

INTERVISTA tradotta da Riccardo Bianchini dal Settimanale GOLIAS (Francia) - originale francese una pagina in allegato
Pierre Vignon: la parola trasgressiva di un sacerdote in libertà
a cura di Gino Hoel
Golias Hebdo: Perché esprimersi nelle pagine di Golias?
Padre Pierre Vignon: Dato che ho parlato a tutti coloro che mi hanno rivolto il microfono e ho risposto a tutte le richieste d’intervista, non vedo perché dovrei rifiutare la vostra. A chi non vi ama e sarà sorpreso di vedere la mia firma, rispondo che bisogna amare la libertà dovunque essa si trovi. Ora, ci sono due fatti innegabili. Golias, che la sua linea editoriale piaccia o meno, rispetta la deontologia giornalistica. In caso contrario, la vostra pubblicazione sarebbe stata travolta da una valanga di processi già da molto tempo. Inoltre sono anni che Golias ascolta le vittime ed è stato spesso l’unico giornale a pubblicare il racconto delle loro sofferenze. A pensare il disprezzo che si è attirato nei circoli benpensanti per aver avuto il coraggio di farlo! Ecco perché bisogna parlare in modo chiaro.
G.H.: Per quale motivo ha reagito alla lettera del papa?
P.P.V.: Si tratta in effetti di un testo notevole. Pur richiedendo uno sviluppo giuridico preciso e concreto, ha un suo valore intrinseco. È evidente che il papa con questo suo scritto intende fornire la sintesi dei suoi incontri con le vittime del Cile. Per lui c’è stato un prima e un dopo della sua visita in Cile. Quando ha preso le difese di mons. Barros dicendo che si trattava di calunnie, era ancora calato nel vecchio sistema. C’era perfino una vena moralistica difficile da capire in una persona come lui. Dall’inizio del pontificato, nei suoi interventi parlava spesso di parresia (termine greco del Nuovo Testamento che esprime l’audacia e il coraggio di parlare) e su questo punto non si poteva che dargli ragione. Ma interveniva spesso sulla calunnia e sulla maldicenza, tanto che se ne poteva dedurre che non bisognava dire mai niente. La dottrina sulla calunnia e sulla maldicenza è molto chiara, ma viene spesso fraintesa. La calunnia è un peccato gravissimo che consiste nel dire male di qualcuno, volontariamente e falsamente. La maldicenza, invece, è un peccato che consiste nel riferire una cosa vera su qualcuno che gli altri non sono tenuti a sapere. Anche tacere ciò che si sa di grave sul conto di qualcuno che può nuocere a qualcun altro è un peccato assai grave. Parlare di reati, o addirittura di crimini, nascosti dall’ipocrisia e denunciarli, è un dovere di giustizia e di carità al quale ci si sottrae troppo spesso. Dopo aver gettato solide fondamenta dottrinali, non bisogna esitare a parlare con sicurezza (parresia). Quindi, con la pubblicazione della lettera del papa, mi sono sentito in dovere di denunciare ciò di cui ero al corrente e che era alla mia portata. E l’ho fatto immediatamente.
G.H.: Ma la lettera del papa non chiede che si facciano petizioni?
P.P.V.: In effetti varie persone, tra cui alcuni confratelli di stampo moralistico e dalla mente poco illuminata, mi hanno fatto questo rimprovero, spesso con toni aggressivi. Ciò significa che non hanno capito la gravità di quanto espresso dalla lettera del papa. Nel leggerla, si percepisce che il papa è sopraffatto dall’incapacità di cardinali, vescovi e sacerdoti di uscire dalla deriva del clericalismo. E invita ogni membro del popolo di Dio a fare qualcosa. Io mi sono detto: “Subito, Santo Padre.” E l’emblema del clericalismo che avevo a portata di mano era appunto quello del cardinale Barbarin. Tengo a precisare che è con la sua funzione che me la prendo, non con la sua persona. È nell’esercizio delle sue funzioni che non ha agito negli scandali di Bernard Preynat. Una petizione non è come il tiro a segno del luna-park, con l’invito a centrare un bersaglio che raffigura la caricatura del cardinale, ma un invito rivolto a ogni battezzato, e più in generale ad ogni uomo retto, a rispondere positivamente alla richiesta di aiuto del papa. Così ognuno può portare la sua pietra allo sradicamento del clericalismo assumendosi la sua responsabilità. Aggiungo che nella conferenza stampa in volo di ritorno dall’Irlanda, papa Francesco, in risposta alla domanda postagli esplicitamente, non ha condannato questa petizione, precisando soltanto che non bisognava accusare senza prove: un abile stratagemma per trarsi d’impaccio.
