nata nel 2007 a opera di Enrico Colajanni, quale organismo collettivo di supporto agli imprenditori disposti a denunciare e collaborare con le forze dell’ordine per far fronte alle richieste di pizzo avanzate dalle mafie nostrane. Tutto questo avveniva a Palermo, in anni in cui di lotta al Racket non si poteva parlare e qualcuno timidamente iniziava a denunziare. Libero Futuro, nell’ultimo decennio, oltre ad assistere imprenditori palermitani ha promosso, nel resto della Sicilia Occidentale, la nascita di altre associazioni nei territori di: Bagheria, Castellammare, Castelvetrano, Partinico-Borgetto, Termini Imerese.
Dal 2007 ad oggi nell’elenco degli imprenditori assistiti risultano ben più di 300 nomi, e di questi, all’attivo nessuno è impelagato in alcun processo, né indagato, né perseguito per reati gravi o di mafia. Oggi Libero Futuro è costituita come parte civile in almeno dieci processi a fianco di imprenditori coraggiosi e denuncianti. Ma, nonostante il supporto e l’accompagnamento verso canali istituzionali gli stessi imprenditori al servizio della giustizia sono stati abbandonati in balia dello stesso vento che cercavano di deviare.
Molti di loro vantano un curriculum di tutto rispetto, ottenuto il riconoscimento di status di vittime in sede penale, spesso persino lodati in sentenza e, ribadiamo, senza alcuna indagine a loro carico, tuttavia sono incappati numerosi nelle maglie delle misure di prevenzione risapute (Saguto), o peggio, nel baratro delle interdittive prefettizie, e condannati quindi ad assistere inermi al conseguente sfacelo delle proprie aziende. Perché? Perché una interdittiva di siffatto tipo non permette di avere rapporti con le pubbliche amministrazioni e nel caso di aziende specializzate, ad esempio, in opere pubbliche, l’interdittiva in causa ne decreta l’esclusione dagli appalti e l’impossibilità di “riciclarsi” in altri settori.
Ma qual è l’altro aspetto degenere creatosi sulla scia di queste specifiche interdittive? Un concetto semplice e sotto il sole: La Perdita della Fiducia.
Alla luce di questi risultati, appunto, quale dovrebbe essere il movente tanto potente da spingere un imprenditore, già minacciato dal sistema di racket di stampo mafioso, ad affidarsi ai meccanismi, poco lucidi forse, della giustizia, la quale risulta incapace di garantire fino in fondo la tutela del percorso di denuncia e conseguente riabilitazione dei soggetti in un sistema di impresa sana?
In sostanza, come citare lo stato di diritto se il diritto stesso viene arrestato in corso d’opera? 


Vi invitiamo a sostenere Enrico Colajanni attraverso questa pagina:
https://www.facebook.com/events/1214291595394919/


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