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APRI
Aug 22, 2024

I caregiver e la soglia critica dei 60 anni: "Temono di lasciare soli i propri cari"

di Micol Maccario - La Stampa


«Chi ha in famiglia una persona con disabilità è come se vivesse uno stress cronico quotidiano che perdura nel tempo. E non è raro che questo porti, nelle situazioni più critiche, anche a omicidio e suicidio». A parlare è il dottor Roberto Keller, neuropsichiatra infantile e responsabile del centro autismo adulti dell'Asl di Torino.

Dottore, come si arriva a casi di cronaca come questo?

«Incidono diversi fattori: il tipo di disabilità e la gravità, ma anche l'essere l'unico caregiver, avere un'età avanzata, una malattia fisica o un disturbo mentale. Secondo le analisi più recenti, è più probabile commettere un omicidio quando si superano i 60 anni. La probabilità aumenta con l'età perché è correlata alla preoccupazione che il congiunto rimanga solo e non sappia badare a se stesso».

Come è possibile alleviare il carico di un genitore che ha un figlio disabile?

«Dovrebbe esserci un supporto da parte dei familiari, ma in molte situazioni questo non è possibile. Fondamentali sono i servizi sociali, sanitari e le istituzioni che costituiscono una rete di sostegno».

I genitori devono affrontare situazioni molto complesse e pesanti. Sono sempre preparati?

«No, c'è bisogno di una formazione specifica. Un buon esempio arriva dalla città di Torino che quest'autunno offrirà, assieme all'Asl, al Centro autismo e alla Regione, un percorso di quattro mesi di formazione gratuito per i genitori. Dobbiamo dare informazioni e far capire che ci sono possibilità di supporto».

Qual è invece il ruolo della scuola?

«La scuola non è un posto neutrale, può aiutare la persona disabile o escluderla, diventando il luogo in cui si esercita bullismo, che poi genera depressione, ansia e sentimenti di esclusione».

Gli insegnanti sono formati per accogliere e includere tutti?

«In molti casi la preparazione andrebbe migliorata. Lavorare con le persone disabili è spesso difficile, anche se gratificante. Non si parla solo di una preparazione tecnica, ma anche emotiva, perché l'insegnante deve essere capace di gestire situazioni oggettivamente difficili».

Quanto è importante invece l'ambito lavorativo?

«Il lavoro è fondamentale perché dà un ruolo sociale alla persona, la fa sentire inclusa. È un fattore ancora più importante dell'aspetto economico. Sia la persona che il datore di lavoro però devono essere preparati con un programma di formazione adeguato».

C'è stato un cambiamento di mentalità nei confronti della disabilità negli ultimi anni?

«L'apertura c'è solo sul piano della conoscenza perché su quello della realtà le cose stanno in modo diverso. Ci sono cambiamenti culturali che stanno andando in una direzione positiva, ma sono ancora tanti gli aspetti da migliorare».

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