
SABATO 18 GIUGNO 2022
Italia
Anna Foa: "L’Episcopato italiano ha scelto di non seguire la raccomandazione di Papa Francesco e si è riservato il controllo sulle denunce, forse il momento più delicato. E' un ostacolo di non poco conto all’avvio di un processo di radicale pulizia all’interno della Chiesa italiana"
(L.B., R.C. - a cura Redazione "Il sismografo") Con questa nostra intervista ad Anna Foa, studiosa e ricercatrice conosciuta ed apprezzata, in particolare per le sue opere sulla storia degli ebrei in Europa, autrice insieme a Lucetta Scaraffia (intervista) e Franca Giansoldati (intervista) del volume "Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero italiano" (Solferino), concludiamo le conversazioni su un libro che affronta con coraggio, trasparenza e chiarezza la questione della pedofilia nella chiesa italiana, argomento che la stampa del Paese tratta con stereotipi addomesticati, forse per non irritare o per non rompere la calma. Il rumore della verità dà fastidio, eppure è questa specifica verità ciò che ha chiesto a più riprese Papa Francesco lungo il suo pontificato. Lo fece per esempio il 27 settembre 2015 a Filadelfia, incontrando nel Seminario San Carlo Borromeo, vittime statunitensi di abusi sessuali: "Per coloro che hanno subito l’abuso da parte di un membro del clero, sono profondamente dispiaciuto per tutte le volte che voi o le vostre famiglie hanno denunciato gli abusi e non siete stati ascoltati o creduti. Vi prego di credere che il Santo Padre vi ascolta e vi crede. Mi dispiace profondamente che alcuni vescovi abbiano mancato nella loro responsabilità di proteggere i bambini. E’ molto preoccupante sapere che in alcuni casi siano stati i vescovi stessi a commettere gli abusi. Vi prometto che seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci. Clero e vescovi saranno chiamati a rendere conto se hanno abusato di bambini o non sono stati capaci di proteggerli."
Ed è proprio sull'ascolto, la protezione e la verità che riflette Anna Foa nella sua prima risposta alle nostre domande.
Il sismografo. Il vostro libro seppure focalizzato sugli abusi sessuali di membri del clero italiano, spesso, indirettamente, aiuta ad allargare lo sguardo sulla questione pedofilia anche fuori dalla Chiesa Cattolica e pone una domanda: quanto è importante per la società in generale che i cattolici - gerarchia e fedeli - affrontino risolutamente il problema? Detto in un altro modo: la Chiesa può, e come, aiutare a formare un’opinione pubblica più attenta e reattiva a questo dramma?
Anna Foa. E’ evidente che il problema della pedofilia non è solo un problema della Chiesa Cattolica, ma dell’intera società. Ed è anche evidente che l’attenzione al problema degli abusi da parte di membri del clero, in particolare del clero italiano, dove il problema appare più urgente, aiuta anche a porre la questione della pedofilia nell’intera società e non solo in quella italiana. Questo rende ancora più necessario per la Chiesa, proprio per l’alto ed importante valore di esempio e insegnamento che dovrebbe essere il suo, porsi il problema di orientare l’opinione pubblica su questo tema, spingerla a vederlo come un problema urgente e fondamentale, volgere gli animi dei fedeli tutti alla difesa delle vittime, all’attenzione per il loro dolore, per le violenze da loro subite. Ma come può porsi ad esempio se non si presenta sgombra da qualsiasi indulgenza verso i colpevoli, pronta ad usare tutti gli strumenti per aiutare le vittime, decisa a stroncare questo male terribile senza indulgenze o ancor peggio complicità. Eppure è proprio come complice o indulgente verso i colpevoli e non verso le vittime che viene percepita da gran parte della società, e non solo dai non credenti ma dagli stessi fedeli che proprio per la loro frequenza dentro la chiesa hanno avuto modo di accorgersi dei troppi violentatori semplicemente spostati da parrocchia a parrocchia, dei troppi rifiuti verso le vittime, tante volte inascoltate o comunque non aiutate a superare il trauma proprio da coloro che invece avrebbero dovuto essere i primi a porgere loro ascolto. Che la Chiesa faccia piena pulizia al suo interno non è quindi solo un suo problema, o un problema che coinvolga solo i suoi rapporti con i suoi fedeli. E’ un problema che non può non coinvolgere l’intera società, che anche tra i non credenti non manca di attribuire, in molti casi, alla Chiesa un ruolo etico importante. Finché questa pulizia non sarà realizzata senza incertezze, la società potrà soltanto o considerare il problema poco importante e significativo, dal momento che non è essenziale per la Chiesa, o allontanarsi ulteriormente da una Chiesa che vede sempre meno come esempio e modello, anche su fatti in cui la distinzione tra colpevoli e vittime non può non apparire lampante.
