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Il fisco a due velocità: il dipendente paga subito, l’evasione può aspettare - TERNITODAY

Raffaele AmiciRome, Italy
Aug 3, 2026

Ci sono argomenti che fanno discutere, altri che indignano. Quello delle tasse pagate dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, appartiene certamente alla seconda categoria, perché mostra l’esistenza di un sistema fiscale che sembra procedere con due marce completamente diverse: una marcia è veloce, automatica e praticamente infallibile, è quella applicata ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, ai quali imposte, addizionali e contributi vengono trattenuti

direttamente prima ancora che lo stipendio o la pensione siano materialmente accreditati. L’altra marcia è lenta, incerta e faticosa ed è quella che entra in funzione quando lo Stato deve controllare i redditi dichiarati, individuare quelli nascosti, contestare gli omessi versamenti e tentare di recuperare

le somme non pagate. Ed è proprio in questa differenza che nasce una delle più profonde disuguaglianze del sistema tributario italiano.

Le promesse elettorali: “Lotta senza quartiere all’evasione fiscale”
Ogni Governo che si è insediato e che è succeduto, ha promesso più controlli, maggiore equità, semplificazione, digitalizzazione e recupero delle imposte sottratte alla collettività. Le parole cambiano leggermente, ma il copione rimane quasi sempre lo stesso. Durante la campagna elettorale si mostrano i muscoli, si annunciano miliardi da recuperare, si promette di far pagare finalmente chi non ha mai pagato. Poi trascorrono gli anni, cambiano i governi, vengono approvate nuove sanatorie, definizioni agevolate, rottamazioni, proroghe e rateizzazioni, mentre una parte consistente delle somme accertate continua a non essere riscossa.

Nel frattempo, la pressione fiscale complessiva italiana nel 2025 ha raggiunto il 43,1% del prodotto interno lordo, in aumento rispetto al 42,4% del 2024. Le entrate aumentano, i contribuenti sottoposti al prelievo automatico continuano a pagare e i costi della macchina pubblica sembrano il celebre rotolone che non finisce mai, con una differenza: qui a non finire mai sono i costi della cosa pubblica e le promesse di ridurle.

 
Dipendenti e pensionati non posso scegliere, devono solo pagare 
Per il lavoratore dipendente non esiste alcuna possibilità di rinviare il pagamento dell’Irpef sulla retribuzione ordinaria. Il datore di lavoro opera come sostituto d’imposta: calcola le ritenute, le sottrae dalla retribuzione e le versa all’erario. Lo stesso avviene per il pensionato: l’Inps, in qualità di sostituto d’imposta, calcola e trattiene direttamente Irpef e addizionali dal rateo pensionistico. Il pensionato riceve quindi un importo già decurtato delle imposte dovute. Non esistono esitazioni, ritardi amministrativi o problemi organizzativi dello Stato: il prelievo viene effettuato immediatamente. 

Il dipendente e il pensionato non possono decidere di pagare l’anno successivo, di non pagare, attendere un controllo, opporsi a un accertamento o sperare che il credito cada in prescrizione. Pagano prima ancora di poter disporre del proprio denaro.

L’altra marcia del sistema fiscale sulle partite Iva
Completamente diverso è il meccanismo che riguarda i redditi d’impresa e di lavoro autonomo. In questi casi, il contribuente determina, dichiara e versa le proprie imposte, salvo le ritenute d’acconto applicate in alcune attività professionali e gli altri strumenti di controllo previsti dalla normativa. La differenza tecnica è evidente: mentre per il dipendente l’imposta viene prelevata alla fonte, per il lavoratore autonomo e per l’impresa il sistema dipende in misura molto maggiore dalla correttezza della contabilità, della dichiarazione e dei versamenti effettuati. Questo non significa affatto che tutti i lavoratori autonomi siano evasori.

Milioni di commercianti, artigiani, professionisti e piccoli imprenditori dichiarano correttamente i propri redditi, pagano imposte e contributi e affrontano spesso difficoltà economiche, costi amministrativi e una burocrazia opprimente. Trasformare il dibattito in una guerra tra dipendenti e autonomi sarebbe quindi profondamente sbagliato.

Il problema non è stabilire quale categoria sia composta dai “buoni” e quale dai “cattivi”, il problema è capire perché lo Stato riesca a prelevare immediatamente ogni euro dalle buste paga e dalle pensioni, ma incontri enormi difficoltà quando deve prevenire, accertare e recuperare le imposte non dichiarate o non versate.

