Per una Unione europea più vicina e partecipata

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Il problema

Per una Unione europea più vicina e partecipata

Un appello ai cittadini europei, alle organizzazioni della società civile e alle istituzioni dell'Unione

NeXt Nuova Economia per Tutti, in sinergia con le organizzazioni presenti nella sua rete e le organizzazioni che vorranno aderire e sostenere l’iniziativa, propone questa riflessione ai cittadini europei, alle organizzazioni della società civile e alle istituzioni dell'Unione. Come cittadini europei, come rete impegnata nella trasformazione sociale, civile ed economica del continente e comeoperatori e studiosi che riflettono sul ruolo, sulle responsabilità e sulle potenzialità dei corpi intermedi, avvertiamo il dovere di contribuire al dibattito sul futuro dell'Europa.

Nel rispetto dell’autonomia e della pluralità delle organizzazioni che compongono la rete di NeXt Economia, si intende offrire un contributo per rafforzare il progetto europeo, nella convinzione che l'Unione possa e debba essere un protagonista autorevole della pace, del diritto, dello sviluppo sostenibile, nella cooperazione interna e internazionale. Questa proposta costituisce una piattaforma aperta a contributi esterni, per costruire un percorso politico graduale e coerente, che generi consenso e sperimenti soluzioni concrete.

Premessa. Il disordine globale, la sovranità frammentata e la scelta di futuro
Il quadro internazionale è segnato da una crescente instabilità geopolitica, dal progressivo indebolimento del multilateralismo tradizionale, e dalla messa in discussione di principi e regole che, dopo la Seconda guerra mondiale,hanno costituito il fondamento dell'ordine internazionale. La competizione economica globale, le rivoluzioni tecnologica e ambientale, il riemergere dei conflitti armati, le nuove aggregazioni geopolitiche emergenti stanno modificando in profondità gli equilibri sui quali si è costruita la cooperazione internazionale.

Siamo di fronte ad un passaggio decisivo: perseverare in una integrazione europea incompiuta o attivare i presupposti di un ordine politico in grado di darle forma e direzione. Da una parte, vi è la possibilità che l’Europa resti ciò che oggi è: uno spazio economico avanzato, regolato, ma una debole capacità politica interna e internazionale, esposta alle dinamiche dei mercati globali e alle pressioni degli imperi che rinascono. In questo scenario, l’interdipendenza continua a produrre fragilità, la sovranità si disperde, la democrazia si indebolisce. Dall’altra, si apre la prospettiva di una Unione europea, fondata su una sovranità condivisa, che integra economia, istituzioni e società dentro un orizzonte comune. La linea di divisione non passa fra più o meno Europa, ma fra impotenza organizzata e capacità di governo.

Rimanere nell’assetto attuale significa accettare una forma di integrazione che non riesce a produrre né unità politica né piena partecipazione democratica. Significa lasciare che il mercato continui a operare senza coordinamento reale, e che le diseguaglianze territoriali e sociali si riproducano come esito strutturale. L’obiettivo è quello di valorizzare unaUnione europea che unisca democrazia e una nuova economia sociale e civile, fondata sui principi condivisi della reciprocità, delle virtù civiche, del benessere collettivo che integri l’economia sociale di mercato, in modo da restituire la capacità di governo alla politica e profondità sociale alla democrazia. Questa è la scelta che si pone oggi all’Europa e che questo documento fa propria.

I.   L'asimmetria strutturale tra mercato e cittadinanza
L’Unione europea nasce dalla promessa comune, fra i sei Paesi fondatori, del dovere della pace e dalla consapevolezza che per questo è necessaria   una collaborazione sempre più stretta.  Essa rappresenta la più originale esperienza di integrazione giuridica, economica e politica della storia contemporanea. Ed è una storia di successo, segnata da continui processi di allargamento e da richieste di ingresso da parte di numerosi altri Paesi. Gli Stati membri hannoprogressivamente costruito un mercato interno, definito "uno spazio senza frontiere interne nel quale è assicurata lalibera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali", con una moneta comune per la maggior parte di essi, e con politiche comuni fondate su un articolato sistema di regole certe e condivise. L'integrazione ha consentito così di promuovere la crescita, di rafforzare la competitività garantendo livelli elevati di tutela dei consumatori, e di rendere l’Unione uno dei principali attori economici mondiali.