Il sismografo. Cito parole del Papa il 21 febbraio 2019: "È necessario che si istituisca, laddove non si è ancora fatto, un organismo di facile accesso per le vittime che vogliono denunciare eventuali delitti. Un organismo che goda di autonomia anche rispetto all’Autorità ecclesiastica locale e composto da persone esperte (chierici e laici), che sappiano esprimere l’attenzione della Chiesa verso quanti, in tale campo, si ritengono offesi da atteggiamenti impropri da parte di chierici." (Papa Francesco - Punti di riflessioni) Nel caso dell'Italia, l'Episcopato locale non ha seguito queste raccomandazioni del Pontefice. Per Lei è una questione rilevante e perché?
Anna Foa. Mi sembra una questione importantissima e assai rilevante. In questo modo si sarebbe sottratto alle autorità ecclesiastiche locali il controllo sulle denunce degli abusi, un controllo che se affidato solo a tali autorità, molto spesso legate da rapporti di amicizia, riguardo, stima verso quelli che vengono accusati di abusi dalle vittime, può risolversi, e si è spesso risolto, in un nulla di fatto. Che il controllo sulle denunce debba essere affidato a persone estranee all’ambiente in cui gli abusi sono, secondo le denunce, realizzati, è una norma evidente che nulla toglie al necessario garantismo verso i presunti colpevoli. Importante mi sembra anche, nelle parole del Papa, il richiamo alla necessità della presenza di laici in questi organismi. Organismi che non devono sostituire i giudici, ma semplicemente accogliere le vittime, comprenderne il dolore, valutarne la veridicità, orientarle verso le successive denunce. Ma l’Episcopato italiano ha scelto di non seguire queste raccomandazioni e si è riservato il controllo sulle denunce, forse il momento più delicato dell’intero processo per far emergere gli abusi, quello in cui la vittima sceglie con la massima sofferenza di esporsi e reagire. Mi sembra un ostacolo di non poco conto all’avvio di un processo di radicale pulizia all’interno della Chiesa italiana.
Il sismografo. Con un rapido sguardo in giro per il mondo, puntando soprattutto sulle Conferenze episcopali, si scopre subito che la gestione della lotta contro gli abusi è "patriarcale", condotta e pianificate con preferenza da maschi, laici o ecclesiastici. I casi in cui i poteri d'indagini sono stati delegati a donne sono rarissimi. Come contrastare una simile condotta, pericolosa e insidiosa per l'incisività di questa lotta contro la pedofilia?
Anna Foa. La presenza delle donne nell’intero processo di individuazione e punizione degli abusi e di accoglienza e sostegno alle vittime è assolutamente essenziale. Ma vado oltre. Credo che senza un radicale ribaltamento della posizione femminile all’interno della Chiesa sarà molto difficile eliminare o anche solo limitare gli abusi sessuali. Perché essi non sono solo abusi sessuali, frutto di frustrazioni forse dovute al celibato ecclesiastico, forse dovuto alla natura stessa dei perpetratori, ma sono affermazioni di un potere patriarcale che è tuttora diffuso nella Chiesa, e che si esprime anche e soprattutto nella lentezza con cui qualsiasi apertura verso le donne viene portata avanti, nella diffidenza verso di loro, nel loro sostanziale essere invisibili all’interno della Chiesa. Basta guardare i verbali dei processi civili contro gli abusi in ambito ecclesiastico, quelli portati avanti, per rendersi conto, dalle testimonianze, che ci si trova di fronte ad una mentalità diffusa, prevalente direi. Intendiamoci, non si tratta di una mentalità diffusa solo all’interno della Chiesa, ma nell’intera società. Ma mentre nella società, almeno a livello teorico, uomini e donne sono uguali, e la rottura di questa uguaglianza implica una rottura tra mentalità e diritto, nella Chiesa l’uguaglianza non è nemmeno teorica, la giustizia si allea alla mentalità patriarcale, l’uomo, in particolare se sacerdote, è naturalmente in posizione superiore. Valutare le affermazioni delle vittime, in particolare di quelle di sesso femminile ma non solo, vuole quindi dire partire da subito da un dislivello di credibilità, da una diffidenza innata verso la vittima, non verso il colpevole. Per questo credo che una radicale rivoluzione nella presenza femminile nella Chiesa sia una precondizione non solo del suo funzionamento e della sua credibilità in un mondo in continuo rapido cambiamento, ma anche dell’eliminazione del flagello degli abusi. E questo significa che il compito che la Chiesa si trova davanti, nel fare pulizia degli abusi, è molto più ampio e di lunga durata di quanto non si pensi. Ma questo non implica una maggior predisposizione ai tempi lunghi, ma casomai un’accelerazione del processo. Perché le vittime sono qui, ora, ed à ora che chiedono giustizia.
POSTED BY IL SISMOGRAFO ORE 11:10
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