Caro Ministro...


Fermo restando, Ministro Valditara..
c’è un’espressione che Lei, ripete come un rosario: «Fermo restando quanto previsto dalle Indicazioni nazionali…».
La usa per rassicurare, per “fare chiarezza”, per spiegare che no, in Italia non si vieta l’educazione sessuale.
Solo che, per insegnarla, servirà il consenso informato dei genitori.
In pratica: non è un divieto, è solo un permesso da chiedere. Un po' come dire che la scuola resta libera, purché stia zitta. Nel suo linguaggio, i termini “relazioni”, “rispetto”, “affettività” scorrono morbidi e neutri.
Sono parole da brochure, perfette per la comunicazione istituzionale.
Ma dietro quella patina lessicale si consuma una sottrazione: spariscono il corpo,il consenso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale.
Sparisce, insomma, la realtà.
L’educazione sessuale viene ridotta a una lezione di biologia: apparati riproduttivi, ormoni, malattie.
Tutto ciò che non implica emozioni, scelte, libertà.
Perché l’affettività, se privata della sessualità, diventa un concetto innocuo, sterilizzato.
Educazione sì, purché non tocchi il corpo. Lei sostiene che il consenso informato serva a “proteggere” i ragazzi da temi complessi e potenzialmente disorientanti.
Ma la complessità non disorienta: educa.
Il disorientamento nasce dal silenzio, non dalle parole.
E il consenso, in questo caso, rischia di diventare uno strumento di censura preventiva, un modo elegante per non far entrare la realtà in classe. Nel frattempo, i ragazzi crescono su Internet, educati da pornografia e modelli tossici di virilità.
Mentre la scuola, in attesa di una firma, resta ferma a parlare di “funzioni riproduttive”.
Il progetto culturale che si intravede dietro il ddl è chiaro: elevare la normalità a valore assoluto.
Una normalità rassicurante, disciplinata, controllabile.
Ma la scuola non dovrebbe difendere la normalità, dovrebbe esplorarne i confini.
Ridurre tutto alla “funzione riproduttiva” è un modo per disinnescare la curiosità, per addomesticare la complessità.
Lei Ministro, cita spesso un sondaggio secondo cui “il 90% delle scuole” avrebbe attivato corsi di educazione alle relazioni e al rispetto.
Un numero senza fonte pubblica, senza criteri chiari, senza alcuna verifica.
Un dato che funziona come slogan, non come informazione.
Eppure viene usato per chiudere il dibattito, come se la statistica potesse sostituire la trasparenza.
E ripete: «È falso dire che in Italia si vieta l’educazione sessuale».
Vero: non la si vieta. La si svuota, lentamente, parola dopo parola. È una forma più sottile di censura: la rimozione semantica.
Ministro, la scuola è anche il luogo più indicato dove si imparano le parole difficili: corpo, desiderio, consenso, identità.
Parole che non disorientano, ma formano.
Parole che salvano.
Soprattutto in un Paese dove le cronache di femminicidi si alternano ai dibattiti sull’“educazione affettiva”, come se la violenza nascesse nel vuoto e non nel silenzio.E non è un caso che, proprio mentre si restringe il linguaggio con cui si può parlare di corpo e di desiderio, si tenti anche di silenziare chi vuole parlare di pace.
La cancellazione del corso di formazione del 4 novembre, dedicato alla riflessione critica sulla militarizzazione della scuola è un atto grave e simbolico.
Si toglie la parola a chi voleva interrogarsi sul senso della guerra, sul ruolo della scuola, sul valore della nonviolenza.
L’articolo 11 della Costituzione è chiarissimo: l’Italia ripudia la guerra.
E una scuola fedele alla Costituzione deve ripudiare anche ogni linguaggio, simbolo o pratica che ne riproduca la logica.
Deve rifiutare ogni forma di militarizzazione della cultura e dell’istruzione.
Deve restare uno spazio libero!
Ministro, la scuola non è un campo di addestramento, né un pulpito ideologico.
È il luogo dove si impara la Pace ,quella che nasce dal pensiero, dalla conoscenza e dal rispetto reciproco.
Si può censurare un corso, si può rinviare un dibattito, ma non si può fermare l’idea stessa di educazione.
Perché l’educazione, quella vera, è sempre disarmata.
E disarmante.
Cordialmente, ferma resistendo . Miriam Piro