G.H.: Cosa rimprovera esattamente al cardinale Barbarin?
P.P.V.: Per essere esatti non si tratta di rimproveri. Chi sono io per rimproverarlo? Si tratta piuttosto di una correzione fraterna, il cui principio è pienamente ammesso nel Nuovo Testamento. Lo avevo avvisato di persona, ma lui non aveva reagito. Sono quindi passato alla fase successiva, che consisteva nel dirlo a tutta la Chiesa, come afferma il testo evangelico. È soprattutto un “basta” che ho detto. Sono mesi che ci imbrogliano le idee sul caso Preynat, confinando le vittime in una posizione di attaccanti della Chiesa. Ma queste vittime, a cui sono vicino, lungi dall’aggredire la Chiesa, chiedono semplicemente di essere non solo sentite, ma ascoltate. Sono due cose ben diverse. A detta di alcuni benpensanti del mondo cattolico online, a volte si può essere tentati di adattare le parole di Coluche: “Vittime carogne!” Le vittime non devono giustificare la propria esistenza. Va detto che i casi di mitomania, pur non potendoli escludere del tutto, sono rarissimi. A nessuno piace confessare pubblicamente che si è fatto abbracciare un po’ troppo da vicino. Si ravvisa quindi un’incompetenza della gerarchia in questa accoglienza, particolarmente evidente nel caso delle vittime di Bernard Preynat, e poi un’innegabile malafade nel modo di trattare la loro domanda. Ecco perché ho voluto dire “basta”. È incomprensibile che il cardinale di Lione si sia ritrovato dalla parte del predatore quando il suo ruolo di pastore avrebbe dovuto collocarlo subito dalla parte delle vittime. Com’è possibile che abbia lasciato che il caso Preynat – che tale doveva restare – si trasformasse in caso Barbarin? Com’è possibile che in queste circostanze sia stato consigliato male fino al punto da non vedere altro mezzo di difesa se non l’approccio giudiziario? Ho risposto in vari mezzi di comunicazione che per capire la situazione bisognava immaginare questa scena alla cattedrale di San Giovanni, a Lione: un diacono annuncia che il cardinale, dopo essere stato eventualmente scagionato, a seguito di una sentenza della Corte d’Appello, è autorizzato a fare l’omelia. Questo aspetto grottesco può far capire, secondo me, di cosa stiamo parlando.
G.H.: Può approfondire la questione?
P.P.V.: Se il cardinale Barbarin non fosse stato preso da altri obiettivi, che non so quali siano, si sarebbe immediatamente reso conto della gravità della situazione e avrebbe accolto le vittime. Invece, ha rimandato la cosa e quando ha ricevuto la prima vittima, su domanda del cardinale Ladaria, era già troppo tardi. Era riuscito a stancarla e ad esasperarla, nonostante la sua indole estremamente benevola. Lo si vede quando si è lasciato convincere senza opporre resistenza durante il presunto incontro di riconciliazione. In seguito, il cardinale ha fatto una gaffe dietro l’altra. C’è da dire che è stato particolarmente pietoso nel suo procedere a ritroso riguardo alle date in cui era a conoscenza dei fatti: 2014, 2007, 2004, poi alla fine si può facilmente presumere che ne fosse al corrente fin dall’inizio. Come si spiega che in una grande diocesi come quella di Lione nessuno dei suoi collaboratori lo abbia informato della situazione nella parrocchia di Bernard Preynat, meta della sua prima visita pastorale al suo arrivo nel 2002? Non c’è niente di malvagio o di aggressivo da parte mia nel rievocare questi fatti. Sono quelli che sono stati portati a conoscenza del grande pubblico.
