Solidarietà a chi combatte le torture nelle carceri italiane

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Carlo Tresso ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA e a

Come è noto, in Piemonte è in corso un’inchiesta per stabilire eventuali responsabilità penali di personale di polizia penitenziaria  in forza alla Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, a seguito di denunce da parte di detenuti che avrebbero subito violenze e torture.

Trattasi di situazione delicata perché i reati oggetto del giudizio sono molto gravi e rappresentano una minaccia per la democrazia e per la pace sociale: addirittura la nostra Costituzione all’articolo 13 interviene dicendo che è punita ogni violenza fisica e verbale alle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà e all’articolo 27 che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. 

L’arresto per motivi cautelari di sei agenti ha quindi creato comprensibile clamore mediatico, ora sopito ma non privo di conseguenze inquietanti, prima fra tutte la reazione dei colleghi degli accusati che, in nome di un malinteso ed erroneo spirito di corpo e purtroppo spalleggiati da sciagurate parole di politici irresponsabili, hanno cominciato a considerare come “nemici” proprio coloro che svolgendo o agevolando le indagini si dimostrano i veri “amici” di chi quotidianamente svolge i propri servizi di sorveglianza nel rispetto della legge nel difficile ambiente carcerario.

Questo atteggiamento rischia di degenerare in aperta ostilità nei confronti della Garante delle persone private della libertà personale e di chi si occupa dell’inchiesta: si sono già verificati episodi spiacevoli che hanno aumentato a livelli difficilmente sostenibili la tensione nella vita quotidiana dell’istituzione.

In difesa della democrazia e dei nostri principi costituzionali Vi chiediamo quindi che con la massima tempestività:
- esprimiate pubblicamente la vostra vicinanza istituzionale alla Garante dei diritti dei detenuti locale e a chi si occupa dell’inchiesta, una vicinanza oggi più che mai fondamentale
- provvediate a bonificare il carcere delle Vallette dal clima malsano che si è creato, senza esitare a rimuovere dal proprio ruolo chi, anche solo con il proprio atteggiamento, continua invece ad alimentarlo
- sviluppiate un’opera di formazione sistematica per chiunque operi in carcere per prevenire il rischio che si realizzino ulteriori episodi criminosi come quelli su cui ora si indaga
- rinnoviate il regolamento carcerario così da renderlo assolutamente coerente con il dettato costituzionale.

Inoltre, in termini più generali, vogliate considerare che l’episodio con i suoi strascichi se da una parte è probabilmente un sintomo del degrado in cui sta rischiando di precipitare l’intero sistema carcerario italiano (inchiesta simile risulta essere stata avviata in Toscana), dall’altra è occasione di riflettere sul concetto stesso della pena.

Nel rispetto dei diritti fondamentali, potrebbe infatti essere giunto il momento di rifondare il diritto penale e ripensare al concetto di carcere, quanto meno come istituzione.

Abolire il carcere non vuol dire abolire nè mitigare le pene, bensì ristrutturarle secondo i principi rigorosi di prevenzione, di riduzione del rischio di reiterazione (o di recidiva), di deterrenza generale e ove possibile di riparazione del danno, di riconciliazione con le vittime e di reinserimento sociale.

In altre parole vuol dire immaginare dei percorsi per trasformare i condannati da criminali pericolosi a persone che alla società possono restituire quello che han rubato e ricostruire quello che hanno distrutto.

Vuol anche dire abolire una istituzione vetusta, inutile se non dannosa, che grava come un macigno non solo sui detenuti ma sull’intera società, considerando gli spaventosi costi economici e sociali che quotidianamente genera.

Fiduciosi in un vostro attivo intervento, porgiamo i nostri migliori saluti

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