Parallelamente, grazie al contributo della Corte di giustizia ed all’adozione nel 2000 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il processo di integrazione ha favorito la graduale affermazione di una comunità di diritto e di diritti tutelati in numerosi ambiti della vita economica, sociale e politica, consolidando così un patrimoniocostituzionale comune che rappresenta oggi il principale fattore dell’identità europea. Una identità che ha conformato nel tempo l’azione politica europea rendendo l’Unione non soltanto un ordinamento tra i più avanzati al mondo, ma anche un attore protagonista a livello globale nella promozione dei diritti umani, della salvaguardia ambientale e della solidarietà tra i popoli.

E, tuttavia, la crescente complessità delle sfide del tempo ha evidenziato i limiti di un'integrazione che, pur avendo costruito uno spazio economico sempre più unitario, fatica ancora a sviluppare una capacità politica altrettanto coesa. La questione non riguarda soltanto la capacità delle istituzioni dell'Unione di orientare unitariamente i grandi processi economici e sociali che rimane condizionata da assetti decisionali ancora fortemente frammentati. Essa investe il rapporto stesso tra mercato, democrazia e società. Quando i processi economici si sviluppano su scala europea e globale, mentre la partecipazione politica e la rappresentanza politica e sociale restano prevalentemente organizzateentro i confini statali, ostaggio degli egoismi nazionali senza la consapevolezza della complessità delle sfide e la visione del futuro, cresce inevitabilmente la distanza tra cittadini e processi decisionali, alimentando sfiducia,frammentazione e disaffezione nei confronti delle istituzioni.

Le trasformazioni determinate dalla globalizzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia, dall’innovazione tecnologica e dalla crescente competizione geopolitica, in un pianeta che avrebbe sempre più bisogno di cura, hanno ulteriormente ampliato tale divario. La partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, delle formazioni sociali e dei territori è la strada per restituire alla dimensione democratica la capacità di orientare i processi economici verso finalità condivise e rispondenti ai valori europei. La persistente asimmetria tra integrazione economica e integrazione politica costituisce una delle principali fragilità dell'attuale costruzione europea. L'Europa dispone oggi di un mercato ampiamente integrato, ma non sempre di strumenti politici altrettanto efficaci per governarne gli effetti economici e sociali. Le risposte politiche alle grandi sfide della contemporaneità, che da tempo trascendono i confini statali, continuano spesso ad essere elaborate secondo logiche prevalentemente nazionali.

Questa asimmetria non rappresenta soltanto una questione di assetto istituzionale. Essa produce conseguenze concretesulla qualità della democrazia europea. L’economia non costituisce infatti una realtà autonoma rispetto alla politica. Il mercato europeo, libero e concorrenziale, è esso stesso il risultato di scelte politiche fondamentali. Molte delle criticità che oggi attraversano l’Europa trovano origine proprio in questa asimmetria. La competizione fiscale tra Stati membri, le persistenti disuguaglianze territoriali e sociali, la frammentazione delle politiche industriali, la dipendenza energetica, le difficoltà nella gestione delle grandi transizioni ecologica e digitale non costituiscono fenomeni isolati,ma manifestazioni di uno squilibrio strutturale tra il livello al quale operano i processi economici e quello nel quale continuano prevalentemente a formarsi le decisioni politiche.