G.H.: Perché si è arrivati al punto di finire in tribunale?
P.P.V.: Crimini e reati devono essere denunciati. A questo proposito, il 3 agosto scorso è stato corretto il codice penale. L’articolo 434-3 ha subito delle rettifiche. Il legislatore ha eliminato il riferimento grammaticale al passato. Prima si leggeva che ogni persona che “era venuta” a conoscenza dei fatti era passibile di sanzione se non li avesse denunciati. Ora sta scritto che ogni persona che “è” al corrente dei fatti rischia la sanzione. Ciò significa che il principio di continuità dell’infrazione è entrato nel nostro diritto come un fatto giuridico. In precedenza era discutibile, ed è su questa base che l’indagine preliminare del procuratore è sfociata in un non luogo a procedere per il cardinale. Non sono un indovino, quindi non sono in grado di prevedere l’esito del processo, ma è quanto basta per dire che la difesa dell’entourage del cardinale consistente nel dire che bisogna lasciare che la giustizia faccia il suo corso – affermazione di per sé valida – non si applica nel caso specifico. In che cosa la decisione morale di un cardinale di Santa Romana Chiesa sarebbe legata alla sentenza di un tribunale? Non si capisce. Certo, la legge non è retroattiva, ma questa ammissione della continuità dell’infrazione è di somma importanza.
G.H.: C’è dell’altro?
P.P.V.: Sì. Una sola pecca non viene praticamente mai segnalata. Il cardinale ha affermato che nel ricevere Bernard Preynat, questi gli ha dichiarato di non aver commesso più niente dal 1991. E il cardinale ha aggiunto di avergli creduto. Quando è noto che una patologia come quella di Bernard Preynat è irreversibile, com’è possibile che un leader come il cardinale possa credergli senza batter ciglio? A questo livello si tratta di una grave mancanza di giudizio. Non mi sorprenderebbe affatto che vengano a galla fatti posteriori al 1991. Non può essere diversamente. Perché il sacerdote che si concedeva un giovane nella sua stanza prima di scendere freddamente dalla scala di servizio a celebrare la messa senza provare il minimo turbamento sarebbe cambiato all’improvviso? È impensabile.
G.H.: Cosa ne pensa dell’atteggiamento di Bernard Preynat?
P.P.V.: Ha riconosciuto i fatti. Ha anche detto di aver avvertito la gerarchia di questa sua tendenza prima dell’ordinazione. La sua immagine ci guadagnerebbe se avesse il coraggio di affrontare le sue stesse vittime, le quali sono perfettamente in grado di capire che è malato. Quindi deve presentarsi così com’è, senza aggiungere altro. Così facendo si salverebbe prima di morire. Continuare a negare può solo essergli fatale. Nascondersi, necessariamente con l’aiuto della diocesi, è un altro errore commesso dalla diocesi di Lione. Del resto, con quali soldi si pagherebbe un difensore? Il cardinale non potrebbe magari intervenire imponendogli, in quanto sacerdote, di affrontare la verità a volto scoperto? Cercare di sfuggire mediante procedure dilatorie contribuisce a far soffrire ancor più le vittime. E se dovesse morire prima della conclusione di tali procedure sarebbe una nuova ferita inflitta alla vittime stesse.
G.H.: Sul piano canonico è stato fatto tutto al suo riguardo?
