NERVIANO. ALLA FINE È SUCCESSO.


È difficile scriverlo.
Per mesi abbiamo sperato che questo momento non arrivasse. Abbiamo sperato in una soluzione, in un rilancio, nella possibilità che una storia scientifica così importante potesse continuare.
Oggi, purtroppo, quello scenario sembra essere arrivato alla fine.
Nerviano Medical Sciences e Accelera vanno verso la chiusura delle loro attività.
E il numero che più di tutti racconta quello che sta succedendo è uno:
151
151 lavoratori.
151 persone.
151 famiglie che entrano nel dramma di un licenziamento.
Ma quello che sta accadendo a Nerviano non è soltanto una crisi occupazionale.
È la perdita di un pezzo della storia della ricerca farmaceutica italiana.
Nerviano non era un'azienda qualunque.
È un luogo nel quale, attraverso epoche e società diverse, si sono accumulate competenze scientifiche straordinarie. Chimici, biologi, farmacologi, tecnici, ricercatori. Persone che hanno dedicato una vita alla scoperta e allo sviluppo di nuovi farmaci.
Una realtà che rappresentava qualcosa di sempre più raro nel nostro Paese: la possibilità di mantenere in Italia competenze capaci di coprire una parte vastissima della filiera della ricerca e dello sviluppo farmaceutico, dalla scoperta di una molecola fino alle fasi avanzate del suo sviluppo.
Quel sogno oggi si spezza.
E questa è forse la parte più difficile da accettare.
Perché per costruire un centro di ricerca servono decenni.
Per perderlo può bastare pochissimo.
Le apparecchiature si possono vendere.
Gli edifici possono essere svuotati.
Le società possono chiudere.
Ma la conoscenza non si mette in un magazzino.
Quando si disperdono gruppi di ricerca costruiti in venti o trent'anni, quando persone che hanno lavorato insieme per una vita prendono strade diverse, quando competenze rarissime vengono frammentate, quel patrimonio diventa difficilissimo da ricostruire.
E allora una domanda dobbiamo farcela.
Com'è possibile che l'Italia e la Lombardia non siano riuscite a difendere un patrimonio della ricerca farmaceutica di questa importanza?
I segnali di allarme sono arrivati per mesi.
Ci sono stati appelli, mobilitazioni, incontri, tavoli istituzionali. Migliaia di persone hanno chiesto che questa storia non finisse così.
Eppure siamo arrivati qui.
Non significa che nessuno abbia fatto nulla.
Significa qualcosa di molto più semplice e doloroso:
quello che è stato fatto non è bastato.
E oggi il risultato è davanti a noi.
Un Paese che parla continuamente di ricerca, innovazione, Life Sciences, competitività e attrazione dei talenti sta perdendo una realtà nella quale quelle parole erano diventate lavoro quotidiano.
Perché la ricerca non sono i convegni.
Non sono gli slogan.
Non sono le dichiarazioni.
La ricerca sono le persone.
Sono gli anni trascorsi davanti a una cappa chimica, a un microscopio, davanti a dati che non tornano.
Sono gli esperimenti falliti cento volte prima di funzionare.
Sono molecole, cellule, intuizioni, errori, esperienza.
Sono soprattutto conoscenze che passano da una persona all'altra e che nessun manuale potrà mai contenere completamente.
Ed è questo che oggi rischiamo di perdere.
151 persone.
151 famiglie.
Decenni di conoscenza scientifica.
È difficile non considerarla una sconfitta.
Una sconfitta per Nerviano.
Una sconfitta per il territorio.
Una sconfitta per la ricerca italiana.
E forse, quando tutto questo sarà finito, dovremo avere il coraggio di porci una domanda ancora più difficile:
era davvero inevitabile?
Oggi, però, rimane soprattutto l'amarezza.
Un anno fa abbiamo iniziato questa battaglia perché temevamo che potesse accadere proprio questo.
Oggi si sta realizzando lo scenario peggiore che avremmo potuto immaginare.
E insieme a Nerviano rischia di finire un sogno:
quello di avere in Italia un grande polo capace di partecipare, dall'inizio alla fine, alla ricerca e allo sviluppo di nuovi farmaci oncologici per il mondo.
151 persone non sono un numero.
Sono ciò che resta, oggi, di una storia che non avremmo mai voluto raccontare così.