Petition updateNo alla speculazione delle coste sarde! Difendiamo Cala Finanza!Cala Finanza, il valore di quello che è successo.
SOS Cala FinanzaItaly
Jul 3, 2026

La bandiera dei Quattro Mori sventola su Cala Finanza. Non è soltanto un simbolo: è il segno di una vittoria della nostra comunità, della difesa del territorio e dell'identità della Sardegna.  Abbiamo impedito che scelte politiche, locali e nazionali, mettessero a rischio uno dei luoghi più preziosi della nostra terra, compromettendone il valore naturale, storico e identitario.

Condividiamo la lucida e approfondita analisi dell'Avvocato Michele Zuddas, che ringraziamo. Vi invitiamo a leggerla fino all'ultima riga, perché aiuta a comprendere la portata di ciò che è accaduto e il valore di ciò che insieme siamo riusciti a fare. 

Quella di Cala Finanza non è stata una battaglia qualsiasi. È la dimostrazione che, quando una comunità si unisce con determinazione, competenza e amore per la propria terra, può cambiare il corso degli eventi.

Oggi possiamo essere orgogliosi del risultato raggiunto. Ma non possiamo abbassare la guardia. La tutela della Sardegna, del suo paesaggio, della sua storia e della sua identità richiederà ancora impegno, coraggio e partecipazione.

Cala Finanza ci ha insegnato una cosa: la nostra terra si difende. Sempre

OLTRE IL FATTO: CALA FINANZA E LA VITTORIA DI UN POPOLO CONTRO IL COLONIALISMO AMMINISTRATIVO
La vicenda di Cala Finanza, se raccontata soltanto attraverso la cronaca, finisce inevitabilmente per essere comprese a metà. Limitarsi a registrare il ritiro dell’autorizzazione unica da parte del Governo significherebbe fermarsi all’ultimo fotogramma di una storia assai più complessa, quasi che quel provvedimento fosse nato da un improvviso ripensamento istituzionale o da una tardiva presa di coscienza ambientale. Nulla di tutto questo. Le istituzioni, nella quasi totalità dei casi, non arretrano perché mutano convinzioni; arretrano quando il costo politico del perseverare diventa superiore al beneficio che speravano di ottenere. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Cala Finanza. Non è stato il potere a correggere spontaneamente se stesso; è stato un popolo organizzato, determinato e capace di leggere i meccanismi del potere a costringerlo a fare un passo indietro.
Questa precisazione non è una questione di orgoglio, ma di verità politica. Il rischio che oggi si corre è quello di assistere all’ennesima operazione di riscrittura della realtà, nella quale gli stessi soggetti istituzionali che avevano consentito al procedimento di svilupparsi tentano ora di accreditarsi come protagonisti della sua conclusione. È una dinamica quasi fisiologica: quando un progetto suscita consenso, molti ne rivendicano la paternità; quando invece incontra la resistenza di una comunità e diventa politicamente insostenibile, nessuno sembra ricordare di averne accompagnato il cammino. Eppure il diritto, a differenza della politica, conserva memoria. Gli atti amministrativi rimangono. Le deliberazioni rimangono. Le sequenze procedimentali rimangono. Ed è proprio leggendo quella sequenza che emerge il dato forse più importante dell’intera vicenda.
L’autorizzazione unica governativa non è stata un fulmine caduto su un territorio inerme. Essa si è inserita dentro un percorso amministrativo reso possibile da scelte precedenti, tra le quali assume un rilievo decisivo la deliberazione del Comune di Loiri Porto San Paolo. È inutile girare attorno a questo dato. Senza quel presupposto amministrativo il procedimento non avrebbe potuto svilupparsi nelle forme che abbiamo conosciuto. Il successivo ritiro della deliberazione comunale, che ha inevitabilmente inciso sulla tenuta complessiva dell’autorizzazione unica, dimostra proprio quanto quella scelta iniziale fosse centrale nell’economia dell’intero procedimento. Per questo motivo sarebbe una rappresentazione profondamente fuorviante sostenere che da una parte vi fosse un Comune impegnato a difendere il territorio e dall’altra uno Stato intenzionato a sacrificarlo. Gli atti raccontano qualcosa di diverso. Raccontano una convergenza funzionale, forse non necessariamente frutto di un disegno unitario, ma certamente capace di produrre un identico risultato.
Cala Finanza smette di essere una vicenda locale e diventa una straordinaria lezione sul funzionamento del potere contemporaneo. Per troppo tempo abbiamo immaginato il colonialismo come un fenomeno riconducibile esclusivamente all’imposizione esterna, al comando esercitato da un centro politico su una periferia privata della propria autonomia. Ma il colonialismo del XXI secolo è molto più sofisticato. Esso non ha più bisogno di imporre continuamente la propria volontà contro quella dei territori; preferisce costruire condizioni affinché siano gli stessi livelli istituzionali periferici a rendere praticabili decisioni che altrove sono state pensate.

