Petition updateNon archiviate il caso Alpi-Hrovatin!MARCO MANDOLINI, CAPOSCORTA DEL GENERALE LOI IN SOMALIA, ERA IL PRIMO MALATO DA URANIO IMPOVERITO?

Daniela ZiniRoma, Italy

Sep 29, 2017
Era la sera del 13 giugno 1995.
Sulla scogliera un bambino tedesco in gita con i genitori si affaccia sotto un anfratto e scorge il cadavere di un uomo.
Intorno vistose macchie di sangue.
Inizia il solito via vai di auto con i lampeggiatori e le sirene, la polizia, i carabinieri, il magistrato, il medico legale, i cronisti, i fotoreporters, curiosi
Solo dopo molte ore si apprende che quel corpo trafitto da quarantuno coltellate vibrate con violenza, è di Marco Mandolini, 36 anni, nativo di Lumana (Ascoli Piceno) dove vivono la madre e quattro fratelli.
Mandolini è stato capo scorta del generale Bruno Loi, durante la missione "Restore Hope" in Somalia, e ,prima ancora, del generale Franco Angioni.
Marco Mandolini maresciallo capo, atletico, conoscitore delle arti marziali, incursore della Folgore, all'epoca era in licenza per malattia.
Fino a qualche settimana prima era alla base tedesca di Weingarten, dove ricopriva il ruolo di istruttore.
Parlava correntemente tre lingue.
Addestrato per le operazioni a rischio, era costantemente in prima linea e al comando del gruppo sicurezza dello stesso generale Loi.
Un Rambo dei nostri corpi scelti, del fior fiore dell'esercito.
"Un vero amico",
secondo il generale Loi,
"un professionista preparato, valido, efficiente, molto coraggioso e di assoluta e totale fedeltà."
Per "Aquila uno", come viene chiamato il generale Loi, la morte di Mandolini è stata "una grave perdita per l'esercito, per la Brigata dei paracadutisti e in particolare per il Battaglione Col Moschin".
Le indagini si presentano subito difficoltose.
Se ne occupano carabinieri, squadra mobile, servizi di sicurezza dell'esercito, magistratura.
"Si indaga a 360 gradi.",
dirà il pubblico ministero Elsa Iadaresta.
Il parà, nonostante avesse ottenuto una licenza di convalescenza di 30 giorni dalla base Nato in Germania, passati in parte presso l'ospedale di Livorno, per accertamenti su una presunta affezione epatica, continuava ad andare a dormire in caserma.
Le indagini ricostruiscono le sue ultime ore di vita.
Marco Mandolini era solo quando martedì 13 giugno 1995 lasciò l'auto, una Mercedes, sull'Aurelia, e scese lungo la scogliera per prendere un po' di sole.
Il paracadutista, come stabilì la necroscopia, era stato aggredito e colpito da nunerose coltellate (quarantuno) e finito con un grosso sasso che gli aveva fracassato il cranio.
Il cadavere giaceva sulla scogliera in una larga pozza di sangue.
Presentava profonde lesioni alla testa.
I medici legali nella lora perizia affermarono che "era stato un combattimento di estrema violenza, contro un aggressore forse dotato dalla stessa prestanza fisica del maresciallo Mandolini".
Le ferite, secondo i periti Domenici e Bassi, erano state provocate "da un'arma con una lama larga, inferte con notevole forza come è stata dimostrata dall'assassino quando ha sollevato e lasciato cadere sulla testa di Mandolini un masso di 25 chili".
Dunque l'assassino, per gli esperti di medicina legale, doveva avere una conoscenza e una pratica di tecniche militari di combattimento corpo a corpo almeno pari a quelle di Mandolini.
Nel diario del maresciallo dei carabinieri Francesco Aloi è scritto:
"E' morto anche il maresciallo Mandolini, non c'è male come sceneggiata. Solo un incursore può uccidere un altro incursore."
https://www.youtube.com/watch?v=YhUxysc-IEY
https://www.youtube.com/watch?v=X2Y82Btbzos
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