Appello di cristiani ed ebrei per una parola di discernimento e di pace


Appello di cristiani ed ebrei per una parola di discernimento e di pace
Le problème
Eventi che ci turbano
Dichiarazione dei membri delle comunità ebraiche e cristiane
(15 gennaio 2026)
All’inizio del nuovo anno civile, mentre la situazione in Israele sembra attraversare una pausa — seppur ancora preoccupante sotto molti aspetti — è utile riflettere sui discorsi e sulle analisi che hanno circolato e continuano a circolare su questo conflitto.
Noi, membri delle comunità ebraiche e cristiane, che viviamo in Israele o altrove e siamo impegnati nel dialogo, esprimiamo il nostro profondo sgomento e la nostra compassione di fronte alle sofferenze umane provocate dai massacri del 7 ottobre 2023 e dalla violenza che successivamente si è sviluppata nella regione, colpendo duramente le popolazioni ebraiche e palestinesi. Condanniamo la violenza terroristica indiscriminata che prende di mira i civili — donne e bambini — a prescindere dagli autori. Oggi tali sofferenze sono aggravate dalla loro strumentalizzazione a servizio di discorsi ideologici che disturbano e ostacolano il discernimento. Il fatto che questi discorsi risuonino negativamente anche in alcuni ambienti cristiani ci preoccupa profondamente e ci porta a ritenere necessario prendere la parola.
Parliamo con coscienza, con gravità e responsabilità. Questa sofferenza ci colpisce, ci obbliga e ci impegna moralmente. Essa richiede parole giuste, ma anche una maggiore vigilanza nel modo stesso di parlare, poiché ogni parola religiosa può aprire vie di guarigione o approfondire le ferite.
È proprio in nome di questa esigenza morale che non possiamo restare in silenzio. Le tradizioni ebraica e cristiana insegnano che la verità richiede umiltà, cioè il riconoscimento dei nostri limiti, dei nostri angoli ciechi e della nostra incapacità di comprendere da soli tutta la complessità del reale. Siamo particolarmente turbati dall’uso ripetuto del termine genocidio, diffuso anche in ambienti e media cristiani, come affermazione definitiva contro Israele. Tale qualificazione impegna sia la nostra coscienza morale sia la nostra responsabilità collettiva, e deve essere affrontata con rigore e discernimento, per prevenire abusi o strumentalizzazioni, proteggere la memoria delle vittime autentiche ed evitare qualsiasi banalizzazione del termine, che priverebbe le vittime di protezione reale. La prudenza impone quindi di non trasformare un’accusa grave in una certezza assoluta, né di strumentalizzarla come uno slogan facile e immediato, poiché confondere l’indignazione morale con la qualificazione giuridica indebolisce al contempo la giustizia, la credibilità del diritto e il discorso religioso stesso.
Siamo anche allarmati quando si essenzializza il sionismo, lo Stato di Israele e, per estensione, gli ebrei in generale, presentandoli come intrinsecamente coloniali, razzisti o criminali. Un simile approccio rifiuta di riconoscere la pluralità delle storie, delle esperienze e delle coscienze. Allo stesso modo, all’interno della società israeliana, comprese le comunità cristiane del paese, molti si considerano parte integrante di Israele e partecipano pienamente alla vita del paese. Queste realtà, spesso invisibilizzate, ricordano che nessun popolo può essere rinchiuso in una sola voce o in una postura unica. Per molti di noi, ebrei e cristiani legati a Israele, il sionismo comprende narrazioni multiple, talvolta contraddittorie, segnate dall’esilio, dalle persecuzioni, dalla Shoah, dalla ricerca di un rifugio, ma anche da aspirazioni diverse alla sicurezza, alla giustizia e alla pace. Ridurre questa pluralità a un’ideologia unica del male significa negare traiettorie umane complesse e rendere impossibile il dialogo.
Riteniamo indispensabile ricordare che la Chiesa cattolica, per voce della Santa Sede, ha riconosciuto esplicitamente il legame storico e ancestrale del popolo ebraico con la Terra di Israele. Tale riconoscimento si radica in particolare nella dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, che respinge ogni teologia della sostituzione e afferma la permanenza del popolo ebraico nella storia della salvezza. Ha logicamente condotto, sul piano politico, al riconoscimento diplomatico dello Stato di Israele nel 1993, che costituisce il riconoscimento politico della sovranità ritrovata del popolo ebraico sulla propria terra, proclamata nel 1948 e validata dalla comunità internazionale tramite l’ammissione alle Nazioni Unite. Sotto i pontificati successivi di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, la Santa Sede ha riaffermato che il popolo ebraico non è un popolo estraneo o coloniale su questa terra, ma vi mantiene un legame storico profondo, distinto da ogni valutazione critica delle politiche di un dato governo. Ricordare ciò non nega alcuna ingiustizia subita da altre popolazioni, ma costituisce un discernimento fedele alla verità storica e ai fondamenti del dialogo ebraico-cristiano.
