Legge elettorale. Ripartiamo dal metodo

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Il problema

l Parlamento sta per varare l'ennesima legge elettorale della storia repubblicana, la quinta in trent'anni. Come già avvenuto con il Porcellum di Calderoli nel 2005 e con il Rosatellum nel 2017, il dibattito pubblico si concentra sul merito: soglie, premi, liste, collegi. È una discussione legittima, ma rischia di far perdere di vista un problema più grave: il metodo con cui in Italia si cambiano le regole del gioco democratico.

Una legge elettorale non è uno strumento tattico nelle mani della maggioranza di turno. Il suo compito è tradurre le preferenze dei cittadini in rappresentanza parlamentare, bilanciando due esigenze - rappresentatività e governabilità - che nessun sistema riesce a soddisfare pienamente insieme e che si combinano diversamente a seconda della società a cui si applicano: ecco perché nel mondo esistono decine di sistemi elettorali diversi, ciascuno tarato, almeno idealmente, sulle fratture sociali e politiche del proprio paese. Non esiste un sistema elettorale neutro o "giusto in assoluto": esiste, semmai, quello più adatto a una determinata società.

La società italiana è tra le più frammentate d'Europa, storicamente e ancora oggi: tradizioni politiche, territoriali e generazionali diverse si riflettono in un pluralismo partitico che nessuna legge elettorale, da sola, può cancellare per decreto. Questo rende particolarmente arduo, in Italia, il compromesso tra rappresentatività e governabilità. Ma è proprio per questo che la scelta del sistema elettorale dovrebbe essere il risultato di una riflessione condivisa e stabile nel tempo, non l'esito di un negoziato interno alla maggioranza di governo, cucito sulle convenienze elettorali del momento.

Da Calderoli in poi, in Italia si è fatto esattamente il contrario. Il Porcellum del 2005 fu confezionato da un governo uscente per limitare i danni di una sconfitta annunciata, tanto che lo stesso Calderoli lo definì pubblicamente "una porcata". Il Rosatellum del 2017 rispose a calcoli di convenienza altrettanto contingenti. La riforma approvata alla Camera a luglio e dal Senato, con modifiche, a metà settembre si inserisce nello stesso solco: premio di maggioranza che scatta anche per una coalizione di minoranza relativa, liste ancora bloccate nel capolista e solo parzialmente aperte alla preferenza per effetto degli ultimi emendamenti, testo negoziato dentro la maggioranza più che con le opposizioni. Una legge pensata da chi governa per chi governa, non per i cittadini che dovrebbe rappresentare.

Di tutti i sistemi elettorali che si sono succeduti nella storia repubblicana, solo due non sono stati pensati e approvati per favorire chi fosse al governo nel momento in cui venivano varati: il proporzionale della Prima Repubblica, che teneva conto — forse anche troppo — della necessità di rappresentare il pluralismo societario, e il Mattarellum, nato da un impulso referendario. Quest'ultimo aveva molti difetti e necessitava di essere riformato, ma al di là dei profili di merito (o di demerito) lo fu nel modo peggiore possibile, come metodo ancor più che come sostanza nel 2005 per pura convenienza politica del centrodestra allora al governo. Da allora lo scempio continua, di legislatura in legislatura, di maggioranza in maggioranza. 

Chiediamo dunque, prima ancora di entrare nel merito di un testo che dovrà tornare all'esame della Camera, che si riconosca un principio elementare: le regole con cui si eleggono i rappresentanti dei cittadini non possono essere scritte dai partiti che ne beneficeranno alle urne. Se davvero si vuole una legge elettorale duratura, che non debba essere riscritta a ogni cambio di maggioranza, occorre un percorso diverso: condiviso con le opposizioni, verificato nei suoi effetti sulla rappresentanza, non calato dall'alto a ridosso di una scadenza elettorale. Il modello scelto - maggioritario, proporzionale corretto o doppio turno che sia - conta meno del modo in cui lo si sceglie. Se il metodo resta questo, qualunque legge elettorale nascerà già delegittimata, e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni ne uscirà, ancora una volta, indebolita.

Luciano Bardi, Piero Ignazi, Oreste Massari

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Francesco RanioloPromotore della petizione

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