La crisi dell’Unione europea è pertanto anche una crisi legata alla progressiva separazione tra economia, istituzioni esocietà. Ridurre questa asimmetria significa rafforzare la fiducia dei cittadini nel progetto europeo e creare le condizioni per una crescita capace di coniugare competitività, coesione sociale, sostenibilità ambientale e partecipazione democratica. Come ricordava Robert Schuman (Pour l'Europe, 1963), l'Europa non nasce comesemplice costruzione istituzionale, ma come un processo fondato su realizzazioni concrete capaci di generaresolidarietà di fatto. Oggi tale solidarietà richiede una nuova stagione di partecipazione, nella quale cittadini, corpi intermedi e istituzioni concorrano stabilmente alla costruzione dell'interesse generale europeo.

II.    Verso un'Unione politica: la nuova economia sociale e civile
Colmare l'asimmetria tra integrazione economica e integrazione politica deve rappresentare una delle principali sfide che l'Unione è chiamata ad affrontare per proseguire coerentemente il percorso delineato dal Trattato di Lisbona. In questa prospettiva, il rafforzamento dell’Unione richiede una più efficace capacità di esercitare una sovranità condivisa per risolvere problemi che nessuno Stato, agendo isolatamente, potrebbe affrontare.

La sicurezza energetica, la competitività industriale, la regolazione dei mercati digitali e dell'intelligenza artificiale, la tutela dell'ambiente e il contrasto ai cambiamenti climatici, la ricerca scientifica, le politiche sociali e industriali, la protezione dei consumatori, la sicurezza comune, il fenomeno migratorio e la cooperazione internazionale, richiedono interventi dell’Unione che non limitano la  sovranità degli Stati, ma rappresentano la condizione necessaria per affrontare i problemi comuni grazie alla sovranità comune. Per questa ragione, il rafforzamento dell'Unione europearichiede una riflessione sul modo in cui rinnovare l’equilibrio tra politica, economia e società, valorizzando il contributodei cittadini, dei territori e delle organizzazioni che compongono il tessuto civile europeo per affrontare, insieme ai partitipolitici e alle istituzioni, le trasformazioni economiche e sociali del nostro tempo.

La proposta “Per una Unione europea più vicina e partecipata” si colloca in questa prospettiva. Essa offre un contributo sul futuro dell’Unione per rafforzarne la dimensione democratica, promuovere una nuova economia sociale e civile e valorizzare il ruolo dei corpi intermedi come elemento essenziale di una governance europea più partecipata,responsabile e vicina ai cittadini. Obiettivi che, facendo leva sui principi di solidarietà, sussidiarietà, partecipazione e responsabilità, si collocano in piena sintonia con i Trattati vigenti. Solo così sarà possibile costruire una Unione capacedi affrontare le grandi trasformazioni del XXI secolo, coniugando competitività e coesione, innovazione e giustizia sociale, sviluppo sostenibile e democrazia.

È così che deve essere interpretato l'obiettivo di una «Unione più vicina e partecipata tra i popoli dell'Europa», ambizione originaria del processo di integrazione. L’obiettivo rimanda alla costruzione di una comunità politica sovranazionale preordinata al raggiungimento di finalità comuni, ma al contempo ancorata al rapporto costante con i cittadini e con le comunità territoriali e sociali. L'integrazione politica risponde all'esigenza di affrontare le grandi sfide globali, e trova il proprio fondamento nei valori che, attraverso le tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, definiscono l'identità stessa dell'Unione. Il Trattato sull’Unione europea delinea un orizzonte finalizzato al rispetto delladignità umana, alla libertà, alla democrazia, all'uguaglianza, allo Stato di diritto e al rispetto dei diritti umani (art. 2), che impegna l'Unione nella promozione della pace, del benessere dei suoi popoli, dello sviluppo sostenibile, di un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, da ridefinire all’interno delle categorie dell’economia civile, quali  la piena occupazione, il progresso sociale, la tutela e il miglioramento della qualità dell'ambiente, la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra le generazioni che l’Unione stessa considera come sue finalità (art. 3).

