Petition updateSi estenda Circumetnea con la Ferrovia dei Parchi Natura in Sicilia Randazzo-Troina-CefalùFELICE 2022 ai 10.837 Visitatori, 952 Firmatari e 758 Amici che condividono il nostro TRE.NO.SICILIA
Paolo GrazianoCatania, Italy
Jan 1, 2022

Auguro un FELICE ANNO NUOVO 2022 a tutti i miei amici FB con un particolare grazie ai 10.837 visitatori e 952 firmatari di questa petizione, che conta oggi anche 758 condivisioni con altrettanti gruppi e cittadini interessati alla costruzione della nuova FERROVIA DEI PARCHI NATURA E DEI NORMANNI IN SICILIA. Un ulteriore ringraziamento, che estendo a tutti coloro che mi hanno fatto gli auguri per telefono alle 24 del 31-12-2021, oltre a Rosanna, Francesca, Caterina, Matteo, Andrea ed Emilia, lo voglio fare, per tutti gli altri, ad un lettore di Palermo, che ha apprezzato il mio racconto sugli ultimi 20 anni della nostra Catania, descritto da chi ha messo su famiglia in Sicilia, "Andando in bicicletta a lavorare in America".

Un inedito romanzo che sarà inviato gratuitamente a tutti i firmatari della nostra petizione. Invito tutti coloro che non l'avessero ricevuto per problemi telematici o mancanza di campo o inefficienza del mio computer, a notificarmelo con l'indirizzo della più efficace posta elettronica alla quale lo potrò inviare di nuovo. Gli apprezzamenti sul mio racconto mi spingono, se vorrete leggere l'introduzione, a riproporvela con gli Auguri di Buon Anno:

<< Ero stato svelto ad uscire da casa alle sei, senza che la mia compagna sospettasse che sarei andato in ufficio in bicicletta; misi infatti in moto la Vespa per farle capire che sarei andato come al solito, ma quando mi trovai all’inizio della discesa della strada maestra sulla mia bici, mi sentivo un leone, con la mente libera; non mi sembrava nemmeno che andassi in ufficio. Qualche persona che era già per strada, seguendomi con lo sguardo, magari avrà pensato ad un matto affetto da sindrome regressiva, se a sessant’anni mi divertivo tanto nel distendermi sui manubri da corsa per raggiungere la massima velocità in quella città che si stava appena svegliando, preparandosi il caffè a casa, mentre i bar ricevevano i cornetti caldi dai laboratori che avevano lavorato di notte.

Per me era diventata una sfida, concentrato con lo sguardo sulla ruota anteriore per evitare buche ed umido, riconoscere dal profumo delle brioches a quale punto della discesa ero arrivato; profumo che svaniva soltanto quando attraversavo le piazze, prima di arrivare al duomo, il cui silenzio esaltava all’ingresso della pescheria lo scroscio del lenzuolo, formato sui bordi arrotondati della fontana dalle acque trasparenti, ancora alimentate dal fiume sotterraneo che proviene dai ghiacciai delle montagne, incanalandosi tra le fessure della lava di chissà quale eruzione vulcanica arrivò a mare.

Era stata proprio la mia compagna ad avermi confezionato a mano con la migliore striscia di cuoio, che aveva trovato tra gli scarti in un negozietto vicino al castello normanno, una piccola borsa su misura per la mia bici preferita. Ma da quando le raccontai di quella mattina, al buio per il cambio dell’ora legale, nella quale ero riuscito a stento a distanziare un branco di cani randagi che m’inseguirono, restava sempre preoccupata che mi succedesse qualcosa ad attraversare all’alba, da solo in bicicletta, i quartieri malfamati del porto e la statale, nella quale i pendolari sfrecciano a velocità. In verità andare a lavorare con la bicicletta era l’unico modo per riscattare la carriera che non ero riuscito a fare; ma solo perché il destino, o chissà chi, mi portava giornalmente in America, invece di andare a timbrare il cartellino nell’ufficio del comune o della provincia.

