Gentilissimi, questo è un testo che verrà inviato dal nostro gruppo ad alcuni importanti organi di informazione. Chi volesse leggerlo, fare osservazioni e intervenire nel dibattito è il benvenuto.
Grazie,
Movimento La nostra scuola
Manifesto per la nuova Scuola
infomanifestoscuola@gmail.com
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QUELLI CHE TACCIONO
C'è gente che passa notti insonni tormentata dall'angoscia perché Mastrocola-Ricolfi hanno scritto un libro per dire che a scuola si studia (idea discutibile, certo, soprattutto per il modo riduttivo in cui viene presentata, ma tutt'altro che rivoluzionaria). Ebbene, la stessa gente, pur definendosi "di sinistra", è colta da improvvisa afasia di fronte ai progetti di smantellamento aziendalistico della scuola pubblica, che procedono sempre più spediti: la scuola - che ha avuto come principale compito fino a questo momento quello di istruire, di educare e di diffondere conoscenza e cultura tra i giovanissimi, di aiutarli a crescere insieme - dovrebbe d'ora in poi fornire "competenze" al "capitale umano" per la "crescita economica"; oppure dovrebbe incentrarsi sulle fumosissime "soft skills", o "competenze non cognitive", che dovrebbero sostituire la "cultura del sapere e della conoscenza", citata con un certo disprezzo da Valentina Aprea, già sottosegretaria in quota Forza Italia all'Istruzione. "Mentre qui noi discutiamo di competenze non cognitive, nelle scuole abbiamo ancora a che fare con la cultura del sapere e della conoscenza": Aprea ha detto pressappoco così, in una riunione dell'intergruppo parlamentare per la "sussidiarietà", su cui torneremo.
Da quello che ricordiamo, la cultura di sinistra era quella che faceva stampare edizioni gratuite di grandi opere della letteratura "per l'educazione popolare", non quella che non ha niente da dire a chi vuole spezzare il legame tra scuola e conoscenza, magari per imporre un nulla aziendalistico e tecnologico al posto di una formazione a tutto tondo della persona.
Come mai tanto siderale silenzio a sinistra su questo? Il PD, dopo l'incredibile appoggio alla legge 107 targata Renzi, sulla scuola non sembra avere idee diverse da quelle di Forza Italia; ma perché nella sinistra politica e intellettuale si alzano così poche voci a difesa della scuola pubblica nel suo aspetto più delicato, quello della libertà di insegnamento, che dovrebbe essere tutelato rispetto a interessatissime ingerenze sulla didattica da parte di un mondo politico che persegue scopi extra-educativi ed extra-culturali? Perché così pochi - con l'eccezione di alcuni tra i più importanti intellettuali del nostro Paese, che hanno firmato il nostro manifesto (https://nostrascuola.blog/2021/03/20/manifesto-per-la-nuova-scuola/ - si oppongono seriamente al tentativo di trasformare la scuola in terra di conquista di aziende e di enti di formazione (ora anche con l'imposizione di un superficialissimo "coding" per tutti, voluto dalla solita Aprea, che schiaccia ulteriormente la preziosa diversificazione dei saperi), da foraggiare con i soldi del PNRR? Questo silenzio non dipenderà per caso dal fatto che alcuni pezzi di autodefinita pedagogia "democratica" collaborano attivamente con l'attuale ministero (ad esempio sulla resistibile riforma della valutazione nella primaria) e si illudono di poter imporre, grazie a questa collaborazione, un'altra riforma dell'educazione, che non tenga più conto di contenuti culturali e conoscenze, né della varietà delle situazioni educative in cui ci si trova ad operare, ma che preveda esclusivamente strategie didattiche di stampo attivistico-cooperativo? Si creerebbe così una singolare alleanza attivistico-aziendalistica, con un ministero che sembra considerare positivamente l'idea di smantellare i gruppi-classe per sostituirli con "ambienti di apprendimento" digitali; l'impatto devastante che questo avrebbe sui fondamentali aspetti relazionali della scuola ognuno può prevederlo da sé.
Intanto, mentre noi parliamo di Mastrocola- Ricolfi, si estende la "sperimentazione" del liceo quadriennale (che sottrae ai ragazzi un anno di istruzione), si dice basta alle "capacità cognitive" in nome dell' "adattabilità" o dell'"affidabilità" (magari necessarie per lavorare in nero a quattrocento euro al mese) e si fa credere che si possano "risolvere problemi" (l'aziendalistico problem solving) senza possedere conoscenze su cui poter misurare criticamente la realtà che ci si trova davanti. Su questo basta ascoltare Maurizio Lupi, esponente di spicco di CL, illuminata guida del già citato intergruppo parlamentare per la "sussidiarietà" (che significa far fare al privato, con i soldi pubblici, quello che potrebbe fare il pubblico, come è accaduto nella sanità), in un discorso alla Camera del 29 novembre, dove presenta l'introduzione frettolosa e forzata nelle scuole delle "competenze non cognitive". Come facciano le "competenze" ad essere "non cognitive", cioè a non passare per il pensiero, è un mistero: a meno che, appunto, non si voglia paradossalmente insegnare alle persone a fare e a ubbidire senza pensare. Si tratterebbe del tradimento della scuola e della sua funzione costituzionale e democratica di promozione dell'emancipazione di tutti i futuri cittadini attraverso l'istruzione; l'orizzonte è quello di una società in cui le giovani generazioni crescano senza sapere nulla, inconsapevoli, sole, ubbidienti alle necessità del consumo e del mercato.
Questa è la vera emergenza dei nostri giorni, visto che queste "idee" non stanno alimentando un generico dibattito culturale, ma sono alla base di progetti di "riforma" che si vogliono realizzare a breve o che si stanno già realizzando e su cui tanti autodefiniti "democratici" non riescono a spiccicare parola.
Immaginiamo i numerosi rivolgimenti nella tomba di Gramsci e di Don Milani, di fronte a ciò che sta accadendo.