Da questo quadro emerge un modello di sviluppo profondamente diverso sia da una concezione puramente liberista del mercato sia da una visione esclusivamente redistributiva dell'intervento pubblico. Esso esprime una concezione dell'economia nella quale la crescita, la competitività e l'innovazione costituiscono strumenti al servizio della persona e della comunità. La nuova economia sociale civile non rappresenta pertanto un semplice riequilibrio tra libertà economicae protezione sociale, ma il modello attraverso il quale il mercato viene ricondotto entro un quadro di finalità e valori condivisi, all’interno del quale sviluppo economico, inclusione sociale, sostenibilità ambientale e innovazione si rafforzano reciprocamente. Ne deriva che la competitività non può essere perseguita indipendentemente dalla qualità del lavoro, dalla tutela dell'ambiente, dalla coesione sociale e dalla capacità di generare benessere diffuso. Né lacrescita economica può essere misurata esclusivamente attraverso indicatori quantitativi, ma deve essere valutata anche in relazione alla sua capacità di produrre sviluppo umano, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la coesione territoriale e favorire la partecipazione dei cittadini alla vita economica e sociale.

L' impresa, da mero operatore economico, si eleva a soggetto che produce valore economico e sociale, innovazione, occupazione e sviluppo sostenibile; il lavoro, principale fattore di inclusione sociale, si proietta come strumentofondamentale di realizzazione della persona e, insieme alla tutela del consumatore, di partecipazione democratica e di costruzione della cittadinanza europea; l'innovazione si presenta come strumento di sviluppo condiviso, ovvero quale mezzo per un progresso umano, tecnologico e sociale orientato al miglioramento della qualità della vita, e non come solo vantaggio competitivo; l'ambiente, anziché rappresentare un limite allo sviluppo economico, ne costituisce una condizione essenziale nel segno della sostenibilità e della responsabilità nei confronti delle generazioni presenti e future.Questa visione d’integrazione, che distingue il modello europeo rispetto agli altri grandi sistemi economici mondiali, supera la tradizionale contrapposizione tra efficienza economica, qualità ambientale e giustizia sociale.

Il quadro teorico e istituzionale di riferimento è rappresentato dal Piano d’Azione Europeo per l’Economia Sociale[1] e dal progressivo riconoscimento, a livello comunitario, dell’economia sociale quale ecosistema strategico per la resilienza e la sostenibilità del mercato europeo. L’economia sociale viene definita come un insieme di soggetti privati che operano perseguendo finalità di interesse generale, attraverso modelli di governance partecipativa e orientando la produzione di valore verso obiettivi sociali, ambientali e comunitari. Il rapporto sottolinea come tale prospettiva sia strettamente connessa ai principi dell’economia civile, con particolare riferimento alla centralità della persona, alla reciprocità, alla fraternità economica e alla costruzione di valore condiviso. Tuttavia, mentre l’economia sociale è un modello, l’economia civile è un paradigma e in questo senso, l’economia civile è un perimetro culturale capace di accogliere una pluralità di soggetti economici e sociali maggiore (non solo cooperative ed ETS, ma anche imprese sostenibili, cittadini, distretti, intermediari finanziari e, più in generale, qualsiasi corpo intermedio così come definito in un recente studio condotto presso il CNEL).[2]

Questa pluralità costituisce uno dei principali fattori di resilienza del modello europeo. Essa favorisce la diffusione dell'innovazione, rafforza la coesione sociale, promuove forme di collaborazione tra pubblico e privato e contribuisce alla costruzione di un'economia in grado di coniugare efficienza, responsabilità e sostenibilità. Perché tale patrimonio possa esprimere pienamente il proprio potenziale è tuttavia necessario ripensare il rapporto tra istituzioni e mercato. Lo sviluppo dell'Unione richiede infatti il coinvolgimento stabile anche dell’intero sistema delle formazioni sociali che operano quotidianamente nei territori, nelle comunità locali e nei diversi settori produttivi, contribuendo allacostruzione dell'interesse generale europeo. Una più forte integrazione politica non significa dunque centralizzazione ma capacità di mettere in relazione istituzioni, economia e società all'interno di un progetto comune di sviluppo. Solo così sarà possibile rafforzare la competitività dell'Europa affrontando la coesione sociale e la qualità dell’ambiente sempre più compromesse, promuovendo l'innovazione senza accrescere le disuguaglianze e governando le grandi transizioni in modo equo e sostenibile. È proprio questa esigenza di costruire un rapporto più stretto tra istituzioni e società europee che rende necessario valorizzare il ruolo dei corpi intermedi. Essi rappresentano il luogo nel quale gli interessi diffusi si organizzano, le diverse istanze prendono forma e si traducono in proposte politiche condivise. La loro valorizzazione concorre ad una democrazia europea più partecipata e realmente orientata allo sviluppo sostenibile.