P.P.V.: No. Tra i nostri vescovi regna una forte ignoranza generale in materia di diritto canonico. Avevo fatto segnalare al cardinale l’esistenza dell’articolo 21, § 2, 2° delle norme sostanziali di Delicta graviora che si trovano su Internet. Questa disposizione precisa che l’ordinario locale, nel caso specifico il cardinale, può presentare alla Congregazione per la Dottrina della Fede, tenuto conto dell’estrema gravità dei fatti commessi da Bernard Preynat, la domanda di dimissione immediata dallo stato clericale. Perché le nostre leggi non vengono applicate? Anziché farlo, ci siamo impelagati in una cattiva comprensione dei legami Chiesa-Stato della legge del 1905 e siamo ancorati alla raccomandazione di prudenza del procuratore della Repubblica. Certo, quello che dice lui è esatto e giustificato, ma c’è ancora spazio per agire. Per la Repubblica, Bernard Preynat non è sacerdote, ma cittadino. Il fatto che il Santo Padre lo dimetta rapidamente dallo stato clericale (cosa ancora possibile) non ostacolerebbe affatto il corso della giustizia nel nostro paese. Ricordiamo che nella sua situazione i fatti sono accertati e si è già superata da tempo la fase del semplice sospetto. Padre David Gréa, del quale non sempre ho apprezzato il modo di agire ma al quale auguro pur tuttavia molta felicità con Magalie e Léon, è stato immediatamente rimosso; per Bernard Preynat bisognerebbe quasi convocare un concilio. Ecco un’altra cosa che non posso tollerare e che mi ha spinto a dire “basta”.
G.H.: Cosa ne pensa delle rivelazioni di mons. Viganò?
P.P.V.: Mons. Viganò non è una persona che attira grande simpatia. Ha già fatto parlare di sé sui giornali qualche anno fa. Viene da una ricchissima famiglia di milionari milanesi. Ma non gli bastava. Ha derubato suo fratello sacerdote che viveva negli Stati Uniti. In questo caso, almeno, è chiaro che ha agito per conto dei tradizionalisti della Curia che si sono opposti fin dall’inizio alla riforma di papa Francesco. Le rivelazioni di mons. Viganò confermano quello che già sapevo.
Si tratta in realtà della rivelazione degli ultimi dieci anni di vita di Giovanni Paolo II. Essendo malato, questi non era in grado di governare la Chiesa. Altri se ne sono fatti carico al suo posto, sotto la guida del suo segretario particolare, don Stanislaw Dziwisz, che è stato ricompensato con il posto di cardinale di Cracovia. I nomi citati non sono particolarmente edificanti: Sodano, Sandri, Bertone, per citarne solo alcuni. È in quel periodo che sono stati accolti gli impostori: Marcial Maciel (Legionari di Cristo), anche se lui era già riuscito da tempo a farsi apprezzare nelle alte sfere, Marie-Dominique Philippe (Comunità San Giovanni), Thierry de Roucy (Punto Cuore), Marie Dupont-Caillard (Famiglia monastica di Betlemme), ecc. Tutto ciò che era utile al reclutamento vocazionale senza rispetto per la coscienza produceva schiere di giovani sorridenti purtroppo privi di vocazione; a ciò si aggiungeva la potenza finanziaria di questi istituti che impressionava questi uomini di potere. Si è quindi facilitata la vita a tutte queste fondazioni cosiddette nuove, che sono state presentate come nuovi germogli nati dallo Spirito Santo. Dopo Giovanni Paolo II, sotto il pontificato di Benedetto XVI, il Vaticano è stato teatro di vere e proprie battaglie di corridoio per conquistare le redini della Chiesa. È un fatto oggi documentato. I Legionari di Cristo, l’Opus Dei, i Focolari, il Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, il Rinnovamento carismatico internazionale hanno quindi scatenato lo scandalo Vatileaks al quale ha partecipato Viganò e che è stato una delle cause che hanno spinto Benedetto XVI a dimettersi. Aveva visto da vicino la fine di Giovanni Paolo II e non voleva che la cosa si ripetesse. All’arrivo di Francesco, Benedetto XVI ha recuperato il rapporto segreto di 600 pagine lasciato sotto sigillo nell’appartamento del papa. Nessuno lo conosce pubblicamente, ma farebbe riferimento alla famosa lobby gay. In simili circostanze, bisogna capire che papa Francesco ha fatto solo quello che poteva. È come un uomo che avanza nel vuoto camminando in equilibrio su una trave marcia, rischiando ogni istante di cadere. Anche se non è perfetto, non si può far altro che sostenerlo nel suo slancio. Quanto a Viganò, certo è che a motivarlo non è la preoccupazione di difendere le vittime. È un comportamento inaccettabile che rende ignobile la sua iniziativa.
