Per un rinnovamento nella chiesa di Genova: il messaggio di Angelo Chiapparo


MEMORIA E IMPEGNO. IN ATTESA DEL NUOVO VESCOVO DI GENOVA, SVILUPPIAMO LE SFIDE PASTORALI DELLA NOSTRA PETIZIONE CON ALCUNE TESTIMONIANZE A CURA DEI PRIMI FIRMATARI.
di Angelo Chiapparo
Aspettare il nuovo Vescovo può significare tra le altre cose coltivare la speranza che la parrocchia, cuore della vita ecclesiale, assuma quel carattere di chiesa in uscita auspicato da papa Francesco.
Nella mia esperienza ho vissuto qualcosa di simile che, da allora, primi anni sessanta, ho continuato a vivere nelle testimonianze dei diversi parroci che si sono succeduti fino ad oggi.
Il primo parroco, don Acciai, fu costruttore di una baracca, quale sede parrocchiale, e di un'idea di chiesa di strada.
Fu un parroco che indossò sempre l'abito talare, un abito logoro, con cui svolgeva ogni attività, da quelle ministeriali, a quelle culturali, a quelle sociali e solidaristiche fino a quelle da muratore.
Non lo smise mai.
Come non smise mai la sua vicinanza, la sua empatia, la sua identificazione con la sua gente.
Senza mezzi, a mani nude. Scriveva infatti che “La povertà dei mezzi, accettata e amata, ha voluto essere una occasione che ci permettesse, accettando ogni cosa dismessa, di trasfigurarla nell'amore verso tutti in modo che Cristo, visibilmente, potesse rinnovare la sua incarnazione nel nostro quartiere”.
Sulle porte della chiesa appose un cartello su cui era scritto:
"Questa è la casa di Gesù Cristo.
Questa porta non chiede a colui che entra se abbia un nome, ma se abbia un dolore.
Voi soffrite: siate il benvenuto perchè vi chiamate “mio fratello”.
Tutto quello che è qui è vostro. Tutto quello che è vostro è qui!
Tutto questo è COMUNITA' CRISTIANA."
Furono i primi anni sessanta, gli anni del Concilio Vaticano II, seguiti con un forte coinvolgimento, gli anni di una consistente emigrazione dal sud (tutti i locali di via Vesuvio furono adibiti a depositi di mobili che lui stesso portava sulle sue spalle), gli anni di palloncini arrivati oltre cortina (raggiunsero in Ungheria bambini con cui si aprì un dialogo che fu ponte tra mondi lontani), gli anni di tragedie nel quartiere con bambini morti per asfissia in casa (si promossero assemblee pubbliche in chiesa) e bambini annegati nel Lagaccio (si promossero manifestazioni di protesta fino al prosciugamento), anni di lotte per servizi come gli asili e di risposte non targate clericalmente, come l'istituzione di una pubblica assistenza.
Furono gli anni della contestazione ecclesiale nella vicina parrocchia di Oregina con Padre Zerbinati (don Acciai ha sempre seguito da vicino questa esperienza con spirito critico), anni in cui i missionari passavano da Genova per imbarcarsi verso l'America Latina (la parrocchia li ospitava con incontri e celebrazioni condivise in cui si arricchiva la comune Fede). Per questa esperienza nacque la frase di don Acciai: “via Vesuvio è la mia America Latina”, una frase che esprimeva un'idea nuova di missionarietà di cui erano portatori i molti partenti che si erano contaminati con la teologia della liberazione.
Questa è stata una realtà che ha segnato anche la vita parrocchiale negli anni successivi, una realtà che coglie fino in fondo quell'idea di “chiesa vicina” così come suggerisce papa Francesco. Un suggerimento non certo estetico o opportunistico, ma una scelta ecclesiologica che dovrebbe scardinare quei modelli statici e ripiegati all'interno delle sacrestie, di cui sono ammalate molte parrocchie genovesi.
Il nuovo Vescovo potrebbe imprimere questa svolta che restituisce senso, contenuti e nuovo entusiasmo alle nostre chiese locali.
E' quello che auspicavamo con la petizione che abbiamo sottoscritto a febbraio.
Angelo Chiapparo