Neuigkeit zur PetitionNon archiviate il caso Alpi-Hrovatin!NASSIRYA, 14 ANNI DOPO
Daniela ZiniRoma, Italien
12.11.2017 — https://www.youtube.com/watch?v=NoXlplASkbA Quando, il 9 aprile 2003, i carri armati assaltarono Baghdad, gli americani vissero il loro primo momento felice dall’inizio della guerra, assistendo all’abbattimento della statua del dittatore iracheno Saddam Hussein. Il segretario alla difesa statunitense, Donald Rumsfeld [https://www.youtube.com/watch?v=r42oejmpkgw], aveva paragonato quel giorno al crollo della Cortina di Ferro: “Ora Saddam Hussein si trova al suo posto, accanto a Hitler, Stalin, Lenin e Ceausescu, nel pantheon dei despoti falliti e gli iracheni si sono, finalmente, incamminati verso la libertà.”. Tim Brokaw, della NBC, aveva paragonato l’evento a “tutte le statue di Lenin abbattute in tutta l’Unione Sovietica”. “Gli iracheni festeggiano a Baghdad.”, aveva titolato il Washington Post. “Iracheni festanti affollano le strade di Baghdad.”, aveva proclamato il Boston Globe. Il 15 aprile, appena sei giorni dopo l’abbattimento della statua, a Nassirya, circa 20mila persone avevano marciato per opporsi alla presenza militare USA. Cantavano: “Sì alla libertà, sì all’islam.” “No all’America, no a Saddam.” “Ai nostri giorni, i discorsi politici servono in gran parte alla difesa dell’indifendibile.”, scriveva George Orwell, nel 1946. “Cose come il dominio britannico in India, le epurazioni e le deportazioni russe, il lancio della bomba atomica sul Giappone, possono essere certamente difese, ma solo con argomenti troppo brutali da recepire per la maggior parte delle persone e non attinenti agli scopi professati dai partiti politici. Pertanto, il linguaggio politico deve consistere, soprattutto, in eufemismi vaghi e scontati.” Orwell era un acuto osservatore del rapporto tra politica e linguaggio. Non coniò il termine doublespeak, linguaggio doppio, ma rese popolare il concetto, fondendo due termini che aveva usato in 1984, il suo più grande romanzo. Orwell usò il termine doublethink o bi-pensiero, per descrivere un pensiero contraddittorio, mediante cui esprimere un significato opposto a ciò che si pensa. Usò il termine newspeak o neolingua, per descrivere espressioni “formulate appositamente a scopi politici: ovvero, termini che, pur avendo sempre implicazioni politiche, impongano l’attitudine mentale desiderata a chi li utilizza”. La storia delle guerre statunitensi per scopi nobili è iniziata con la Prima Guerra Mondiale, che venne venduta agli americani come “ la guerra per terminare la guerra” e “la guerra per un mondo adatto alla democrazia”. Oggi, un secolo dopo, troviamo che questi slogans siano, decisamente, vuoti. Di solito, chi dichiara guerre metaforicamente si rende conto, fino dall’inizio – come del resto per le guerre reali – che non vi sarà alcuna vittoria. L’uso di droghe, la povertà, la malattia e il terrorismo sono tutte cose che esistono, da lungo tempo, e non scompariranno, semplicemente, perché qualche politico dichiara a esse guerra. Invece, accade, generalmente, che queste guerre generino sistemi burocratici permanenti che prosciugano le risorse, limitandosi a diffondere periodiche esortazioni al pubblico, per compensare il fatto che nessuna vittoria è in vista. Proprio all’inizio della guerra al terrorismo, un giornalista chiese a Donald Rumsfeld: “In questo nuovo scenario, cos’è che costituisce una vittoria? Intendo dire, Weinberger, nel 1987, stabilì una serie di regole molto chiare per l’impiego delle forze USA. Una di esse riguardava obiettivi chiari, raggiungibili militarmente, in grado di determinare la fine delle operazioni. Qual è, dunque, la vostra idea