G.H.: Lei in cosa è diverso da lui?
P.P.V.: Tanto per cominciare non ho tutti quei milioni, ma neanche li desidero, altrimenti non sarei mai diventato sacerdote. Ma soprattutto, contrariamente alle accuse che mi sono state lanciate, non avevo preparato assolutamente nulla. Sono rimasto scioccato. L’ho scritto. Di conseguenza è stata pubblicata la mia lettera nell’ambito di una petizione. Il resto lo sa. Un vecchio come me, ingrassato a causa di tutto ciò, che si sta facendo rifare i denti davanti, non è telegenico e non sono alla ricerca della notorietà. Se ho accettato di non indietreggiare l’ho fatto per le vittime. Sono loro i protagonisti ed è il loro messaggio che bisogna ascoltare. Di fronte a questo, io non conto più niente. Ecco tutto. Tutti gli attacchi che mi lanciano i tradizionalisti, accusandomi di essere il reverendo padre Giuda, massone, sul cammino dell’inferno (sic), non possono capire questo. Non c’è niente di strano, in quanto si tratta di una reazione della gente comune e i tradizionalisti non capiscono la gente comune. Si limitano a incontrarsi tra di loro per dirsi che sono i migliori e che tutti gli altri non valgono niente. Ebbene, checché ne dicano loro, la gente è buona e sa ancora ragionare abbastanza bene e non intende affatto lasciarsi raggirare dai loro ragionamenti. È uno degli aspetti di questa vicenda che mi rallegra.
G.H.: Se lei dovesse riassumere tutto in poche parole, cosa direbbe?
P.P.V.: Quello che gli estremisti non riescono a capire è che la questione non ruota intorno al cardinale Barbarin, ma alle vittime. Il clericalismo è un’influenza indebita esercitata da alcuni (alcune) paranoici che si infiltrano nella Chiesa e nelle Comunità religiose per esercitarvi il loro dominio. Una volta preso il controllo della coscienza, si possono allungare le mani sulle mutande o sul portafogli (o entrambi, purtroppo) a seconda del bisogno. Un perverso, uomo o donna, sa scegliere molto bene le sue prede. Riesce a rinchiuderle in un falso senso di colpa, mentre loro sono di un cinismo spaventoso. Quella è la prigione migliore. La lettera di papa Francesco ha il merito di identificare la radice di tutti questi mali nel clericalismo (va precisato che il clericalismo non si limita solo agli uomini: anche una madre superiora può essere profondamente clericale nel suo modo di governare). Si tratta prima di tutto di un abuso di potere spirituale che trascina gli altri.
Ebbene, se le vittime sono più informate saranno in grado di difendersi meglio in futuro, rendendo così la vita più difficile a predatori e predatrici. Non sono un sacerdote rivoluzionario che si ribella contro la sua gerarchia. Se i vescovi si mettono ad applicare le leggi canoniche e repubblicane, predatori e predatrici di ogni risma possibile e immaginabile non potranno che volgersi altrove. Un’immagine inarrestabile. Nel Medioevo sugli stalli dei monaci venivano scolpiti dei soggetti di natura morale o umoristica. In alcune chiese francesi si può ammirare la volpe che predica alle galline! Se le galline imparano a difendersi, le volpi saranno fregate. Ecco, non chiedo altro: rendere la vita impossibile a tutte le volpi (maschi e femmine) che si aggirano all’interno della Chiesa. Ritengo che sia il lavoro principale dei vescovi. Se un semplice sacerdote come me è indotto a richiamare questa verità basilare che sprona ogni individuo a ritrovare la retta via, allora non rimpiangerò nulla di questo evento mediatico. Quanto al cardinale, ha dimostrato che la caccia alla volpe non è proprio il suo forte, ragion per cui è opportuno che lasci il posto a chi è meglio di lui. Non ci sarà nessuna vergogna nel farlo, anzi.