L’apparato fiscale dello Stato deve operare secondo l’articolo 53 della nostra Costituzione: “Tutti devono pagare le tasse per le spese dello Stato in base alla propria ricchezza”, aggiungendo che le tasse stesse devono crescere in percentuale per chi guadagna di più.

Il dato che fa indignare
Secondo la Relazione 2025 del ministero dell’economia e delle finanze, nel 2022 il tax gap complessivo tributario e contributivo è stato stimato in un intervallo compreso tra 98,1 e 102,5 miliardi di euro.

Il solo divario relativo alle entrate tributarie era compreso tra 89,7 e 90,9 miliardi di euro, pari al 16,9-17% del gettito potenziale.

Il tax gap misura il mancato adempimento degli obblighi di dichiarazione e versamento. Comprende quindi sia i redditi e le imposte non dichiarati, sia le somme regolarmente dichiarate ma successivamente non versate.

Nella media del quinquennio 2018-2022, l’84,3% delle minori entrate tributarie derivava da omessa o infedele dichiarazione, mentre il restante 15,7% era riconducibile a imposte dichiarate ma non versate.

Il dato più impressionante riguarda l’Irpef sui redditi da lavoro autonomo e d’impresa. Nel 2022 il relativo tax gap ha raggiunto 36,95 miliardi di euro, pari al 59,8% dell’imposta potenziale. Di questi, 34,39 miliardi derivavano da omessa o infedele dichiarazione e 2,56 miliardi da imposte dichiarate ma non versate.

Questo non significa che il 59,8% dei lavoratori autonomi sia composto da evasori. La percentuale riguarda gli importi dell’imposta potenziale non acquisita e non il numero dei contribuenti. Occorre anche rilevare che, pur essendo aumentato in valore assoluto, nel 2022 il tax gap ha ridotto

la propria incidenza sul gettito potenziale. Il Mef quantifica in circa 2,2 miliardi di euro il miglioramento dell’adempimento spontaneo rispetto all’anno precedente, dovuto soprattutto alla riduzione della propensione al gap dell’Iva.

Il vero scandalo non è soltanto l’evasore
Di fronte a questi numeri, è facile puntare il dito contro il commerciante, l’artigiano, il professionista o l’imprenditore. Ma fermarsi qui sarebbe troppo semplice e, soprattutto, servirebbe a nascondere le responsabilità del

sistema. La domanda dovrebbe essere un’altra: come è possibile che uno Stato dotato di banche dati, fatturazione elettronica, dichiarazioni telematiche, comunicazioni finanziarie e strumenti di controllo, non riesca a intervenire tempestivamente? Perché bisogna attendere anni prima di accertare che un’imposta non è stata dichiarata? Perché un debito deve essere affidato alla riscossione, quando il debitore ha già cessato l’attività, è fallito, è deceduto o non possiede più beni aggredibili? Perché lo Stato continua ad accumulare crediti formalmente esistenti, ma sostanzialmente inesigibili?

Nel marzo 2025, durante un’audizione parlamentare, la Corte dei conti ha evidenziato che soltanto il 5,7% del carico residuo contabile della riscossione era considerato ancora utilmente riscuotibile. Questo dato, cambia completamente la prospettiva e non siamo più soltanto davanti al contribuente

che non paga, siamo davanti a un sistema che scopre troppo tardi il mancato pagamento, produce atti, cartelle, notifiche e procedure esecutive, ma arriva spesso quando le possibilità concrete di recuperare il denaro sono ormai minime.

La rabbia dei dipendenti deve avere il giusto destinatario
I lavoratori dipendenti e i pensionati avrebbero tutte le ragioni per arrabbiarsi ma, la loro rabbia non dovrebbe essere indirizzata indistintamente contro i lavoratori autonomi, dovrebbe essere rivolta verso chi ha costruito e mantenuto un sistema fiscale nel quale alcuni contribuenti pagano inevitabilmente e immediatamente, mentre per altri l’effettivo pagamento dipende dalla capacità dello Stato di controllare e riscuotere. Una capacità che, osservando il magazzino fiscale, appare largamente insufficiente.

