Anche MARTINI, il Card. Carlo Maria Martini era un Gesuita. Perchè riferirsi a lui?


Un altro aspetto da prendere in considerazione quando si affronta il capitolo del laicato, ancora interno alle mura ecclesiastiche, è quello dei movimenti e delle nuove aggregazioni ecclesiali, la cui vitalità in genere si fa risalire – forse un po’ affrettatamente – all’influsso del Vaticano II (cfr Faggioli 2008 e 2013). Sui motivi e gli esiti di una tale fioritura, che ha comportato non poche tensioni e incomprensioni con l’associazionismo tradizionale e con il tessuto parrocchiale del cattolicesimo italiano, Martini raccomandava sempre di procedere con estrema vigilanza e oculato giudizio.
Va ricordato che a partire dagli anni ’60 in ambito ecclesiale alcuni circuiti di grande valenza educativa e di presenza dei cattolici nel sociale hanno iniziato a sperimentare crescenti difficoltà; basti pensare al progressivo ridimensionamento dei pilastri dell’associazionismo laicale (Azione cattolica, scout, ACLI, ecc.), votati tradizionalmente a una testimonianza cristiana anche nelle realtà civili, nonché alla crisi conosciuta dalle unioni cattoliche professionali, esplicitamente dedicate a formare una coscienza cristiana adulta nel mondo del lavoro e delle professioni. Nell’immediato postconcilio si è però avuta l’effervescente stagione dei movimenti e delle nuove aggregazioni ecclesiali (Camisasca e Vitali 1982 e 1987; Pontificio Consiglio per i Laici 1999, 2000 e 2007). In realtà, non tutti questi nuovi soggetti ecclesiali si richiamano espressamente al nuovo paradigma conciliare; tutti però si autocomprendono come frutto di una ventata dello Spirito che – proprio grazie alla loro vitalità – sarebbe da interpretare come indice di una Chiesa in movimento, o addirittura di una Chiesa che è movimento. Una tale affermazione è più retoricamente declamata che puntualmente argomentata ed esibita, tuttavia un effetto è indiscutibile: nel postconcilio si è assistito all’emergere di un conflitto fra la dimensione istituzionale della Chiesa e quella carismatica, che qualcuno vorrebbe un po’ affrettatamente far risalire alla dialettica fra principio petrino e principio mariano (Leahy 1996).
Caratteristica pregnante di ogni movimento ecclesiale è la libera opzione nell’appartenenza, così che fra i partecipanti sussiste un alto indice di consenso e di reciprocità; mentre la leadership diviene un forte coibente del gruppo, connotato spesso da tratti di autosufficienza e di autoreferenzialità. Non a caso, i singoli movimenti ecclesiali finiscono sovente per assolutizzare la propria esperienza, reclamandone la natura esclusiva e totalizzante, col rischio di ritenersi quale unica interpretazione o realizzazione autentica della Chiesa2.
Il cardinale Martini avvertì per tutto il suo lungo episcopato la necessità di fare chiarezza su questo nodo nevralgico della partecipazione dei credenti alla vita della Chiesa e certamente maturò sul campo la convinzione di assegnare un giudizio positivo di fondo sulla qualità buona e sanamente popolare del tessuto ordinario della Chiesa ambrosiana, dunque sull’effettiva capacità della istituzione parrocchiale di essere vero strumento di santificazione del popolo dei credenti. Per questo ammoniva nel giugno del 1986:
Per quanto riguarda le aggregazioni che stanno sinceramente sforzandosi di collocarsi nel quadro della Chiesa locale, si richiede sempre da esse di non scambiare vivacità con protagonismo, di sapere qualche volta abbassare un po’ i cartelli, di saper fare il bene anche senza diritti d’autore: perché è più importante che il bene si faccia rispetto al fatto che esso ci venga attribuito. Dovremmo sempre ricordare che il bene fatto dagli altri vale almeno quanto il nostro: altrimenti siamo lontani dal Regno (Martini 1987, 311).
A giudizio del Cardinale le cause della frammentazione e della conflittualità che contrassegnano la cattolicità italiana non sono tanto da ricercare in divergenze di natura dottrinale, bensì sul fronte della diagnosi sulla situazione religiosa e morale del nostro tempo. Non deve perciò sorprendere che fenomeni quali la crescente secolarizzazione, il collasso delle evidenze etiche, la deriva soggettivistica e l’assolutizzazione delle esperienze spingano i diversi soggetti religiosi a letture non sempre convergenti su come reagire da un punto di vista credente alla complessità del mondo postmoderno. La raccomandazione di Martini è di non dire o fare nulla nei giorni difficili che non proceda da un autentico spirito evangelico, apprezzando le virtù dell’umiltà e della mansuetudine, della misericordia e del perdono. Come può la Chiesa diventare anima vitale di un popolo, mantenendo nello stesso tempo il legame con le sue radici neotestamentarie e con la Chiesa universale e particolare, per ritrovare il fondamento, l’origine di tutto il suo agire, il quadro nel quale inserirsi per un comune cammino ecclesiale?
