Io sto con Papa Francesco. Il sogno di una Chiesa aperta e rinnovata.

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Caro Papa Francesco,
sono un prete parroco di quattro piccole parrocchie della Diocesi della Spezia. Nei giorni scorsi ho letto la lettera “Correctio filialis de haeresibus propagatis” a te indirizzata. Benchè tale scritto mi sia apparso così aridamente erudito e vanamente capzioso da non meritare, in sé, neppure risposta, esso si aggiunge alla percezione di un clima più generale che, in ambienti cosiddetti “tradizionalisti”, in misura più o meno estrema, dà spazio ad una serie di contestazioni, o nella migliore delle ipotesi di incomprensioni, circa i tuoi pronunciamenti e la tua azione pastorale. Ritenendo legittima ogni presa di parola che esprima un sentire o un disagio su questioni che riguardano tutto il corpo ecclesiale, vorrei che, accanto a queste voci di contestazione, ti potessero giungere con chiarezza anche quelle di coloro (credo la maggioranza) che si riconoscono nello stile del tuo pontificato, te ne sono grati e desiderano appoggiarti nel tuo desiderio di migliorare la Chiesa. Perché in fondo, andando al nocciolo di tanta verbosa erudizione teologica e dottrinale, ciò che ti viene rimproverato, anche nella lettera a cui ho fatto riferimento, è sostanzialmente questo: la tua attitudine, semplicemente evangelica, a mettere al centro la persona, senza per questo trascurare la dottrina e la Tradizione, ma senza consentire che queste ultime diventino il fine a cui tendere e da preservare, e non i mezzi per operare nel senso del Bene autentico di ogni essere umano. Parlo dunque per non cedere al senso di tristezza, di sconforto e di sconcerto che la lettera sulle tue presunte eresie mi induce, anche in considerazione delle analogie che in essa riscontro con un pensiero sottile e strisciante che connota trasversalmente tanti ambienti di Chiesa, seppure espresso in toni meno dichiaratamente estremi e secondo i modi dell’ “ecclesialmente corretto”.
A proposito di tali chiusure dottrinali e dogmatiche mi è venuto da pensare al racconto di Franz Kafka “Un messaggio dell'imperatore”, che parla di un sovrano che, poco prima di morire, affida un messaggio ad un suo messaggero. Il desiderio dell'imperatore è che esso sia consegnato ad un suddito che, rimanendo alla finestra, lo sta attendendo con ansia in un angolo lontano dell’impero. Quel messaggio però non gli arriverà mai. Il messaggero, infatti, non riuscirà ad uscire dal palazzo e molto probabilmente vi morirà, come imprigionato: una serie infinita di cortili, un dedalo di scalinate, corridoi e stanze che immettono in altre stanze gli renderanno impossibile trovare la via per uscire all’aria aperta.
Ho spesso l'impressione, confermata anche dal contenuto della lettera citata, che la nostra Chiesa, attraverso le sue strutture, i suoi sistemi di potere, i suoi documenti, i suoi dogmi, somigli proprio a quel palazzo imperiale. Quante persone rimangono alla finestra in attesa di un messaggio che purtroppo non giungerà mai fino a loro. In particolare, quanti giovani oggi sentono quel palazzo imperiale così lontano dal loro vissuto concreto... e quanto avrebbero invece bisogno di ricevere un messaggio bello, libero e liberante, come è quello che proviene da Gesù.
Ma quel messaggio non arriva loro perché non riesce ad uscire da quella serie infinita di cortili, scalinate, corridoi e stanze: immagine che bene potrebbe alludere a quell’insieme di dottrine il cui linguaggio e le cui argomentazioni sono troppo spesso astratti, avulsi dal contesto storico e culturale nel quale viviamo... cosicché quell’impalcatura ideologica risulta incomprensibile e non accettabile da chi non intende mettere tra parentesi l'uso della ragione e le conoscenze acquisite nel proprio percorso formativo. E così tante, troppe persone, specialmente giovani, continuano a rimanere alla finestra ad attendere una buona notizia, un orizzonte di speranza che non arriverà mai.
Forse è necessario abbandonare il palazzo imperiale per andare ad abitare in camper o in tenda da campeggio, dimore che più facilmente permettono di viaggiare e di vivere inseriti nel mondo e nella storia? Oppure può essere sufficiente aprire almeno un ampio varco che permetta con più facilità di entrare, uscire o dimorare nel palazzo imperiale? Un ampio varco aperto nella consapevolezza che nessuno può pretendere di possedere la Verità e può pertanto decidere di escludere e di combattere coloro che pensano diversamente, che concepiscono modi diversificati di abitare gli spazi percepiti tuttavia come comuni.
Un ampio varco giustificato anche da quello che la storia della Chiesa ci ricorda. Una storia che dimostra come la Chiesa stessa non abbia mai posseduto pienamente e in modo definitivo la Verità, ma come la sua condizione sia stata quella di una sana, continua ricerca per leggere “i segni dei tempi” e non cessare mai di essere profetica. Lo stesso Magistero, nel corso della storia, non di rado è tornato su propri pronunciamenti, spesso non semplicemente per riformularli, ma, all’occorrenza, anche per ridefinirli nella loro sostanza.
Ciò mi induce a ritenere che sia la Chiesa stessa a riconoscere la possibilità di evolvere grazie alle nuove conoscenze e sensibilità che possono essere acquisite nel corso della storia, e a giustificare così l'apertura di quel varco che possa permettere di abitare comunque nel palazzo imperiale, senza rimanerne prigionieri o senza doverlo abbandonare del tutto qualora si delinei un nuovo pensiero o il desiderio di spingere lo sguardo nella pianura intorno, per esplorare ed interrogarsi.
Desidero confidarti, Francesco, un sogno che faccio spesso ad occhi aperti: la possibilità di una Chiesa nella quale ogni ricerca non risulti, di fatto, inutile, poiché tutto è già codificato, interpretato, scritto e offerto secondo formulazioni incontrovertibili e immutabili; ma una Chiesa dove poter intraprendere un cammino di scoperta, di discernimento, di crescita delle coscienze che sia davvero libero e sgombro da pregiudiziali, dove ci sia posto non solo per coloro che “guardano indietro”, ma anche per coloro che “guardano in avanti”, in modo tale che anche questi ultimi possano contribuire a far evolvere positivamente la Chiesa facendola diventare sempre più bella e sempre più evangelica.
Caro Papa, conducendomi a riflettere su tutto questo, la lettura della lettera “Correctio filialis de haeresibus propagatis” mi ha dunque spinto a scriverti: per solidarietà e per presa di distanza. Per solidarietà, perché nel mio piccolo anch'io mi sento un povero e insignificante messaggero che rimane bloccato nei meandri del maestoso palazzo imperiale e desidero allora manifestarti la mia vicinanza e la mia solidarietà di fronte agli attacchi che stai ricevendo. Per presa di distanza, perché desidero unirmi alla maggioranza delle persone che non si sentono per nulla rappresentate dai firmatari di quella lettera. Per quello che può valere il mio modesto pensiero e la mia solidarietà, sentivo che era per me importante poterteli comunicare.
Col desiderio che tanti altri ancora abbiano l'opportunità di unirsi a questa mia riflessione, ho deciso poi di diffonderla pubblicandola anche su internet.
Con affetto e stima
d. Giulio Mignani



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