
Autismo, Intelligenza e linguaggio: Oltre le etichette
Spesso, quando si parla di spettro autistico, risulta difficile darne una definizione esaustiva, che renda bene l’idea di che cosa voglia intendersi effettivamente con questa espressione. L’autismo, infatti, è un mondo più complesso di quello che semplici etichette o stereotipi di vario genere tendono a far credere.
tal proposito, uno studio condotto dall’Istituto di Ricerca e Innovazione Biomedica (IRIB) del CNR si è posto l’obiettivo di superare le rigide categorizzazioni che da sempre caratterizzano il mondo dello spettro autistico, al principale scopo di verificare se le attuali categorie diagnostiche riescono davvero a rappresentare la complessità dell’autismo o se, al contrario, finiscono per semplificare troppo le differenze individuali, così rischiando di cancellare l’individualità di ciascuno.
Lo studio in questione parte dall’osservazione effettuata su 60 bambini autistici con profili diversi, attraverso la valutazione di una molteplicità di aspetti relativi a ciascuno di loro: in primo luogo si è preso in considerazione il punto di vista dei genitori, la cui prospettiva, essendo loro gli osservatori primi dei comportamenti quotidiani dei figli, è considerata insostituibile; in secondo luogo, si è dato spazio alle osservazioni cliniche, necessarie per misurare le abilità e i comportamenti dei bambini nell’ambito di attività strutturate; poi, ancora, si è fatto uso di test cognitivi per stimare il QI o il quoziente di sviluppo ed infine, attraverso uno strumento di osservazione (l’ADOS-2) sono stati esaminati i comportamenti tipici dello spettro autistico.
L’unione di questi elementi ha restituito un’immagine completa e multidimensionale di ciascun bambino, certamente esplicativa della personalità di ognuno di loro.
Le principali scoperte di questa ricerca sono legate al fatto che, innanzitutto, Il QI è soltanto uno dei fattori da prendere in considerazione per comprendere l’enorme varietà che caratterizza lo spettro autistico: molte persone autistiche, infatti, pur avendo un QI nella norma o addirittura superiore, mostrano abilità nella vita quotidiana inferiori rispetto a quelle che ci si potrebbe attendere, visto il loro potenziale intellettivo. Un altro dato emerso dallo studio è quello per cui gli strumenti diagnostici non sempre sono perfetti e ciò porta al rischio di effettuare, in alcuni casi, una sovra-diagnosi, finendo per diagnosticare l’autismo in persone con disabilità intellettiva i cui comportamenti potrebbero essere legati più al loro livello cognitivo che all’autismo in sé, oppure, al contrario, al rischio di una sotto-diagnosi, arrivando a minimizzare le difficoltà di persone con un QI elevato.
Un altro aspetto che la ricerca ha preso in considerazione è legato all’importanza di effettuare una vera e propria sovrapposizione delle valutazioni compiute dal genitore da un lato e dall’operatore clinico dall’altro, in modo tale da avere un quadro quanto più esaustivo della situazione del bambino.
Certamente non va dimenticato l’ambiente familiare nel quale il minore cresce: l’età dei genitori può essere influente nello sviluppo di una maggiore o minore autonomia personale nel bambino (genitori più anziani tendono ad assumere un atteggiamento iperprotettivo nei confronti del figlio, così tendendo a sostituirsi a lui nelle piccole sfide quotidiane e rallentandone inconsapevolmente l’apprendimento). Anche il livello di istruzione dei genitori può avere un’incidenza sui comportamenti adattivi del bambino (un livello maggiore di istruzione si traduce nel possesso di maggiori strumenti idonei a fare crescere il figlio in un ambiente ricco e favorevole al suo sviluppo). Questa riflessione nasce dalla necessità di sottolineare, ancora una volta, l’importanza di adottare una visione ampia dello spettro autistico, che tenga conto non solo delle caratteristiche del bambino in sé, ma anche del nucleo familiare in cui egli vive e cresce.
Infine, lo studio ha approfondito la questione relativa al riscontro di un’assenza di linguaggio nei bambini con età inferiore ai 6 anni, arrivando alla conclusione per cui la diagnosi di “assenza di linguaggio” nei bambini più piccoli potrebbe rivelarsi prematura, dal momento che potrebbe trattarsi non di un’assenza definitiva, ma semplicemente di un “non ancora”. Per tale ragione, etichettare un bambino di 4 anni come “non verbale” si rivela soltanto dannoso per il suo futuro.
In conclusione, la ricerca, pur consapevole dei suoi limiti (legati principalmente al piccolo numero di 60 partecipanti utilizzato come base di partenza, che certamente non permette di effettuare un’indagine completa sullo spettro autistico) rappresenta un significativo spunto di riflessione, necessario per comprendere che per aiutare davvero una persona autistica è fondamentale guardare al di là delle categorie e adottare uno sguardo multidimensionale, capace di offrire un ritratto quanto più dettagliato della persona.
https://www.spazioasperger.it/autismo-intelligenza-linguaggio/
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