Chiedere le dimissioni di Benedetto Vigna da Ferrari S​.​p​.​A.

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Raggiungiamo 5 firme!
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Il problema

Alla Presidenza, al Consiglio di Amministrazione e agli azionisti di Ferrari S.p.A.

Noi firmatari chiediamo le dimissioni di Benedetto Vigna dal ruolo di Amministratore Delegato di Ferrari S.p.A., a seguito del lancio della Ferrari Luce e della direzione strategica, culturale e comunicativa che esso rappresenta.

La nostra richiesta nasce da una convinzione semplice: Ferrari non è soltanto un’azienda automobilistica. Ferrari è un simbolo dell’Italia, del bello, della meccanica, della passione, del coraggio sportivo e del sogno. È un patrimonio industriale, culturale ed emotivo che appartiene sì ai suoi azionisti e clienti, ma anche all’immaginario collettivo italiano e mondiale.

Il lancio della Ferrari Luce ha generato un rigetto ampio tra appassionati, osservatori e designer, proprio perché percepito da molti come una rottura non solo tecnologica, ma identitaria. Diverse testate hanno riportato la forte polarizzazione intorno al design della vettura, le critiche di esperti del settore e il timore che Ferrari stia inseguendo un’estetica “tech” e minimalista a scapito del proprio DNA emozionale.

Perché chiediamo un cambio di guida

Non contestiamo l’innovazione in sé. Ferrari ha sempre innovato. Ha sempre sfidato il presente. Ha sempre portato avanti tecnologia, ricerca e prestazioni.

Quello che contestiamo è un’innovazione priva di emozione, priva di bellezza, priva di riconoscibilità Ferrari.

Ferrari non può diventare un esercizio di design industriale freddo, snob e autoreferenziale. Non può essere trattata come un prodotto tech, come un dispositivo da laboratorio o un oggetto pensato per compiacere una ristretta élite di designer, consulenti e nuovi clienti facoltosi.

Ferrari deve continuare a essere ciò che è sempre stata:
la macchina che un bambino sogna, disegna, riconosce al primo sguardo e appende come poster in camera.

Una Ferrari deve far battere il cuore prima ancora di essere guidata. Deve emozionare da ferma. Deve evocare Maranello, Le Mans, Monza, Enzo Ferrari, la Formula 1, la carrozzeria italiana, il rombo, la tensione muscolare delle forme, la bellezza come prestazione.

La Ferrari Luce, per molti appassionati, non comunica tutto questo. Comunica distanza. Comunica freddezza. Comunica l’idea che il parere popolare non conti, che bastino le vendite a giustificare ogni scelta, che il marchio Ferrari possa permettersi qualunque deviazione perché esisterà sempre qualcuno disposto a comprarla.

Questo è un errore gravissimo.

Le vendite non sono l’unica misura del successo Ferrari

È stato riportato che, nonostante le critiche, Ferrari starebbe ricevendo ordini per la Luce e che il management considera questo un segnale positivo.Ma Ferrari non può essere misurata solo dagli ordini iniziali.

Un brand come Ferrari vive di scarsità, desiderio, reputazione, coerenza e mito. Può vendere un modello controverso e, allo stesso tempo, danneggiare il proprio capitale simbolico. Può ottenere risultati commerciali nel breve periodo e perdere autorevolezza culturale nel lungo periodo.

Il rischio non è che la Ferrari Luce non venda.
Il rischio è molto più profondo: che Ferrari smetta di essere Ferrari nell’immaginario delle persone.

Quando un marchio fondato sull’emozione comincia a parlare solo il linguaggio della tecnologia, della disruption, dei nuovi segmenti di mercato e dei nuovi clienti, dimentica il motivo per cui è diventato desiderabile.

Un errore di comunicazione e di sensibilità culturale

Il management Ferrari avrebbe dovuto comprendere che il primo modello elettrico della casa di Maranello non poteva essere soltanto un’operazione tecnologica. Doveva essere, prima di tutto, un atto d’amore verso la storia Ferrari.

Proprio perché l’elettrico rappresenta una transizione delicata, serviva una Ferrari capace di rassicurare, emozionare e conquistare anche i puristi. Serviva un’auto che dicesse: “Il futuro cambia, ma l’anima resta”.

Invece, molti hanno percepito il messaggio opposto:
“Il passato non conta. Il gusto popolare non conta. Gli appassionati non contano. Conta solo essere disruptive.”
Questa impostazione è culturalmente pericolosa. È un approccio da azienda tech, non da Ferrari.

Ferrari non è nata per educare dall’alto i propri appassionati. Ferrari è nata per farli sognare.

Il dovere di proteggere un patrimonio italiano
Ferrari è uno dei pochi marchi italiani capaci di parlare al mondo senza traduzione. È eccellenza tecnica, ma anche bellezza, artigianalità, coraggio, sensualità, tradizione sportiva e identità nazionale.

Per questo chiediamo al Consiglio di Amministrazione di riconoscere che la guida attuale ha prodotto una frattura culturale profonda tra Ferrari e una parte rilevante della sua comunità globale di appassionati.

Non chiediamo il rifiuto dell’elettrico.
Non chiediamo il rifiuto dell’innovazione.
Chiediamo il rifiuto di una Ferrari senz’anima.

Chiediamo che Ferrari torni a essere guidata da una visione capace di unire tecnologia e passione, futuro e memoria, prestazione e bellezza, mercato e mito.

La nostra richiesta

Per queste ragioni chiediamo:

  • Le dimissioni di Benedetto Vigna da CEO di Ferrari S.p.A.
  • L’apertura di una riflessione pubblica sulla direzione stilistica, culturale e strategica del marchio Ferrari.
  • La nomina di una guida capace di comprendere Ferrari non solo come azienda tecnologica o finanziaria, ma come patrimonio italiano ed emozionale.
  • Un impegno formale affinché ogni futura Ferrari, elettrica o termica, resti riconoscibile come Ferrari nel design, nell’esperienza e nell’emozione.

Ferrari non appartiene solo ai bilanci trimestrali.
Ferrari appartiene al sogno.

E quando il sogno viene tradito, chi ama Ferrari ha il diritto e il dovere di dirlo.

Per questo firmiamo.

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Matt ViscontiPromotore della petizione

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