Il dipendente non deve sperare che l’Agenzia delle entrate si accorga del suo reddito, lo Stato lo conosce già. Non deve essere raggiunto da una cartella di pagamento, le imposte sono già state trattenute. Non può attendere una rottamazione, ha già pagato per intero. Non può beneficiare della prescrizione di un’imposta che non è mai riuscito a trattenere. Il denaro è stato prelevato prima che arrivasse sul suo conto corrente. Le tasse hanno davvero due marce?

Possiamo quindi affermare che in Italia le tasse procedono con due differenti velocità di cui la prima è immediata, automatica e inesorabile ed è quella del prelievo alla fonte applicato a dipendenti e pensionati.

 Mentre la seconda è quella dell’autodichiarazione, dei controlli successivi, degli accertamenti, dei ricorsi, delle cartelle, delle rateizzazioni, delle rottamazioni e delle procedure esecutive, un sistema elefantiaco che produce dei costi altissimi per la sua gestione, costi che poi si riflettono sullo Stato e sui cittadini. Come dire? Il cane che si morde la coda.

Una marcia che entra spesso con decine di anni in ritardo e che, quando finalmente entra, può trovare davanti a sé un contribuente insolvente o un credito ormai difficilmente recuperabile. Il risultato è che il peso delle inefficienze viene inevitabilmente trasferito su chi già paga.

Quando una parte delle imposte non viene incassata, lo Stato non smette di spendere. Deve finanziare sanità, pensioni, stipendi pubblici, infrastrutture, interessi sul debito e servizi. Le entrate mancanti devono quindi essere compensate attraverso maggiore imposizione, nuovo debito, riduzione dei servizi o ulteriori controlli sui contribuenti più facilmente raggiungibili. E i contribuenti più facilmente raggiungibili sono sempre gli stessi.

Prevenire prima di riscuotere
La soluzione non può consistere soltanto nell’aumentare pignoramenti, ipoteche e fermi amministrativi quando il debito è ormai diventato enorme, la riscossione coattiva rappresenta l’ultima fase del problema. Lo Stato dovrebbe intervenire prima: prevenire è meglio che curare. La fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi, la maggiore tracciabilità delle

operazioni e la diffusione degli strumenti di pagamento elettronici hanno contribuito al miglioramento della compliance, in particolare nel settore dell’Iva. Questa dovrebbe essere la strada: prevenzione, interoperabilità delle banche dati, controlli selettivi tempestivi e segnalazioni immediate delle anomalie.

Quando un’impresa dichiara ricavi ma non versa sistematicamente Iva, imposte o contributi, il problema dovrebbe emergere in pochi mesi, non dopo anni. Quando un’attività accumula debiti incompatibili con la propria capacità economica, dovrebbe essere attivato un percorso tempestivo di regolarizzazione, ristrutturazione o cessazione. Continuare a produrre debiti che nessuno potrà mai pagare, non è lotta all’evasione, è semplice contabilità dell’insolvenza. Mentre nella nostra vecchia generazione, c’era la carta che doveva essere letta e i tempi erano decisamente lunghi, oggi lo Stato attraverso i sistemi informatici e digitali è a conoscenza in tempo reale della nostra situazione economica, finanziaria e patrimoniale e può intervenire subito senza dover attendere tempi elefantiaci.

La riforma fiscale oggi non è più rinviabile, una soluzione c’è
Non ho la presunzione di possedere la soluzione definitiva al problema dell’evasione fiscale. Tuttavia, una riforma seria dovrebbe partire da un principio semplice: le imposte devono essere accantonate e versate nel momento in cui il denaro viene incassato, non quando è ormai stato speso o non è più disponibile. 

La relazione del ministero dell’economia distingue l’evasione derivante dall’omessa o infedele dichiarazione dalle imposte regolarmente dichiarate ma non versate. Nella media del periodo 2018-2022, queste ultime rappresentavano il 15,7% delle minori entrate tributarie. Per l’Iva, la quota degli omessi versamenti superava addirittura il 31% del relativo tax gap. Ed è proprio su questa parte del problema che potrebbe intervenire la banca.

La banca come sostituto operativo d’imposta

Tutto, ormai, transita attraverso il sistema bancario: incassi, bonifici, carte di pagamento, addebiti diretti e pagamenti elettronici. La mia proposta è quella di attribuire alla banca, per legge, il ruolo di intermediario fiscale e sostituto operativo nel versamento dell’Iva. Il conto corrente aziendale dovrebbe essere collegato al sistema di interscambio e ai dati della fatturazione elettronica. Al momento dell’incasso di una fattura, la banca separerebbe automaticamente: l’importo imponibile, reso disponibile all’impresa e l’Iva, accantonata in un conto fiscale vincolato.

