

Cari sostenitori!
Aggiornamento straordinario oggi (e per questo un po’ più lungo del solito). È stato approvato il 25 gennaio il nuovo “schema di decreto legislativo” attuativo della legge 33/2023.
41 articoli (v. il testo) che rimodulano la legge 33 e si concentrano – come già la stessa legge – sulla “non autosufficienza” definita qui attraverso un mix di condizioni (art. 2) che tentano purtroppo di sviare dalla condizione di malattia e che appaiono confuse (volutamente?), così come gli interventi di cura che più volte nel decreto si sovrappongono con quelli assistenziali, molto differenti tra loro in termini di diritti sottesi.
Tanta l’enfasi dei mass media, assieme a critiche al decreto che, con ipocrisia, provengono peraltro da chi per anni ha sostenuto e continua a sostenere la legge sulla “non autosufficienza”: scarsità di risorse per la “Prestazione universale”, limitatezza degli interventi,... Tutto condivisibile, ma già noto: era chiaro per noi che sarebbe stato così!
Ma leggendo il testo oltre la propaganda, la questione cruciale, a nostro avviso, appare la “Valutazione multidimensionale” (art. 27).
Si prevede che entro un anno siano definiti i criteri per l’accesso alle prestazioni. Criteri che, come anticipati dal decreto, punteranno a confermare l'esclusione dall'accesso alle cure di lunga durata per le persone anziane malate croniche non autosufficienti, sulla base di direttive che nulla hanno di sanitario.
La "Valutazione multidimensionale unificata” finalizzata “all'identificazione dei fabbisogni di natura bio-psico-sociale, socio-sanitaria e sanitaria della persona anziana e del suo nucleo familiare”, comprenderà criteri di esclusione dalle cure (domiciliari, Rsa…), che finiranno sotto il rassicurante nome di: “criteri per la priorità di accesso”.
I criteri si baseranno sostanzialmente su motivi socio-economici (l'ISEE, su tutti), in contrasto con il principio di universalità garantito dal Servizio sanitario nazionale.
Una forma di discriminazione non prevista dalla legge 833/1978, il cui articolo 1 sanciva e continua a sancire che il Servizio sanitario deve fornire le prestazioni domiciliari e residenziali “senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l'eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio” sanitario.
Si tratta qui dell’avallo a livello nazionale di un comportamento discriminante già in atto da parte delle Regioni, con i loro regolamenti, ma illegalmente e, pertanto, sino ad oggi contrastabile dalle iniziative delle associazioni di tutela.
Questo aspetto è chiaramente cruciale e ci chiama ancora di più all’azione e alla condivisione per evitare il peggio.
Ci riserviamo di formulare un commento più esaustivo dello schema di decreto, ma era necessario focalizzare il nocciolo della questione: le cure di lungo termine condizionate da parametri avulsi da quelli riguardanti la salute.
Restiamo uniti!