 È un meccanismo infinitamente più efficace, perché dissolve le responsabilità, distribuisce il potere lungo una catena amministrativa apparentemente neutrale e consente a ciascun soggetto coinvolto di sostenere, al momento opportuno, di avere semplicemente svolto il proprio ruolo.

È in questa apparente neutralità che si consuma la forma più insidiosa della subordinazione politica. Le istituzioni locali finiscono progressivamente per interiorizzare una determinata idea di sviluppo, fino a considerarla naturale, inevitabile, persino desiderabile. Così il linguaggio dell’investitore diventa il linguaggio dell’amministratore, il lessico della rendita sostituisce quello della pianificazione, la valorizzazione economica prende lentamente il posto della tutela del territorio e la funzione politica dell’ente locale si trasforma, quasi senza che nessuno se ne accorga, in quella di facilitatore di interessi che trovano altrove il proprio centro decisionale. Non occorrono pressioni esplicite né imposizioni plateali. Basta che tutti condividano lo stesso paradigma culturale. È questo il tratto più moderno del colonialismo amministrativo: esso non conquista soltanto i territori, ma prima ancora conquista il modo in cui le classi dirigenti imparano a guardare quei territori.

Per questa ragione sarebbe riduttivo limitare la critica al Governo. Certamente il Governo porta una responsabilità evidente nell’adozione dell’autorizzazione unica, ma sarebbe un grave errore politico fermarsi lì, perché significherebbe assolvere proprio quel livello istituzionale che ha reso concretamente possibile il procedimento. Le istituzioni locali non sono state semplici spettatrici di un potere esercitato dall’alto; hanno svolto una funzione essenziale nella costruzione della cornice amministrativa entro cui quel potere ha potuto manifestarsi. Dire questo non significa alimentare polemiche sterili, ma riaffermare un principio fondamentale di ogni democrazia matura: chi esercita funzioni pubbliche deve assumersi la responsabilità politica degli effetti prodotti dai propri atti. Diversamente, l’autonomia locale si ridurrebbe a un privilegio quando si tratta di rivendicare competenze e a un comodo rifugio quando invece occorre rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.

La straordinaria forza della mobilitazione popolare è consistita proprio nell’avere intuito questa duplice natura del problema. Se il conflitto fosse stato indirizzato esclusivamente contro Roma, probabilmente avrebbe prodotto una protesta simbolica destinata a esaurirsi nel tempo. Se, al contrario, si fosse limitato a contestare il Comune, avrebbe ignorato il livello decisionale nazionale che rendeva concretamente possibile il progetto.

La mobilitazione, invece, ha colpito simultaneamente entrambi i livelli istituzionali, comprendendo che il procedimento era il risultato di una concatenazione di atti e che interrompere quella concatenazione significava rendere instabile l’intera costruzione giuridica. È stata una scelta di straordinaria maturità politica, perché ha dimostrato come una comunità possa leggere le dinamiche del potere con maggiore lucidità di molte classi dirigenti.