Nel considerare gli eventi attuali, è essenziale non lasciarsi travolgere dalle emozioni suscitate dalle immagini e dai resoconti, ma esercitare un discernimento attento e mantenere una costante umiltà, senza ridurre la complessità umana e storica a una rigida dicotomia tra oppressori e oppressi. Riconoscere la complessità della situazione non significa disimpegnarsi, bensì rifiutare un approccio semplicistico e riduttivo. La semplificazione eccessiva cristallizza le identità, stereotipa i gruppi e confina i popoli in ruoli fissi. La verità sul campo è sempre plurale e sfumata. La carità, l’amore e la compassione per tutti devono guidare le nostre parole e la nostra critica, assicurando che la dignità di tutte le popolazioni sia difesa senza cancellare nessuno.
È inoltre importante evitare di mescolare registri distinti — materiale, politico, storico e teologico — che obbediscono a logiche diverse e possono entrare in tensione quando si parla della terra d’Israele. La questione non si riduce a decidere chi fosse presente per primo. Il racconto biblico sottolinea chiaramente che la terra di Canaan era abitata da diversi popoli. Le tradizioni ebraica e cristiana non hanno mai ridotto la terra a una semplice dimensione materiale. La terra porta anche significati spirituali, etici e simbolici. Per il popolo ebraico, la dimensione storica e fisica della sua presenza in Israele è reale e documentata. Essa è costitutiva della sua identità e della sua vocazione. Negare questa realtà apre la strada alla negazione dei suoi diritti e del suo legame ancestrale con questa terra. Mescolare questi registri senza distinguerli, o troncarli selettivamente, priva le tradizioni religiose della capacità di contribuire in modo costruttivo ai conflitti e al loro superamento.
È inoltre necessario ricordare la presenza antica nella regione di altri popoli e minoranze — in particolare Druzi, Beduini, Samaritani e altre comunità — portatori delle proprie storie e che hanno scelto di impegnare il loro futuro all’interno dello Stato di Israele. Il silenzio su queste popolazioni solleva una grave questione morale: i loro diritti, la loro voce e la loro dignità sono considerati trascurabili? Questa realtà, senza negare le ingiustizie persistenti né idealizzare le politiche attuate, dimostra che la situazione non può essere racchiusa in un racconto unico in cui un solo attore incarnerebbe tutti i diritti e un altro tutte le colpe. La fedeltà alla dignità umana impone di riconoscere tutte le comunità, nella loro diversità, nei loro diritti e nelle loro sofferenze, senza dissolverle in un racconto riduttivo che valorizza alcune identità a scapito di altre.
Siamo turbati quando un’asimmetria morale relativizza certe violenze mentre ne assolutizza altre, rischiando di gerarchizzare le vittime. Ogni vita umana è sacra. I crimini commessi contro i civili, chiunque essi siano e da qualsiasi parte provengano, devono essere nominati, condannati e giudicati con la stessa chiarezza morale, senza giustificazioni né relativizzazioni. È necessario combattere la radicalizzazione dei racconti. È nostro dovere etico valutare gli effetti concreti delle parole che utilizziamo. Un discorso che chiude i percorsi del dialogo difficilmente prepara la riconciliazione che evoca, né il perdono.
Ribadiamo il nostro incrollabile attaccamento alla dignità e ai diritti di tutte le popolazioni della regione, riconoscendo che ogni popolo porta con sé una storia, una vocazione e una responsabilità proprie. Questa fedeltà ci porta, in particolare, a rispettare le legittime aspirazioni dei palestinesi, pur affermando il diritto del popolo ebraico alla sicurezza e al riconoscimento del suo legame storico e spirituale con questa terra. Rifiutare di scegliere tra questi impegni non è una posizione di comodità, ma un’esigenza morale e spirituale. Crediamo che la giustizia senza verità diventi ideologia, e che la verità senza amore diventi violenza.