prioritaria di vittoria in questo caso?” “Questa è un’ottima domanda sulla vittoria.”, rispose Rumsfeld. “Porrei la questione in questi termini. Credo che, difficilmente, potremmo cambiare la natura umana.” Inoltre: “Dopo la Guerra Fredda e la Guerra del Golfo, gli altri Paesi hanno recepito che sia meglio non competere con gli eserciti, la marina e l’aeronautica, quindi, alcuni stanno cercando modi asimmetrici per minacciare gli Stati Uniti e l’Occidente. Con l’allentamento della tensione e la successiva proliferazione di focolai, si consente ad alcuni di mettere le mani su mezzi sempre più potenti, al punto che arriviamo a parlare non di migliaia ma di centinaia di migliaia di potenziali vittime… Dobbiamo riconoscere l’enormità della minaccia e l’entità di un fenomeno per cui vi sono persone disposte a dare la vita, come fecero i dirottatori di quegli aerei, allo scopo di colpirci.” Il termine asimmetrico nel passaggio citato si rifà alla “guerra asimmetrica”, espressione usata dagli strateghi militari per descrivere strategie che includono il terrorismo. La guerra asimmetrica consente di affrontare un nemico più forte, utilizzando scarse risorse economiche e militari. Dopo avere, quindi, ammesso che il dominio imperiale degli Stati Uniti era, esattamente, la causa per cui attentatori suicidi avevano lanciato aerei contro i grattacieli americani, Rumsfeld pervenne, finalmente, a rispondere alla domanda. “Quindi, qual è la vittoria? Io dico che vittoria sarebbe convincere gli americani e il resto del mondo che questa non è una questione che si risolve velocemente nell’arco di un mese, di un anno o cinque anni. È una cosa che è necessario fare per poter continuare a vivere in un mondo di armi potenti e di persone disposte a usarle. E possiamo riuscirci, come Paese. Secondo me, la vittoria è questa.” Rumsfeld è un uomo scaltro, quindi, cogliere il reale significato delle sue parole richiede una attenta lettura. A prima vista, si sarebbe tentati di credere che intendesse dire che una vittoria, per gli Stati Uniti, sarebbe consistita nel mantenimento delle sue armi potenti. In realtà, stava ammettendo che, perfino, come superpotenza, gli Stati Uniti non sarebbero stati in grado di impedire al resto del mondo di possedere armi potenti, con le quali colpirli. Pertanto, se il terrorismo non poteva essere sconfitto, intendeva Rumsfeld, era necessario modificare il modo di vedere il problema, guardando oltre l’aspettativa di una fine della guerra al terrorismo. Per riassumere, la sua definizione di vittoria diveniva “convincere gli americani” che una vera vittoria non vi sarebbe stata e che la guerra sarebbe potuta continuare a tempo indeterminato. George W. Bush spiegava, sinteticamente, il concetto, nell’aprile del 2003, dopo avere visitato i soldati feriti della guerra in Iraq: “Ho ricordato loro e alle loro famiglie che la guerra in Iraq è, davvero, una guerra per la pace.” Un perfetto esempio di doublespeak! La realtà, l’essenza della guerra, mai come oggi – dopo la presa di Baghdad, dopo l’11 settembre, dopo il Kosovo, la Somalia, i conflitti della ex-Jugoslavia e la Guerra del Golfo – si nasconde dietro un apparente paradosso: è vera e non è vera, vi sono i morti e non vi sono, o non sono quelli che vediamo e che ci vengono raccontati; e le vittime sono reali – quando non vengono derubricate, come ai tempi delle guerre umanitarie, nei termini di danni collaterali – ma sono, sempre, altrove e in numero diverso da quello annunciato. NON ARCHIVIATE IL CASO ALPI-HROVATIN! Daniela Zini http://donneindivenire.blogspot.it/2017/11/nassirya-14-anni-dopo-di-daniela-zini.html
Link kopieren
WhatsApp
Facebook
E-Mail
X