L’anno successivo in autunno si svolse il Sinodo dei vescovi, segnatamente la VII Assemblea generale ordinaria (1-30 ottobre 1987) intitolata «La vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo». Martini vi prese parte (come a tutti i Sinodi dei vescovi celebrati durante il suo episcopato) e fece un intervento durante i lavori in assemblea. Ecco un ampio stralcio:
Principale compito pastorale di fronte alle nuove aggregazioni, come hanno già detto autorevolmente alcuni Padri sinodali, è il discernimento. Esso non significa solo valutazione e giudizio, ma anche accompagnamento in vista di una inserzione cordiale e organica nell’insieme dell’attività formativa e missionaria della Chiesa. Esso richiede un certo tempo e una buona volontà reciproca. Talora si vorrebbe farne a meno, appellandosi alla nativa bontà del carisma, che il vescovo dovrebbe unicamente riconoscere e accogliere. Si dice «se il vescovo non vuole che esistiamo, siamo pronti a morire; ma non ci si chieda di cambiare nulla del nostro carisma». Ma così si è già deciso a priori che il proprio carisma è divino e intoccabile. Talvolta si sente anche invocare il principio di Gamaliele: «i lasci spazio a queste realtà; se non sono da Dio, cadranno da sole». Ma si dimentica che Gamaliele non era un vescovo, e che l’autorità ecclesiastica non può rinunciare alla responsabilità del governo pastorale. Parecchi Padri hanno già richiamato validi criteri di discernimento. Io vorrei segnalare due distinzioni preliminari. Va fatta una distinzione tra le aggregazioni che hanno un compito soprattutto formativo e quelle che propongono un progetto pastorale globale e talora anche un progetto di società. Nel primo caso il discernimento si eserciterà sulla dottrina e la disciplina liturgica, morale e ascetica. Nel secondo caso il “discernimento-accompagnamento” deve far sì che una aggregazione adatti il proprio progetto intenzionalmente globale alla realtà concreta di una Chiesa particolare e si inserisca con vera collaborazione in un piano pastorale più ampio. Nessun richiamo al “carisma” può legittimare una “esenzione” rispetto alle autorità a cui spetta dirigere il cammino comune. La seconda precisazione riguarda il contesto stesso di “carisma”. In quello che oggi, forse con troppa facilità, si chiama carisma di un movimento o di un gruppo occorre distinguere almeno quattro cose: le persone che compongono il gruppo, spesso generose e sacrificate; il germe ideale che ne sostiene l’azione, per lo più valido; l’ideologia o sistema dottrinale che viene sviluppandosi attorno all’intuizione di fondo; e infine la prassi concreta: pastorale, formativa, liturgica, talora anche sociale, economica, civile. Il discernimento dovrà tener presenti tutti questi aspetti, e non limitarsi alle intenzioni o alla bontà soggettiva delle persone, e verificare, ad esempio, se la prassi dà segni di esclusivismo, oppure è volentieri aperta alla collaborazione per le imprese comuni; se realizza in pratica i valori evangelici della povertà e dell’umiltà, o si lascia tentare da logiche di potere ecc. In ogni caso si dovrà ricordare che c’è una sola perla preziosa, intoccabile e immutabile: il Regno di Do e in esso la carità (Caprile 1989, 319 e ss.).
Quello che pare a Martini di dover auspicare come rimedio alla tendenziale autoreferenzialità del singolo gruppo, da una parte, è
la docilità a riconoscere l’esercizio di un discernimento da parte dell’autorità ecclesiale competente, nonché l’aprirsi a un franco e serrato dialogo con le altre espressioni di Chiesa, a partire dalla dimensione popolare e istituzionale che connotano la vita diocesana e parrocchiale; dall’altra parte, è urgente attivare un confronto con le forme ordinarie della esperienza civile che accomunano tutti, credenti e non credenti.
https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/carlo-maria-martini-i-laici-nella-chiesa-oltre-i-luoghi-comuni/
Segnalo il "principio di Gamaliele" che Martini spiega in modo molto esemplare !
https://spiritualitecatholique.wordpress.com/2018/11/08/settimo-cielo-di-sandro-magister-gesuiti-contro-focolarini-la-beatificazione-di-chiara-lubich-in-forse/
Cosa attendere dal "profeta" "maestro e amico" di Don Fabio Rosini e non solo ?