Abolire gli ordini professionali in Italia

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Luigi Einaudi diceva “ Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”.

E’ il caso di ricordare che gli Ordini professionali devono la loro esistenza alla legge fascista n.897 del 25 aprile 1938 che modificò la legge istitutiva del 24 giugno 1923 n. 1395, che garantiva l’esercizio professionale anche ai non iscritti agli Albi,e introdusse la norma secondo cui “Possono esercitare la professione solo gli iscritti agli Albi; non possono essere iscritti e,se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione”. Una legge emanata nel clima delle leggi razziali di quegli anni e, perciò, volta a impedire l’esercizio professionale agli ebrei, agli antifascisti, e, vista l’omofobia del fascismo, anche agli omosessuali. Una legge-vergogna che il Parlamento repubblicano non è stato capace di abrogare. Non ostante le sollecitazioni di Luigi Einaudi, Indro Montanelli, Bruno Zevi, Ugo La Malfa, Marco Pannella, Angelo Panebianco, Pietro Ichino, Antonio Martino e tantissimi altri.

5 motivi per abolire gli ordini professionali


1. Immobilità sociale
L’Italia è una delle patrie dell’immobilità sociale, in cui i redditi dei figli sono più legati a quelli dei padri. Parte di questa immobilità è legata all’ereditarietà delle professioni.

2. Difficoltà di accesso per gli outsider

L’immobilismo legato agli ordini professionali è una delle fonti di guai per il nostro mercato del lavoro, dove i lavoratori membri degli ordini sono ben tutelati e gli outsider che vogliono entrarci devono affrontare un vero e proprio percorso a ostacoli, fatto di:

  • esami di Stato
  • corsi di specializzazione
  • praticantati obbligatori, non retribuiti


Il tutto in palese conflitto d’interesse, a parere degli economisti Orsini e Pellizzari in “Dinastie d’Italia. Gli ordini tutelano davvero i consumatori?” (Università Bocconi editore), che scrivono: “L’accesso all’ordine è infatti regolato da chi esercita la professione e non ha alcuna intenzione di dare il via libera a chi è potenzialmente più bravo di lui”. Inutile dire che questo meccanismo è uno sberleffo alla meritocrazia.

3. Peggiori servizi per i consumatori

Gli autori notano anche che gli ordini sono deleteri per gli utenti, in quanto le restrizioni alla concorrenza non sono compensate da una maggiore qualità e trasparenza dei servizi per i consumatori.

4. Migliore performance delle aziende

L’abolizione degli ordini professionali porterebbe a una maggiore efficienza e a una migliore performance delle aziende (vedi gli studi di Bandiera et al., 2009 e di Pèrez-Gonzàles, 2006). Gli ordini professionali sono anche un freno all’innovazione: se fossero aboliti, si eliminerebbe uno dei “brevetti generalizzati” dell’Italia.

5. Il lavoro si impara sul campo

Per essere giudicato un professionista esperto, non basta avere il proprio nome iscritto su un elenco, né aver superato un esame. Si diventa professionisti sul campo con impegno ed esperienza, non per merito di un registro.



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