In questi tempi oscuri, invitiamo i responsabili religiosi e le coscienze credenti a una responsabilità accresciuta. Le nostre parole possono calmare o infiammare, aprire percorsi o chiuderli definitivamente. Fedeli alle nostre rispettive tradizioni, scegliamo di continuare a cercare insieme una parola di verità sostenuta dalla giustizia, provata dal discernimento e sorretta dall’amore senza il quale nessuna vera pace è possibile. Come ci ricorda il salmista:
«Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo.» (Salmo 85, 11-12).
Possa il nuovo anno portare frutto agli sforzi di israeliani e palestinesi che da tempo lavorano per relazioni pacifiche e costruttive, e che, nonostante il deterioramento dei rapporti, continuano con coraggio e fede. Meritano di essere riconosciuti, incoraggiati e sostenuti.
- Padre Louis Marie Coudray, priore dell’abbazia benedettina di Notre-Dame de la Résurrection ad Abu Ghosh.
- Padre Luc Cornuaud, abate dell’abbazia benedettina di La Pierre-qui-Vire.
- Chief Rabbi David Rosen, KSG, CBE, co-presidente internazionale di Religions for Peace.
- Florence Taubmann, ministra ordinata della Chiesa protestante unita di Francia, membro dell’associazione Shalom Salam.
- Prof. Dr. Christian M. Rutishauser, SJ, professore di studi ebraici e teologia, Università di Lucerna.
- Dr.ssa Thérèse Andrevon Gottstein, Institut Catholique de Paris (ICP) e Elijah Interfaith Institute.
- Prof. Donizetti L. Ribeiro, assistente del superiore generale dei Fratelli di Sion, residente in Brasile.
- Prof.ssa Dr. Roberta Ascarelli, presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane d’Italia.
- Prof. Jean-Dominique Durand, presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia (AJCF).
- Joël Thierry, segretario generale dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia (AJCF).
- Prof. Marco Cassuto Morselli, presidente emerito della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane d’Italia.
- Prof. Dr. Gavin D’Costa, professore presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino; professore emerito presso l’Università di Bristol.
- Rabbi Dr. Dov Maimon, direttore della ricerca presso il Jewish People Policy Institute (JPPI).
- Yisca Harani, direttrice del Religious Freedom Data Centre.
- Dr. Tobias Wallbrecher, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.
- Friederike Pesch Wallbrecher, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.
- Rivka Spizzichino, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.

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Le problème
Eventi che ci turbano
Dichiarazione dei membri delle comunità ebraiche e cristiane
(15 gennaio 2026)
All’inizio del nuovo anno civile, mentre la situazione in Israele sembra attraversare una pausa — seppur ancora preoccupante sotto molti aspetti — è utile riflettere sui discorsi e sulle analisi che hanno circolato e continuano a circolare su questo conflitto.
Noi, membri delle comunità ebraiche e cristiane, che viviamo in Israele o altrove e siamo impegnati nel dialogo, esprimiamo il nostro profondo sgomento e la nostra compassione di fronte alle sofferenze umane provocate dai massacri del 7 ottobre 2023 e dalla violenza che successivamente si è sviluppata nella regione, colpendo duramente le popolazioni ebraiche e palestinesi. Condanniamo la violenza terroristica indiscriminata che prende di mira i civili — donne e bambini — a prescindere dagli autori. Oggi tali sofferenze sono aggravate dalla loro strumentalizzazione a servizio di discorsi ideologici che disturbano e ostacolano il discernimento. Il fatto che questi discorsi risuonino negativamente anche in alcuni ambienti cristiani ci preoccupa profondamente e ci porta a ritenere necessario prendere la parola.
Parliamo con coscienza, con gravità e responsabilità. Questa sofferenza ci colpisce, ci obbliga e ci impegna moralmente. Essa richiede parole giuste, ma anche una maggiore vigilanza nel modo stesso di parlare, poiché ogni parola religiosa può aprire vie di guarigione o approfondire le ferite.
È proprio in nome di questa esigenza morale che non possiamo restare in silenzio. Le tradizioni ebraica e cristiana insegnano che la verità richiede umiltà, cioè il riconoscimento dei nostri limiti, dei nostri angoli ciechi e della nostra incapacità di comprendere da soli tutta la complessità del reale. Siamo particolarmente turbati dall’uso ripetuto del termine genocidio, diffuso anche in ambienti e media cristiani, come affermazione definitiva contro Israele. Tale qualificazione impegna sia la nostra coscienza morale sia la nostra responsabilità collettiva, e deve essere affrontata con rigore e discernimento, per prevenire abusi o strumentalizzazioni, proteggere la memoria delle vittime autentiche ed evitare qualsiasi banalizzazione del termine, che priverebbe le vittime di protezione reale. La prudenza impone quindi di non trasformare un’accusa grave in una certezza assoluta, né di strumentalizzarla come uno slogan facile e immediato, poiché confondere l’indignazione morale con la qualificazione giuridica indebolisce al contempo la giustizia, la credibilità del diritto e il discorso religioso stesso.