III.   I corpi intermedi come sensori e mediatori della democrazia europea
Il rafforzamento della dimensione politica dell'Unione e la costruzione di una nuova economia sociale e civile dipendono anche da una partecipazione più ampia e strutturata della società organizzata ai processi decisionali.

L'esperienza europea dimostra infatti che la qualità delle decisioni aumenta quando gli assetti istituzionali favoriscono il confronto con gli attori sociali. La ricerca dell'interesse generale europeo a cui sono chiamate le istituzioni rappresentative richiede anche il contributo delle organizzazioni che, nei diversi contesti sociali ed economici, rappresentano bisogni, competenze, esperienze e capacità progettuali. In questa prospettiva, i corpi intermedi costituiscono una componente del patrimonio democratico europeo da valorizzare in funzione della definizione del bene comune.

Non si intende così ripristinare un modello di rappresentanza corporativa e chiusa degli interessi né, tantomeno, attribuire privilegi a specifici gruppi di interesse, quelli più forti, come peraltro oggi di fatto accade, bensì favorire i presupposti di una mediazione tra cittadini e istituzioni, tra interessi settoriali e interesse generale, tra dimensione sociale e livello europeo.  I corpi intermedi si rivelano infatti preziosi proprio per il loro sguardo critico sulla realtà e per la capacità di far avanzare, anche attraverso il dissenso informato e la critica costruttiva, la qualità della democrazia europea. E ciò, al fine di accompagnare, in modo più trasparente e consapevole a livello diffuso, i processi di trasformazione economica e sociale rendendo le politiche europee più aderenti ai bisogni comuni. Questa funzione assume oggi un rilievo ancora maggiore a fronte della complessità delle implicazioni che accompagnano le grandi transizioni, ecologica, digitale, demografica e industriale, che interessano l'Europa.

I corpi intermedi, grazie alla loro presenza diffusa nel tessuto sociale europeo, costituiscono un osservatorioprivilegiato dei cambiamenti in atto. Essi sono in grado di intercettare tempestivamente esigenze e criticità inedite, e disperimentare soluzioni innovative mettendo a disposizione delle istituzioni un ricco patrimonio di esperienze. Per questo motivo possono essere considerati veri e propri sensori della società europea, dal momento che intercettano i bisogni prima che diventino emergenze, favoriscono la diffusione delle buone pratiche nei processi di innovazione e contribuiscono a costruire consenso attorno agli obiettivi prioritari dell'Unione. La tradizione europea ha semprericonosciuto il valore di tali forme di partecipazione organizzata; le quali hanno concorso al modello europeo di sviluppo in quanto principali fattori di equilibrio tra crescita economica, coesione sociale e democrazia.