Questa è forse la lezione più importante di Cala Finanza. La politica, troppo spesso, ha continuato a considerare i cittadini come destinatari di decisioni già prese, da informare a procedimento concluso o, nel migliore dei casi, da consultare quando ogni margine di reale incidenza era ormai svanito. A Cala Finanza è accaduto l’opposto. La comunità ha smesso di essere oggetto del procedimento ed è diventata soggetto della decisione politica.

È questa trasformazione ad avere modificato gli equilibri. Quando un popolo comprende che il diritto amministrativo non è una materia riservata agli specialisti ma uno degli strumenti attraverso i quali si decide il destino di un territorio, allora il procedimento cessa di essere un fascicolo custodito negli uffici e diventa terreno di partecipazione democratica.
Vi è poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato, perché racconta qualcosa di profondamente incoraggiante sulla maturazione civile della società sarda. Ogni grande movimento popolare attraversa inevitabilmente tensioni interne, differenze di impostazione, errori di valutazione. Anche la mobilitazione di Cala Finanza non ne è stata immune. Si è assistito al tentativo, politicamente poco lungimirante, di diffidare i partiti dal partecipare alla manifestazione, quasi che la presenza di soggetti politici potesse contaminare la purezza della protesta. Si è perfino evocato il rischio che la mobilitazione degenerasse in episodi di violenza, spostando il centro del discorso dalla violenza esercitata sul territorio alla presunta pericolosità di chi quel territorio intendeva difenderlo. Sono stati errori, gravi. 
Eppure la parte più bella di questa vicenda consiste proprio nel fatto che il popolo sardo ha saputo andare oltre quelle ingenuità. Ha dimostrato una maturità politica superiore alle divisioni che rischiavano di attraversarlo, comprendendo che una battaglia di tale portata non appartiene a una sigla, a un’associazione, a un comitato o a una particolare appartenenza ideologica. Appartiene alla comunità che decide di difendere il proprio territorio. Le lotte popolari non crescono restringendo il campo della partecipazione, ma ampliandolo. Non vincono selezionando chi può stare in piazza, ma costruendo una coscienza collettiva capace di unire culture politiche differenti attorno a un principio comune. Ed è precisamente questo che è accaduto. La Sardegna, ancora una volta, si è dimostrata politicamente più avanzata di una parte di coloro che pretendevano di interpretarne la volontà.

Forse è proprio questo il motivo per cui Cala Finanza lascia un’eredità che va ben oltre il destino di un singolo progetto. Essa ci ricorda che nessuna procedura amministrativa è davvero neutrale quando riguarda il rapporto fra una comunità e la propria terra; che nessuna autonomia speciale conserva significato se gli enti chiamati a esercitarla finiscono per assumere come inevitabili le logiche di sviluppo elaborate altrove; che nessun popolo può considerarsi realmente libero se delega integralmente ad altri il compito di vigilare sul proprio territorio.

La difesa della Sardegna non passa soltanto attraverso i tribunali, le norme urbanistiche o le autorizzazioni amministrative, passa anzitutto attraverso una coscienza politica collettiva capace di riconoscere che il paesaggio non è una merce, che il territorio non è una piattaforma finanziaria e che l’autonomia non consiste nell’amministrare decisioni prese da altri, ma nel possedere il coraggio di impedirle quando risultano incompatibili con l’interesse della comunità.


Per questo Cala Finanza non rappresenta semplicemente il ritiro di un’autorizzazione unica, rappresenta la dimostrazione che anche il più sofisticato meccanismo di potere, quando incontra una comunità consapevole, organizzata e culturalmente preparata, può essere incrinato. E forse è proprio questa la ragione per cui tale vittoria assume un valore che supera i confini di quella splendida insenatura gallurese.

Essa restituisce ai sardi una consapevolezza che troppo spesso è stata loro negata: quella di non essere semplici spettatori delle trasformazioni della propria terra, ma i legittimi protagonisti del suo destino. Quando questa consapevolezza si radica nella coscienza di un popolo, nessuna autorizzazione amministrativa, per quanto formalmente impeccabile, può considerarsi davvero al sicuro.
Avvocato Michele Zuddas Qui l'articolo 

 

Grazie ancora a tutte le sostenitrici e sostenitori. 

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