Siamo anche allarmati quando si essenzializza il sionismo, lo Stato di Israele e, per estensione, gli ebrei in generale, presentandoli come intrinsecamente coloniali, razzisti o criminali. Un simile approccio rifiuta di riconoscere la pluralità delle storie, delle esperienze e delle coscienze. Allo stesso modo, all’interno della società israeliana, comprese le comunità cristiane del paese, molti si considerano parte integrante di Israele e partecipano pienamente alla vita del paese. Queste realtà, spesso invisibilizzate, ricordano che nessun popolo può essere rinchiuso in una sola voce o in una postura unica. Per molti di noi, ebrei e cristiani legati a Israele, il sionismo comprende narrazioni multiple, talvolta contraddittorie, segnate dall’esilio, dalle persecuzioni, dalla Shoah, dalla ricerca di un rifugio, ma anche da aspirazioni diverse alla sicurezza, alla giustizia e alla pace. Ridurre questa pluralità a un’ideologia unica del male significa negare traiettorie umane complesse e rendere impossibile il dialogo.
Riteniamo indispensabile ricordare che la Chiesa cattolica, per voce della Santa Sede, ha riconosciuto esplicitamente il legame storico e ancestrale del popolo ebraico con la Terra di Israele. Tale riconoscimento si radica in particolare nella dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, che respinge ogni teologia della sostituzione e afferma la permanenza del popolo ebraico nella storia della salvezza. Ha logicamente condotto, sul piano politico, al riconoscimento diplomatico dello Stato di Israele nel 1993, che costituisce il riconoscimento politico della sovranità ritrovata del popolo ebraico sulla propria terra, proclamata nel 1948 e validata dalla comunità internazionale tramite l’ammissione alle Nazioni Unite. Sotto i pontificati successivi di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, la Santa Sede ha riaffermato che il popolo ebraico non è un popolo estraneo o coloniale su questa terra, ma vi mantiene un legame storico profondo, distinto da ogni valutazione critica delle politiche di un dato governo. Ricordare ciò non nega alcuna ingiustizia subita da altre popolazioni, ma costituisce un discernimento fedele alla verità storica e ai fondamenti del dialogo ebraico-cristiano.
Nel considerare gli eventi attuali, è essenziale non lasciarsi travolgere dalle emozioni suscitate dalle immagini e dai resoconti, ma esercitare un discernimento attento e mantenere una costante umiltà, senza ridurre la complessità umana e storica a una rigida dicotomia tra oppressori e oppressi. Riconoscere la complessità della situazione non significa disimpegnarsi, bensì rifiutare un approccio semplicistico e riduttivo. La semplificazione eccessiva cristallizza le identità, stereotipa i gruppi e confina i popoli in ruoli fissi. La verità sul campo è sempre plurale e sfumata. La carità, l’amore e la compassione per tutti devono guidare le nostre parole e la nostra critica, assicurando che la dignità di tutte le popolazioni sia difesa senza cancellare nessuno.
È inoltre importante evitare di mescolare registri distinti — materiale, politico, storico e teologico — che obbediscono a logiche diverse e possono entrare in tensione quando si parla della terra d’Israele. La questione non si riduce a decidere chi fosse presente per primo. Il racconto biblico sottolinea chiaramente che la terra di Canaan era abitata da diversi popoli. Le tradizioni ebraica e cristiana non hanno mai ridotto la terra a una semplice dimensione materiale. La terra porta anche significati spirituali, etici e simbolici. Per il popolo ebraico, la dimensione storica e fisica della sua presenza in Israele è reale e documentata. Essa è costitutiva della sua identità e della sua vocazione. Negare questa realtà apre la strada alla negazione dei suoi diritti e del suo legame ancestrale con questa terra. Mescolare questi registri senza distinguerli, o troncarli selettivamente, priva le tradizioni religiose della capacità di contribuire in modo costruttivo ai conflitti e al loro superamento.