L’impresa, quindi, non potrebbe più utilizzare per altre finalità un’imposta che ha incassato dal cliente per conto dello Stato. Mensilmente o trimestralmente, il sistema effettuerebbe il conguaglio tra l’Iva incassata sulle vendite e l’Iva pagata sugli acquisti ed eventuali note di credito, esenzioni e regimi fiscali particolari. Se il saldo fosse a debito, la banca verserebbe automaticamente l’importo allo Stato. Se risultasse un credito Iva, questo rimarrebbe nella disponibilità fiscale dell’impresa o sarebbe rimborsato secondo le procedure previste.

Non basterebbe, naturalmente, leggere una semplice movimentazione bancaria. Il sistema dovrebbe incrociare il pagamento con la relativa fattura elettronica, distinguendo aliquote, operazioni esenti, reverse charge, note di credito e transazioni internazionali. Ma oggi le tecnologie e le banche dati necessarie esistono già.

Dalla riscossione tardiva alla prevenzione
Una riforma di questo tipo, non eliminerebbe tutta l’evasione fiscale, perché non risolverebbe automaticamente il problema dei ricavi completamente nascosti o delle operazioni effettuate in nero. Potrebbe però impedire che miliardi di euro di imposte già dichiarate e incassate, vengano successivamente utilizzati dall’impresa e mai versati allo Stato.

Questo significherebbe passare da un sistema che interviene dopo anni, attraverso avvisi, cartelle, ipoteche e pignoramenti, a un sistema che previene il debito prima ancora che possa formarsi. Lo stesso principio potrebbe essere progressivamente applicato anche alle imposte sui redditi.

Attraverso i dati delle fatture elettroniche, dei costi, delle retribuzioni e degli altri elementi contabili, il sistema potrebbe calcolare periodicamente un accantonamento fiscale, evitando che l’imprenditore arrivi alla scadenza senza avere più la liquidità necessaria per pagare. Non si tratterebbe di eliminare il controllo umano, ma di costruire una contabilità fiscale sempre più automatizzata, trasparente e aggiornata in tempo reale.

Anche il ruolo dei commercialisti cambierebbe. Non sarebbero più soltanto centri di raccolta ed elaborazione dei dati, ma diventerebbero sempre più consulenti dell’impresa, chiamati a programmare investimenti, verificare la correttezza fiscale, prevenire crisi di liquidità e assistere il contribuente nelle scelte economiche. 

La vera riforma fiscale non dovrebbe limitarsi ad aumentare sanzioni e controlli ma, impedire che il denaro destinato alle imposte venga confuso con quello realmente appartenente all’impresa. Perché l’Iva incassata non è un ricavo, è denaro riscosso per conto dello Stato. E se lo Stato vuole davvero combattere l’evasione, deve intervenire nel momento in cui quel denaro transita, non anni dopo, quando spesso non esiste più.

Non servono nuovi slogan
La vera equità fiscale non consiste nel promettere periodicamente una nuova “caccia agli evasori”, consiste nel costruire un sistema nel quale tutti paghino in modo proporzionato, tempestivo e sostenibile.

Un sistema che distingua l’evasore intenzionale dall’imprenditore realmente insolvente, che intervenga subito sulle anomalie, che non attenda dieci o vent’anni prima di tentare il recupero. Che non trasformi i crediti fiscali in montagne di carta prive di valore e, soprattutto, che non faccia ricadere sui lavoratori dipendenti e sui pensionati il costo dell’inefficienza pubblica. Perché il principio dovrebbe essere semplice: le tasse devono essere pagate da tutti, non soltanto da coloro ai quali lo Stato riesce a prelevarle prima ancora che possano ricevere il proprio reddito.

E nella logica generale, il dipendente non deve pagare di più perché lo Stato non è riuscito a incassare dagli altri e il pensionato non può diventare il contribuente perfetto soltanto perché è quello più facile da tassare. L’equità fiscale comincia quando la velocità del prelievo non dipende dalla categoria alla quale si appartiene. Fino a quel momento continueremo ad avere un Fisco a due marce: velocissimo con chi non può sfuggire e drammaticamente lento con chi dovrebbe essere controllato.

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Il Fisco a due velocità: il dipendente paga subito, l’evasione può aspettare
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