Atualização do abaixo-assinadoPoste Italiane, non lasciare a casa 100 lavoratrici e lavoratori #siamotuttiuptime100 buoni motivi per essere tutti UPTIME

#SIAMOTUTTIUPTIME
12 de dez. de 2015
Cento buoni motivi per essere tutti “Uptime”
Fulvio Colucci
Per sostenere una protesta basta un motivo. La dignità. Parola dimenticata ma non dai lavoratori del call center “Uptime” di Roma: la dignità; la sua difesa attraverso il lavoro. Ma di motivi buoni, una vertenza come quella di Uptime ne ha cento. E’ il numero degli occupati del call center di Poste Italiane e Sda, in maggioranza donne. Il posto di lavoro, a quelle latitudini, è ormai meno di un’ipotesi se non interverrà la “clausola sociale” a impedire davvero il “pacco natalizio”, cioè i licenziamenti. Però donne e uomini di Uptime non mollano, pur temendo l’epilogo peggiore: stringere tra le mani a Natale non un regalo ma il “pacco” preparato da Poste Italiane, come gridavano qualche giorno fa durante una manifestazione a Montecitorio. Quel “pacco”, preparato dopo l’affidamento ad altre società del servizio che svolgevano, li spedirebbe a casa dopo quindici anni.
Cento motivi, tutti buoni. Specie se declini il lavoro al tempo futuro. Tempo che non aspetta tempo. Il futuro di uomini e donne, soprattutto donne; il destino di tante famiglie con figli. Lavoro. E dignità. Nella “Zattera” ho scritto, a proposito di chi opera in un call center, che l’occupazione da “gioco” si trasforma in necessità assoluta di sopravvivenza: “Insieme stressante routine e consapevolezza di dover sognare un futuro diverso, se non per sé per i propri figli. In mezzo la lotta sindacale incessante, alla conquista di diritti sempre da difendere e una dignità da mantenere aggrappandosi all’albero maestro della propria esistenza di fronte alle logiche ferree del profitto” e alla sempre più diffusa “assenza di domande su un destino comune.”
Sono le domande, è la domanda – quella sul destino comune di chi difende la dignità del lavoro - che sale dalla vertenza Uptime e sollecita, scuote, urge, impone risposte. Non è soltanto una mera questione sindacale. Ce lo hanno dimostrato, in questi mesi di lotta, gli operatori impegnati nella strenua difesa del proprio posto, in una trincea costruita con metodo e passione, giorno per giorno, protesta dopo protesta. E’ la realizzazione di quello che ancora la “Zattera” spiega: nessuna “politica” consolerà i lavoratori. Perché la politica dovrebbe comprendere, fino in fondo, quanto formidabile, nella semplicità della richiesta di attenzione, sia lo spaccato umano di chi è sbattuto al vento del bisogno e leva un grido al di là della vertenza.
Se Poste Italiane dice sì allo “spezzatino”, ripartendo lo scorso 25 novembre – ricordano i sindacati – il lavoro di Uptime in più lotti, affidandosi ad altre società in nome del massimo ribasso, con telefonate dal costo irrisorio di 29,33 centesimi al minuto, tramonta la possibilità di un lavoro e di una retribuzione decorosi. Ecco perché la vertenza Uptime è centrale per il Paese. Per una questione di dignità. L’Italia non può dimenticarlo. Non può dimenticarlo un ente pubblico come Poste Italiane.
Anche perché, i sindacati hanno lanciato l’allarme sull’affidamento dell’attività di call center a società molto discusse e con conosciuti problemi di liquidità e contenziosi con lo Stato per mancato pagamento di Iva e contributi. A meno di un mese dall'approvazione della clausola sociale alla Camera sarebbe una beffa non salvare i posti di lavoro di Uptime. I rappresentanti dei lavoratori temono per i cento lavoratori di Uptime, già dipendenti Sda e che operano come personale di Poste Italiane, una lunga stagione di declino professionale che sfocerà, alla fine dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali, nella inevitabile chiusura del rapporto di lavoro. Come arrestare il declino?
Urge porre attenzione. Urge accelerare in Senato l’approvazione definitiva della clausola sociale per la salvaguardia della continuità lavorativa nei call center. Urge intervenire nel settore per stroncare i massimi ribassi ed evitare l’allungarsi dell’ombra della criminalità su un pezzo di economia del Paese assai appetibile e già nel mirino del malaffare.
Ci sono parlamentari come Marco Miccoli, Luisa Albanella, Emiliano Minnucci che hanno sostenuto e sostengono la vertenza Uptime, ma la loro voce non può restare isolata. Il governo deve risolvere la vertenza intervenendo con decisione.
Ecco perché non io che scrivo, non tutti coloro i quali hanno preso a cuore la questione, ma l’intero Paese deve fare proprio il grido di questi operatori. Siamo tutti Uptime, siamo tutti sulla stessa zattera, se affondano lavoro e dignità.
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