La legge 194 non si tocca e soprattutto la si applica!


La legge 194 non si tocca e soprattutto la si applica!
Il problema
Mi chiamo Giovanna Fiume, insegno Storia moderna all’Università di Palermo; ho fatto parte del movimento delle donne degli anni ’70, dei movimenti per i diritti civili e del movimento antimafia.
La legge che consente in Italia l’interruzione della gravidanza fu il risultato di una grande mobilitazione e di intensi dibattiti all’interno dei gruppi che componevano il movimento delle donne. Nei primi anni settanta l’aborto era ancora considerato dal codice penale un reato e le donne che decidevano di abortire dovevano clandestinamente rivolgersi alle “mammane” o, se ne avevano la possibilità, ai “cucchiai d’oro”, ginecologi che operavano in strutture private o andare nei paesi europei dove l’aborto era legale. La sicurezza e i rischi per la salute erano solo una questione di soldi.
Tra quanti chiedevano la depenalizzazione e una nuova legge che consentisse l’interruzione della gravidanza era diffusa la consapevolezza che si trattava di intervenire nella sfera più intima e privata della donna: sul suo corpo e sul suo desiderio di maternità. Dopo dibattiti di grande intensità e consapevolezza politica tra varie componenti del movimento, giunse la legge 194 del 22 maggio 1978 a consentire l’aborto nelle strutture pubbliche e l’educazione contraccettiva nei consultori, abrogando gli articoli del codice penale. Un referendum per farla revocare il 17 maggio 1981 venne sconfitto, ma periodicamente vengono ventilate proposte che ne vogliono la abrogazione. Gli oppositori si trincerarono subito dietro la clausola che consente al personale medico l’obiezione di coscienza, divenuta via via il grimaldello per rendere inefficace la legge.
L’8 marzo di quest’anno, a causa del numero elevato di medici obiettori, l’Italia è stata ripresa dal Consiglio d’Europa. “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”, ha dichiarato il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, rispondendo a un ricorso presentato nel novembre 2012 dalla Cgil insieme ad altre associazioni tra cui l’International planned parenthood federation european network (Ippf).
Secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute, nel 2011, l’obiezione di coscienza tra i ginecologi in Italia era pari al 69,3%.
Nel meridione d'Italia si trovano le regioni a più alta densità di ginecologi obiettori di coscienza. In Sicilia abbiamo un 80,6 per cento di obiettori.
Il risultato è che molti ospedali non sono più in grado di garantire l'accesso all'Ivg, nonostante la legge non ammetta l'obiezione di coscienza per le strutture sanitarie. A fronte di questo dato, nonostante la stessa legge 194 escluda l’obiezione di struttura, non sono state adottate misure idonee a garantire la presenza di un numero adeguato di medici non obiettori in tutti gli ospedali pubblici. Questi medici e il personale sanitario hanno applicato la legge 194 pagando prezzi altissimi, umani e professionali, in termini di emarginazione e sofferenza.
Al Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta chiediamo di prendere tutti i provvedimenti necessari per l'applicazione della legge 194 sul territorio regionale: garantire l'interruzione di gravidanza in tutte le strutture ospedaliere pubbliche e convenzionate senza che l'obiezione di coscienza la ostacoli; consolidare e potenziare la rete dei consultori; porre le condizioni perché le donne possano esercitare pienamente i loro diritti alla salute sessuale e riproduttiva.
L'altissima presenza di medici obiettori è causa inoltre di:
- lunghe liste di attesa per le donne, che spesso portano le gravidanze al limite dei novanta giorni;
- sovraccarico di lavoro dei medici non obiettori, che sono completamente assorbiti dalle interruzioni di gravidanza senza poter esercitare la professione nella sua completezza;
- trascuratezza del servizio prestato (spazi insufficienti e degradati; lunghe ore di attesa; assenza di mediazione linguistica; tempi concitati in cui viene meno qualsiasi attenzione alla salute psicofisica delle donne);
- aumento degli aborti nelle strutture private e quindi una evidente discriminazione economica.
Chiediamo al governatore della Sicilia Rosario Crocetta, di garantire la piena applicazione della legge 194 in tutti gli ospedali pubblici e convenzionati della Regione.

