Petition updateStop al traffico di armi nel porto di GenovaAbbiamo raccolto più di 3.000 firme adesso chiediamo delucidazioni all'autorità portuale
Giulia MarchiòGenova, Italy
Dec 10, 2025

Abbiamo raggiunto le 3.000 firme sulla petizione “Stop al traffico di armi nel porto di Genova”.
Un traguardo importante, ma non un punto di arrivo: un passaggio che si inserisce in una battaglia che continua, nelle strade, nei porti, negli spazi pubblici e nelle coscienze.

Quest’anno abbiamo organizzato e partecipato a oltre dodici iniziative pubbliche per denunciare la presenza di navi cariche di armi nei porti civili e la complicità del nostro Paese nel commercio della morte.
Dalle scuole ai centri sociali, dalle università al teatro, fino a una mostra fotografica e proiezioni cinematografiche, abbiamo incontrato centinaia di persone, discutendo della legge 185/1990 e delle sue continue violazioni, del ruolo dell’Italia nella filiera bellica e delle responsabilità politiche e istituzionali che rendono possibile questo traffico.

Abbiamo raccontato e pubblicato più di dieci contributi tra articoli, post e video per rendere visibile ciò che si vorrebbe restasse nascosto — le armi che partono dai nostri porti, transitano nei nostri territori e alimentano le guerre, spargono sangue, arrivando anche in Palestina.
Con le firme abbiamo raccolto consenso, partecipazione e indignazione, ma soprattutto abbiamo espresso la volontà collettiva di non restare complici.

Il governo italiano e le istituzioni locali non possono più fingere di non sapere.
Ogni carico di armi che parte dal porto di Genova è una ferita inferta alla pace, una violazione del diritto internazionale e una corresponsabilità diretta nei massacri in corso e nel genocidio a Gaza.
La nostra richiesta è chiara: stop immediato al traffico di armi dai porti civili e una presa di posizione netta contro ogni legame economico, militare e istituzionale con Israele e con l’industria bellica che alimenta il genocidio del popolo palestinese.

Le 3.000 firme sono un segnale forte, una voce unanime che chiede giustizia, trasparenza e responsabilità.
 La petizione resterà aperta fino alla fine del mese, ma la mobilitazione non si ferma: continueremo ad agire, a denunciare e a costruire spazi di solidarietà reale, affinché il nostro sostegno al popolo palestinese non resti solo simbolico, ma si traduca in azioni concrete di boicottaggio, disobbedienza e pressione politica.

Labiba continuerà a fare pressione sui responsabili del traffico di armi nei porti, pretendendo verità, giustizia e la fine di ogni complicità con il sionismo.
Perché la pace non si invoca: si costruisce. E si difende.

 

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