Del resto, la valorizzazione dei corpi intermedi rende effettivo il principio di sussidiarietà, favorendo una partecipazione responsabile della società civile alla costruzione delle politiche pubbliche, dei partenariati internazionali e della cooperazione tra comunità, rafforzando il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. In una fase storica caratterizzata da crescente complessità, dalla crisi profonda delle forme tradizionali di intermediazione edi partecipazione politica, dalla inedita radicalizzazione della comunicazione nei social, i corpi intermedi possono dare contenuto a quell’ideale della democrazia partecipativa che i Trattati europei già contemplano come complemento decisivo del modello generale di democrazia rappresentativa, e così contribuire a ricostruire quel rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini che rappresenta uno dei capisaldi della democrazia europea. Il principio di sussidiarietà, già riconosciuto dai Trattati quale criterio di esercizio delle competenze dell’Unione, può così sviluppare pienamente la propria dimensione partecipativa richiamando anche le formazioni sociali al compito di concorrere, nel sistema rappresentativo sovranazionale, alla realizzazione dell'interesse generale. Le prospettive di una democrazia europea più partecipata non richiedono quindi soltanto istituzioni più efficienti, ma anche sedi permanenti di dialogo e confrontonelle quali la società civile organizzata possa contribuire stabilmente alla definizione delle politiche europee. In questo quadro si colloca il ruolo del Comitato Economico e Sociale Europeo, principale punto di raccordo istituzionale tra l'Unione e la pluralità delle organizzazioni economiche e sociali che operano nei territori europei.

In sintesi, i corpi intermedi europei costituiscono una vera e propria infrastruttura economica, sociale, civile e democratica in quanto:

-       organizzano il lavoro e ne tutelano la dignità e lo rendono strumento di realizzazione personale e partecipazione, non solo fattore di profitto o di consumo;

-       tutelano i consumatori, tenendo conto delle conseguenze sui diritti, sulla qualità del lavoro, sulla protezione dei consumatori, dell'ambiente;

-       promuovono cooperazione e mutualità;

-       generano cultura e innovazione sociale;

-       connettono territori in reti transnazionali;

-       promuovono partenariati internazionali, cooperazione tra comunità e dialogo interculturale, impegnandosi nel contrasto ad ogni forma di discriminazione e nella promozione culturale, contribuendo così alla costruzione della pace, della solidarietà globale e dello sviluppo sostenibile;

-       rendono possibile una partecipazione diffusa e inclusiva, attenta alle asimmetrie di genere e generazionali, in piena attuazione del principio di sussidiarietà, rendendo le politiche europee più aderenti ai bisogni comuni.

L’Unione più vicina e partecipata deve poi comprendere a fondo i meccanismi di rappresentanza democratica degli interessi che le reti sociali già esercitano. Occorre avviare una "contaminazione" culturale e operativa per trasferire i modelli di cittadinanza attiva e i principi di sussidiarietà sperimentati con successo, anche a livello nazionale,riproponendoli ai corpi intermedi degli altri Stati membri, affinché le buone pratiche locali diventino prassi condivise negli organismi decisionali di Bruxelles.

IV. Il rafforzamento del ruolo del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) ed il rafforzamento della democrazia rappresentativa europea
Istituito dai Trattati di Roma del 1957 quale organo consultivo, il CESE è “composto da rappresentanti delleorganizzazioni di datori di lavoro, di lavoratori dipendenti e di altri organi rappresentativi della società civile, inparticolare nei settori socioeconomico, civico, professionale e culturale”[3]. Con le sue tre componenti costitutive il CESE ha svolto un ruolo significativo nella promozione delle istanze economiche e sociali a livello europeo, contribuendo ad arricchire il processo decisionale sovranazionale. Ebbene, a fronte delle profonde tensioni e trasformazioni del nostro tempo, questo appello propone, a distanza ormai di quasi 70 anni dai Trattati di Roma, e di 20 anni dal Trattato di Lisbona, di rafforzare il ruolo del CESE, anche come nuova via per il funzionamento della democrazia partecipativa, integrando la sua attività in maniera sempre più stretta negli assetti istituzionali europei. Del resto, negli ultimi anni l’Unione ha sviluppato esperienze diversificate di partecipazione dei corpi intermedi nella costruzione delle politiche europee e nella loro valutazione d’impatto, le quali si proiettano al di là dei meccanismi tradizionali di consultazione.