D’altra parte, dopo il Politecnico di Torino ed i primi lavori in Fiat, avevo provato comunque al comune ed alla provincia, come speravano anche i miei genitori, che tanto avevano speso per mantenermi fuori sede; ma dopo aver vinto gli ultimi concorsi degli ottanta, la segreteria politica del suddetto “chissà chi” mi chiese, per non meglio definite spese burocratiche dell’assessorato al lavoro, ben sei mensilità anticipate in nero. Io ero troppo orgoglioso per chiederne ancora ai miei, fin quando la mia compagna lesse sul quotidiano, come le suggerì in sogno suo padre che era appena venuto meno, un’inserzione in inglese per ingegnere meccanico, perché lei sapeva che masticavo questa lingua per i miei viaggi di studio in Inghilterra con i Salesiani ed i miei libri di aerodinamica.

L’unica commissione d’esame che non mi chiese la mazzetta fu quella americana, che mi scelse perché fui capace di smontare un progetto del loro progettista migliore, approvato dagli esperti ingegneri del Comando, ma soprattutto perché seppi dimostrarlo alla commissione, con pacata autorevolezza, con quel che sapevo d’inglese. Ma ritorniamo alla bici, altrimenti ripenso alla tranquilla carriera italiana dei miei cugini, già generali in pensione, anche se hanno dovuto dire “Signor Si” per tutta la vita; mentre a me permisero di dire altrimenti, tanto da selezionarmi giovane ingegnere capo sezione al posto di un americano. Io, se il Signore me lo permetterà, dovrò lavorare oltre ai settant’anni, e proprio per questo cerco di mantenere integri mente e muscoli; non mi sento certo un ragazzino, ma con la bici vado ancora bene, perché il mestiere l’ho imparato dagli operai che vengono al cantiere in bici e non voglio diventare un burocrate d’urbanistica, sicurezza e catasto militare.

La bicicletta mi ha insegnato a stare da solo in pace con me stesso, ed a scoprire della città tutto ciò che in auto perdiamo della vita di chi la anima: operai che vanno in fabbrica, pescatori che tornano al porto, fiorai che puliscono davanti al cimitero, impiegati che vengono dai paesini, prostitute che chiedono un passaggio per avvicinarsi agli aeroporti e magari rimediare la prima sveltina, i bulli di periferia sui calessi che defaticano i cavalli sudati dalle corse notturne, le famiglie dei rom che escono dalle fabbriche abbandonate pronti a lavare i vetri agli incroci, la tifosa sulla sedia a rotelle che scende dalle case popolari per elemosinare al duomo, i ciclisti pensionati con le strettissime magliette multicolori, ed anche i cani, che ormai si sono abituati alla mia bici e hanno capito che non mi sognerei mai di ledere la supremazia dei capi branco, che ormai abbaiano solo per salutarmi. Per mestiere scrivo solo relazioni progettuali, ma oggi sento la voglia di scrivere come se fossi davanti al mio psicanalista ed il dovere civile di raccontare la storia ai nostri figli.

Costretto dagli eventi della vita a lavorare in America per non abbandonare la mia città, sono razionalmente convinto che la bicicletta, che mi ha salvato più volte la vita, può salvare la vita di molti altri giovani uomini e donne, ed anche la nostra terra. Questo scrivere con la memoria mi dà per di più lo spunto di raccontare gli ultimi avvenimenti che stiamo vivendo, dall’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 all’odierna pandemia da coronavirus, che ci chiude in casa da più di due mesi.

A supporto della tesi di chi va in bicicletta, studiando lo sviluppo delle energie rinnovabili, completo questo scritto nel 50° Anniversario della Giornata Mondiale della Terra, che, se non faremo qualcosa di diverso dagli ultimi secoli, non andrà proprio tanto bene. Nella copertina del libro ho immaginato infatti come sarebbe ancora oggi il panorama di New York dalla passeggiata sul ponte di Brooklyn, se, prima dell’11 settembre, “chissà chi” avesse sostituito l’uso della bicicletta nel mondo a quello di veicoli ed aerei mossi dagli idrocarburi; e forse anche l’odierna pandemia non avrebbe fatto tante vittime, quanto una guerra mondiale, nelle città più inquinate della nostra povera terra. La mia bici mi ha aiutato comunque ad evitare anche il coronavirus, che ha fatto già a Manhattan più vittime di quel lontano giorno di quasi vent’anni fa.>>

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