
La Procedura di Morte Fantasma
Ho scritto io le regole. Io. Un cittadino qualunque, non un impiegato amministrativo dello stato, un loro dirigente, non un politico, non un tecnocrate atatale pagato per pensare a come far funzionare lo Stato. Io, che ho già abbastanza da fare con il lutto, con la vita, con il lavoro. Ho immaginato un sistema così elementare che persino un algoritmo degli anni ’90 potrebbe gestirlo. Eppure, non esiste. Non esiste neanche sulla carta. Non esiste neanche come progetto. Non esiste neanche come promessa elettorale.
E allora?
Allora tocca a me. A me, e alla mia famiglia. Noi dobbiamo inventarci la procedura. Noi dobbiamo correre da un ufficio all’altro, come topi in un labirinto progettato da sadici. Noi dobbiamo pagare il notaio, il CAF, le marche da bollo, la benzina, il parcheggio, le ferie perse per andare dal Notaio/CAF, le notti insonni. Noi dobbiamo fare il lavoro dello Stato, gratuitamente, mentre lo Stato si limita a incassare, a timbrare, a rimbalzarci da uno sportello all’altro.
La beffa?
Che se un giorno—se—qualcuno deciderà di implementare una procedura simile, sarà grazie al nostro sudore, al nostro tempo rubato, alle nostre lacrime di frustrazione. Sarà perché noi, i cittadini, abbiamo fatto da cavie, da beta tester non pagati, da schiavi volontari di un sistema che ci tratta come un fastidio, non come persone.
La domanda che dovremmo farci è:
Perché? Perché lo Stato, invece di pagare qualcuno per progettare un sistema efficiente, preferisce far pagare i cittadini per supplire alla sua inettitudine? Perché è più facile scaricare su di noi il peso della sua incapacità, piuttosto che assumersi la responsabilità di risolvere il problema?
La risposta è semplice:
Perché può. Perché noi, ancora, glielo permettiamo.
Epilogo:
Un giorno, forse, qualcuno leggerà queste righe e riderà, pensando a quanto eravamo primitivi. Ma oggi, oggi, la realtà è questa: lo Stato non c’è. E fino a quando non ci sarà, saremo noi a fare il suo lavoro. Gratis. E senza neanche un grazie.