Questo modello partecipativo trova già oggi importanti espressioni nell'ordinamento dell'Unione: dalle Linee guida della Commissione europea sulla “Better Regulation”, che disciplinano le consultazioni pubbliche e le valutazioni d'impatto nella fase preparatoria delle iniziative legislative, al dialogo sociale europeo disciplinato dagli articoli 154 e 155 TFUE, che riconosce alle parti sociali, previste dalla normativa, a cominciare dal sindacato, un ruolo specifico nella definizione e, nei casi previsti dai Trattati, nell'attuazione della politica sociale dell'Unione; dal principio di partenariato, che riconosce ai soggetti economici e sociali una funzione essenziale nella programmazione e nell'attuazione delle politiche di coesione, fino alle strategie macroregionali europee, che costituiscono significativi laboratori di cooperazione territoriale e di innovazione istituzionale. Su queste basi è possibile sviluppare una più ampia applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale. In particolare, il dialogo sociale europeo, quale elemento qualificante del modello sociale europeo, può essere ulteriormente valorizzato nell'ambito delle politiche sociali e del lavoro, rafforzando il coinvolgimento delle parti sociali nei processi decisionali previsti dai Trattati. Parallelamente, il dialogo civile, per le organizzazioni del terzo settore, di cui all'articolo 11 TUE può offrire il quadro di riferimento per un coinvolgimento più strutturato della società civile organizzata nella definizione delle politiche europee di interesse generale e dei beni comuni europei. In particolare, nelle materie ad alto impatto sociale ed economico, il CESE puòsvolgere un ruolo ancora più incisivo e strutturato nel promuovere consultazioni nella fase preparatoria delle principali iniziative legislative, favorendo un coinvolgimento preventivo delle organizzazioni rappresentative prima della definizione delle proposte della Commissione europea per emendare e indirizzare le Direttive europee a tutela deicittadini. Inoltre, il CESE può rafforzare la propria funzione di raccordo tra il livello europeo e i territori, valorizzando le esperienze sviluppate dalle organizzazioni nazionali e locali, agevolando la circolazione delle buone pratiche e contribuendo alla costruzione di reti permanenti di cooperazione tra soggetti economici, sociali e istituzionali.

Un ulteriore ambito di sviluppo potrebbe riguardare la valutazione degli effetti delle politiche europee. Attraverso il confronto con i corpi intermedi, il CESE può contribuire a raccogliere elementi utili per comprendere l’impatto concreto delle decisioni dell'Unione nei diversi contesti produttivi e della società civile europea, favorendo un canale di comunicazione costante tra esperienza applicativa ed elaborazione delle politiche pubbliche. Particolare rilievoassume, inoltre, la promozione del principio di partenariato nelle politiche europee di coesione, nello sviluppo territoriale, nella transizione ecologica e tecnologica, nell'utilizzo dei fondi europei. Il coinvolgimento effettivo delle organizzazioni rappresentative nelle diverse fasi di programmazione, attuazione e monitoraggio costituisce infatti uno strumento trasversale efficace per rafforzare la qualità delle politiche e consolidare il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. In tale prospettiva, si potrebbe affidare al CESE il coordinamento di un Osservatorio europeo sul partenariato,che raccolga le esperienze provenienti dai territori, individui criticità nell'attuazione delle politiche e trasmetta alla Commissione relazioni periodiche sul grado di effettiva partecipazione delle organizzazioni rappresentative.

