
Abbiamo raggiunto le 3.000 firme sulla petizione “Stop al traffico di armi nel porto di Genova”.
Un traguardo importante, ma non un punto di arrivo: un passaggio che si inserisce in una battaglia che continua, nelle strade, nei porti, negli spazi pubblici e nelle coscienze.
Quest’anno abbiamo organizzato e partecipato a oltre dodici iniziative pubbliche per denunciare la presenza di navi cariche di armi nei porti civili e la complicità del nostro Paese nel commercio della morte.
Dalle scuole ai centri sociali, dalle università al teatro, fino a una mostra fotografica e proiezioni cinematografiche, abbiamo incontrato centinaia di persone, discutendo della legge 185/1990 e delle sue continue violazioni, del ruolo dell’Italia nella filiera bellica e delle responsabilità politiche e istituzionali che rendono possibile questo traffico.
Abbiamo raccontato e pubblicato più di dieci contributi tra articoli, post e video per rendere visibile ciò che si vorrebbe restasse nascosto — le armi che partono dai nostri porti, transitano nei nostri territori e alimentano le guerre, spargono sangue, arrivando anche in Palestina.
Con le firme abbiamo raccolto consenso, partecipazione e indignazione, ma soprattutto abbiamo espresso la volontà collettiva di non restare complici.
Il governo italiano e le istituzioni locali non possono più fingere di non sapere.
Ogni carico di armi che parte dal porto di Genova è una ferita inferta alla pace, una violazione del diritto internazionale e una corresponsabilità diretta nei massacri in corso e nel genocidio a Gaza.
La nostra richiesta è chiara: stop immediato al traffico di armi dai porti civili e una presa di posizione netta contro ogni legame economico, militare e istituzionale con Israele e con l’industria bellica che alimenta il genocidio del popolo palestinese.
Le 3.000 firme sono un segnale forte, una voce unanime che chiede giustizia, trasparenza e responsabilità.
La petizione resterà aperta fino alla fine del mese, ma la mobilitazione non si ferma: continueremo ad agire, a denunciare e a costruire spazi di solidarietà reale, affinché il nostro sostegno al popolo palestinese non resti solo simbolico, ma si traduca in azioni concrete di boicottaggio, disobbedienza e pressione politica.
Labiba continuerà a fare pressione sui responsabili del traffico di armi nei porti, pretendendo verità, giustizia e la fine di ogni complicità con il sionismo.
Perché la pace non si invoca: si costruisce. E si difende.