Il problema
Mi chiamo Giovanna Fiume, insegno Storia moderna all’Università di Palermo; ho fatto parte del movimento delle donne degli anni ’70, dei movimenti per i diritti civili e del movimento antimafia.
La legge che consente in Italia l’interruzione della gravidanza fu il risultato di una grande mobilitazione e di intensi dibattiti all’interno dei gruppi che componevano il movimento delle donne. Nei primi anni settanta l’aborto era ancora considerato dal codice penale un reato e le donne che decidevano di abortire dovevano clandestinamente rivolgersi alle “mammane” o, se ne avevano la possibilità, ai “cucchiai d’oro”, ginecologi che operavano in strutture private o andare nei paesi europei dove l’aborto era legale. La sicurezza e i rischi per la salute erano solo una questione di soldi.
Tra quanti chiedevano la depenalizzazione e una nuova legge che consentisse l’interruzione della gravidanza era diffusa la consapevolezza che si trattava di intervenire nella sfera più intima e privata della donna: sul suo corpo e sul suo desiderio di maternità. Dopo dibattiti di grande intensità e consapevolezza politica tra varie componenti del movimento, giunse la legge 194 del 22 maggio 1978 a consentire l’aborto nelle strutture pubbliche e l’educazione contraccettiva nei consultori, abrogando gli articoli del codice penale. Un referendum per farla revocare il 17 maggio 1981 venne sconfitto, ma periodicamente vengono ventilate proposte che ne vogliono la abrogazione. Gli oppositori si trincerarono subito dietro la clausola che consente al personale medico l’obiezione di coscienza, divenuta via via il grimaldello per rendere inefficace la legge.
L’8 marzo di quest’anno, a causa del numero elevato di medici obiettori, l’Italia è stata ripresa dal Consiglio d’Europa. “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”, ha dichiarato il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, rispondendo a un ricorso presentato nel novembre 2012 dalla Cgil insieme ad altre associazioni tra cui l’International planned parenthood federation european network (Ippf).
Secondo l’ultima Relazione del Ministero della Salute, nel 2011, l’obiezione di coscienza tra i ginecologi in Italia era pari al 69,3%.
Nel meridione d'Italia si trovano le regioni a più alta densità di ginecologi obiettori di coscienza. In Sicilia abbiamo un 80,6 per cento di obiettori.
Il risultato è che molti ospedali non sono più in grado di garantire l'accesso all'Ivg, nonostante la legge non ammetta l'obiezione di coscienza per le strutture sanitarie. A fronte di questo dato, nonostante la stessa legge 194 escluda l’obiezione di struttura, non sono state adottate misure idonee a garantire la presenza di un numero adeguato di medici non obiettori in tutti gli ospedali pubblici. Questi medici e il personale sanitario hanno applicato la legge 194 pagando prezzi altissimi, umani e professionali, in termini di emarginazione e sofferenza.
Al Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta chiediamo di prendere tutti i provvedimenti necessari per l'applicazione della legge 194 sul territorio regionale: garantire l'interruzione di gravidanza in tutte le strutture ospedaliere pubbliche e convenzionate senza che l'obiezione di coscienza la ostacoli; consolidare e potenziare la rete dei consultori; porre le condizioni perché le donne possano esercitare pienamente i loro diritti alla salute sessuale e riproduttiva.
L'altissima presenza di medici obiettori è causa inoltre di:
- lunghe liste di attesa per le donne, che spesso portano le gravidanze al limite dei novanta giorni;
- sovraccarico di lavoro dei medici non obiettori, che sono completamente assorbiti dalle interruzioni di gravidanza senza poter esercitare la professione nella sua completezza;
- trascuratezza del servizio prestato (spazi insufficienti e degradati; lunghe ore di attesa; assenza di mediazione linguistica; tempi concitati in cui viene meno qualsiasi attenzione alla salute psicofisica delle donne);
- aumento degli aborti nelle strutture private e quindi una evidente discriminazione economica.
Chiediamo al governatore della Sicilia Rosario Crocetta, di garantire la piena applicazione della legge 194 in tutti gli ospedali pubblici e convenzionati della Regione.

PETIZIONE CHIUSA
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Petizione creata in data 13 marzo 2014