È inoltre necessario ricordare la presenza antica nella regione di altri popoli e minoranze — in particolare Druzi, Beduini, Samaritani e altre comunità — portatori delle proprie storie e che hanno scelto di impegnare il loro futuro all’interno dello Stato di Israele. Il silenzio su queste popolazioni solleva una grave questione morale: i loro diritti, la loro voce e la loro dignità sono considerati trascurabili? Questa realtà, senza negare le ingiustizie persistenti né idealizzare le politiche attuate, dimostra che la situazione non può essere racchiusa in un racconto unico in cui un solo attore incarnerebbe tutti i diritti e un altro tutte le colpe. La fedeltà alla dignità umana impone di riconoscere tutte le comunità, nella loro diversità, nei loro diritti e nelle loro sofferenze, senza dissolverle in un racconto riduttivo che valorizza alcune identità a scapito di altre.
Siamo turbati quando un’asimmetria morale relativizza certe violenze mentre ne assolutizza altre, rischiando di gerarchizzare le vittime. Ogni vita umana è sacra. I crimini commessi contro i civili, chiunque essi siano e da qualsiasi parte provengano, devono essere nominati, condannati e giudicati con la stessa chiarezza morale, senza giustificazioni né relativizzazioni. È necessario combattere la radicalizzazione dei racconti. È nostro dovere etico valutare gli effetti concreti delle parole che utilizziamo. Un discorso che chiude i percorsi del dialogo difficilmente prepara la riconciliazione che evoca, né il perdono.
Ribadiamo il nostro incrollabile attaccamento alla dignità e ai diritti di tutte le popolazioni della regione, riconoscendo che ogni popolo porta con sé una storia, una vocazione e una responsabilità proprie. Questa fedeltà ci porta, in particolare, a rispettare le legittime aspirazioni dei palestinesi, pur affermando il diritto del popolo ebraico alla sicurezza e al riconoscimento del suo legame storico e spirituale con questa terra. Rifiutare di scegliere tra questi impegni non è una posizione di comodità, ma un’esigenza morale e spirituale. Crediamo che la giustizia senza verità diventi ideologia, e che la verità senza amore diventi violenza.
In questi tempi oscuri, invitiamo i responsabili religiosi e le coscienze credenti a una responsabilità accresciuta. Le nostre parole possono calmare o infiammare, aprire percorsi o chiuderli definitivamente. Fedeli alle nostre rispettive tradizioni, scegliamo di continuare a cercare insieme una parola di verità sostenuta dalla giustizia, provata dal discernimento e sorretta dall’amore senza il quale nessuna vera pace è possibile. Come ci ricorda il salmista:
«Misericordia e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo.» (Salmo 85, 11-12).
Possa il nuovo anno portare frutto agli sforzi di israeliani e palestinesi che da tempo lavorano per relazioni pacifiche e costruttive, e che, nonostante il deterioramento dei rapporti, continuano con coraggio e fede. Meritano di essere riconosciuti, incoraggiati e sostenuti.
- Padre Louis Marie Coudray, priore dell’abbazia benedettina di Notre-Dame de la Résurrection ad Abu Ghosh.
- Padre Luc Cornuaud, abate dell’abbazia benedettina di La Pierre-qui-Vire.
- Chief Rabbi David Rosen, KSG, CBE, co-presidente internazionale di Religions for Peace.
- Florence Taubmann, ministra ordinata della Chiesa protestante unita di Francia, membro dell’associazione Shalom Salam.
- Prof. Dr. Christian M. Rutishauser, SJ, professore di studi ebraici e teologia, Università di Lucerna.
- Dr.ssa Thérèse Andrevon Gottstein, Institut Catholique de Paris (ICP) e Elijah Interfaith Institute.
- Prof. Donizetti L. Ribeiro, assistente del superiore generale dei Fratelli di Sion, residente in Brasile.
- Prof.ssa Dr. Roberta Ascarelli, presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane d’Italia.
- Prof. Jean-Dominique Durand, presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia (AJCF).
- Joël Thierry, segretario generale dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Francia (AJCF).
- Prof. Marco Cassuto Morselli, presidente emerito della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane d’Italia.
- Prof. Dr. Gavin D’Costa, professore presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino; professore emerito presso l’Università di Bristol.
- Rabbi Dr. Dov Maimon, direttore della ricerca presso il Jewish People Policy Institute (JPPI).
- Yisca Harani, direttrice del Religious Freedom Data Centre.
- Dr. Tobias Wallbrecher, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.
- Friederike Pesch Wallbrecher, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.
- Rivka Spizzichino, membro dell’associazione Ricordiamo Insieme.

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Pétition lancée le 16 janvier 2026