

Buongiorno a tutti! Il mio calvario ha oggi, 27 settembre 2018, un nuovo inizio. Un nuovo step, dopo una pausa durata neppure un anno, che mi porterà a subire, ancora una volta, l’umiliante condizione della disoccupata. Non ho né il tempo né la voglia di piangermi addosso, solo quello sufficiente per una breve riflessione.
La Sentenza del Tribunale di Sassari, che accoglie l’istanza del Banco di Sardegna e che ha decretato il mio allontanamento dal posto di lavoro, rappresenta una sconfitta per il mondo del lavoro e per le donne tutte. Pensare in termini di eguaglianza di trattamento e di pari opportunità, in questo paese, è difficile, complesso e spesso mortificante. L’azienda, presumo, festeggerà. I suoi festeggiamenti saranno il triste contraltare che si frappone come un muro di diniego alle speranze di ottenere ed esigere il dovuto rispetto per la condizione della donna nel mondo del lavoro, soprattutto se e quando questa è anche in stato di gravidanza. La morbosa e pervicace azione di demolizione psicologica attuata nei miei confronti in questo periodo, dal giorno del mio rientro in azienda, non mi fiaccherà, e sono ben decisa e motivata a proseguire questa battaglia di civiltà.
Lo devo in primo luogo a me stessa, alla mia famiglia, ai miei figli, anche a quello che dovrà nascere il prossimo anno. Ma lo sento anche come un dovere civile nei confronti delle tante donne dimenticate e che avvertono sulla propria anima e carne il moto stritolante di un meccanismo che scorda l’umanità di ciascuna di noi, il nostro essere portatrici di vita. In ambito sociale e lavorativo, purtroppo, questo privilegio datoci in dono da Madre Natura è considerato alla stregua di un handicap, che appesantisce l’organizzazione e le capacità di profitto delle aziende.
Disumano il meccanismo, disumani anche i mezzi e mezzucci messi in campo dall’azienda Banco di Sardegna per espellermi dall’ambiente di lavoro, per isolarmi dai colleghi (troppo spesso passivo strumento della macchina di tortura), per fiaccare ogni mia resistenza e speranza, per avvilirmi come donna e come persona. Umiliata a più riprese da colleghi che avrebbero dovuto simpatizzare spontaneamente con la parte debole, più esposta e che, invece, si son prestati ad inqualificabili comportamenti offensivi e tesi ad emarginarmi: operazioni contabili misteriosamente ed improvvisamente risultate nebulose; atteggiamenti da balente di periferia e continui richiami espressi in termini provocatori, perentori e maleducati. Atteggiamenti che ,mi hanno indotta, la scorsa estate, a presentare, per il tramite del mio avvocato, una diffida all’azienda.
Mi auguravo che, pendente il giudizio di appello per l’evidente discriminazione subita, potessi quantomeno vivere l’attesa in serenità e senza essere costretta a difendere la mia dignità di donna e lavoratrice. Mi si accusa delle colpe più assurde ed il fatto singolare è che queste accuse infamanti mi vengano mosse da un’azienda che ha dirigenti la cui moralità ed il cui comportamento son balzati anche agli onori della cronaca cittadina ed internazionale, in occasione di un evento sportivo di livello internazionale. Mi chiedo, sconsolata, ma mai doma: chi cagiona più danno all’azienda, io con la mia pretesa di generare la vita o questi presuntuosi dirigenti (gli stessi che muovono accuse e elevano la loro millantata morale e professionalità al di sopra di tutto e tutti) con i loro atteggiamenti poco dignitosi? Non riesco a darmi una risposta che sia coerente con questa realtà che noi donne siamo costrette a vivere nel mondo del lavoro. Perché, se da un lato la ragione ci sorregge, condannando l’azienda e siffatti dirigenti, dall’altro, la realtà inquinata dall’eccessiva prepotenza e tracotanza di chi non ha un’anima per empatizzare, ci condanna senza appello.
Noi donne non siamo ancora completamente soggiogate dalla macchina della produzione, ed ancor oggi, enclave in un mondo che macera le carni e le anime, contrapponiamo a questo mercimonio dell’anima e dei sentimenti, la nostra innata, caparbia ed indistruttibile tensione alla vita, e ad essa ci poniamo al servizio.
Non saranno queste discriminazioni, per quanto umilianti, ad impedire ad una donna… a me… di proseguire la battaglia fino alla Cassazione e fino alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, e fino al più elevato grado di giudizio che possa essere emesso su questa terra.
Non mi arrendo, vado avanti! Un abbraccio caloroso a tutti!!