Il CESE contribuirebbe così a diffondere una cultura della partecipazione che favorisca processi permanenti di ascolto,confronto e corresponsabilità tra istituzioni e società civile europee anche attraverso le forme di dialogo civile, riconosciuto dall'articolo 11 del TUE come processo attraverso cui i corpi intermedi partecipano stabilmente alla costruzione delle politiche europee. Si articola in tre dimensioni, settoriale, trasversale, orizzontale, che ne coprono l'intero ciclo. Perché funzioni servono una strategia interistituzionale, standard chiari di partecipazione e strumenti di verifica dell'efficacia, incluso l’obbligo per le istituzioni di motivare l’eventuale mancato recepimento dei pareri (logica “comply” or “explain”): senza queste condizioni resta consultazione formale, incapace di incidere sulle decisioni e di generare fiducia. La prospettiva di sviluppo deve poggiare pertanto sulla valorizzazione delle architettureistituzionali già esistenti e funzionanti, all'interno delle quali, in particolare nel CESE, i corpi intermedi nazionali trovanogià canali formali di espressione. Inoltre, essi partecipano già ad organismi di livello europeo, come la Confederazione Europea dei sindacati (CES) con le varie Federazioni europee di categoria, o le Associazioni dei Consumatori (AACC) e delle parti sociali, attraverso ad esempio canali strutturati e reti sovranazionali consolidate come: ECU, European Consumers Union, BEUC (Ufficio Europeo delle Unioni dei Consumatori), Centro Europeo Consumatori, che i coordinamenti riconosciuti nel dialogo strutturato con la Commissione Europea come Civil Society Europe (CSE), Social Platform e Social Economy Europe (SEE), ed ulteriori organizzazioni europee e delle altri parti sociali.

Gli interventi proposti per il CESE non richiedono riforme dei Trattati vigenti: rappresentano un’opportunità immediata di sviluppo della cultura partecipativa che esprima e diffonda i valori europei. Sullo sfondo, rimane urgente l’aggiornamento complessivo degli assetti della forma di governo dell’Unione. I canali della democrazia partecipativa, e dunque i margini di una reale valorizzazione del CESE, si inseriscono e misurano infatti in una cornice istituzionale più ampia, che il TUE identifica chiaramente nella democrazia rappresentativa. Portare a pieno compimento tale modello di funzionamento dell’Unione (art. 10) – con il superamento definitivo del metodo intergovernativo e del criterio dell’unanimità che ne rappresenta di fatto la principale manifestazione – costituisce pertanto un passaggio essenziale affinché anche il contributo dei corpi intermedi possa trovare reale accoglienza nel sistema rappresentativo che lo contorna. In questo senso, dotare finalmente l’ordinamento europeo di un sistema elettorale uniforme per il Parlamento europeo, premessa ineludibile per la costituzione di un autentico spazio politico sovranazionale, corroborarne il ruolo e le prerogative nell’esercizio della funzione legislativa e rispetto al circuito della responsabilità politica con la Commissione europea, ormai Governo politico dell’Unione, ma anche superare l’attuale sistema dei Consigli con la previsione di un’autentica Seconda Camera degli Stati, in grado di assicurare una interlocuzione regolare e non frammentata con l’istituzione parlamentare europea, rappresentano avanzamenti che non potranno ancora per molto essere rimandati. Trattasi, del resto, di avanzamenti che si assestano lungo traiettorie ben consolidate, che hanno contraddistinto, per principi democratici e lungimiranza, la storia dell’integrazione europea e di cui la valorizzazione dei corpi intermedi costituisce una coordinata fondamentale.

V.          Il percorso per l’attuazione dell’appello
Il percorso politico graduale e coerente, che si propone per generare consenso e soluzioni concrete, si articola in due fasi. La prima, è tesa a verificare la convergenza della società civile organizzata sulle proposte presenti all’interno del presente Appello. La seconda, una volta verificata questa convergenza, prevede di avviare una interlocuzione strutturata con il CESE per condividere una strategia comune con il Parlamento europeo e la Commissione europea, in modo da rafforzare strutturalmente i meccanismi di partecipazione all’interno dell'Unione. Ciò che si prospetta, in particolare, è un intervento sulla qualità della democrazia europea che integri in maniera più stabile e proficua la dimensione sociale e civile nell'architettura istituzionale dell'Unione, valorizzando gli spazi di mediazione e rappresentanza già esistenti.

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Rinnovabili Italia. Liberare l’energia italianaPromotore della petizioneUn gruppo di organizzazioni che ha deciso di mettersi insieme per aumentare la forza e il coordinamento sul tema dell’implementazione delle energie rinnovabili in Italia. Il gruppo è aperto a ogni organizzazione che decide di condividere l’appello.

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