

Basta CPR - Solidarietà al personale sanitario
Il problema
BASTA CPR. Né in Sicilia, né altrove.
Un appello dalla Sicilia
Come realtà e movimenti attivi sul territorio siciliano osserviamo con molta preoccupazione l’inasprirsi delle politiche nazionali ed europee in materia di migrazioni e asilo, il potenziamento di sistemi di detenzione per chi non ha commesso alcun reato penale, come avviene nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) e la progressiva criminalizzazione delle figure professionali, in particolare quelle sanitarie, che occupandosi di tutelare la salute e la dignità delle persone con background migratorio secondo i principi della loro professione, rifiutano di diventare meccanismi di un ingranaggio fortemente lesivo dei diritti fondamentali.
I CPR sono luoghi di detenzione amministrativa per persone migranti sprovviste di un valido titolo di soggiorno, considerate per questo “irregolari”: la detenzione non è la conseguenza di un reato, ma di un illecito amministrativo e può durare da 3 a 18 mesi. La finalità è il rimpatrio, qualora il paese di provenienza sia considerato sicuro. In realtà si tratta di una privazione della libertà arbitraria in condizioni degradanti e disumane.
L’accesso ai CPR è subordinato alla certificazione dell’idoneità al trattenimento, rilasciata da un medico del Servizio Sanitario. La certificazione è finalizzata a valutare se le condizioni psicofisiche della persona siano o meno compatibili con la detenzione. È evidente che si tratta di una valutazione clinica della condizione psico-fisica della persona complessa, che quindi richiederebbe tempi adeguati, accesso alla storia clinica, mediazione linguistico-culturale e un setting che garantisca la riservatezza. Nella realtà le valutazioni vanno fatte in tempi ridotti, senza alcuna conoscenza della storia sanitaria e del vissuto delle persone, in assenza di mediatori linguistico-culturali e spesso in presenza di operatori delle forze dell’ordine.
Ma al di là delle modalità in cui si svolge questa valutazione, la detenzione nei CPR è incompatibile con la salute psico-fisica delle persone che vi risiedono. I CPR sono infatti di per sé luoghi patogeni, gravemente lesivi della dignità e dei diritti umani. Al loro interno, l’accesso alle cure e la tutela della salute fisica e mentale sono costantemente minacciati e compromessi. Esistono da anni testimonianze dirette e un’ampia documentazione su casi, non isolati, di suicidi e condotte di autolesionismo da parte delle persone recluse; di ricorso sistematico alla violenza da parte delle forze dell’ordine; di prescrizioni inappropriate ed eccessive di farmaci sedativi e neurolettici; di condizioni di abbandono sociale e degrado e mancato rispetto delle norme igienico-sanitarie all’interno dei CPR.
Né il diritto alla salute né la più elementare umanità trovano spazio e rispetto in questi luoghi che non sono in alcun modo riformabili, ma vanno soltanto aboliti in conformità con i principi del diritto internazionale dei diritti umani e della Costituzione italiana.
Criticità differenti ma contigue si riscontrano rispetto agli accertamenti previsti in frontiera dal cd. “Regolamento screening” (Regolamento UE 2024/1356), che implicano una valutazione dello stato di salute e della vulnerabilità delle persone migranti in seguito al loro arrivo in Italia “irregolarmente”. Si tratta, anche in questo caso, di valutazioni complesse che richiederebbero condizioni adeguate.
Va rimarcato che la valutazione della vulnerabilità incide molto significativamente sul destino di chi la subisce, poiché le persone considerate “non vulnerabili” possono essere inserite in procedure accelerate di valutazione della loro richiesta di asilo, con scarsissime tutele e ridotto accesso al diritto di ricorso effettivo, col rischio di finire detenute dentro i CPR e di essere destinatarie di un’espulsione in paesi dove potrebbero subire trattamenti inumani e degradanti o vedere compromesso anche il diritto alla vita.
In maniera del tutto disomogenea, e in tempi ridottissimi, nei singoli contesti locali si sono realizzate procedure di screening sommarie, con personale inadeguato, spesso senza il supporto di mediatori e in luoghi del tutto inadatti (presso i locali della questura), con una evidente violazione dei diritti delle persone sottoposte agli screening.
Tutto ciò si scontra palesemente con le norme contenute nel Codice Deontologico della professione medica, con i contenuti del Giuramento di Ippocrate e con l’articolo 32 della nostra Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale di ogni persona, e nel contempo mortifica la professionalità dei sanitari che anziché rivolgersi alla cura delle persone viene di fatto subordinata a finalità securitarie e amministrative.
Come mediche e medici, operatrici e operatori sanitari, membri di collettivi e associazioni, esprimiamo vicinanza alle colleghe e ai colleghi medici coinvolti nell’inchiesta di Ravenna e perquisiti all’interno delle loro abitazioni, con l’accusa di associazione a delinquere per avere generato certificati di (falsa) non-idoneità al trattenimento alla detenzione in CPR.
Sottoscrivendo questo documento affermiamo che il ruolo del personale sanitario nel sistema di detenzione, confinamento e violazione dei diritti fondamentali istituito dalle politiche italiane e dell’Unione europea rappresenta una questione etica che non può più essere ignorata, e ci impegniamo a rafforzare le reti locali e nazionali per supportare medici e operatori sanitari che verranno ancora colpiti per avere esercitato le loro funzioni secondo i principi della loro professione, e a contrastare in maniera puntuale ogni lesione dei diritti umani.
L’appello è aperto: alle adesioni raccolte nella fase iniziale se ne sono già aggiunte altre. Ogni adesione ha lo stesso valore e contribuisce a una presa di posizione collettiva.
Tra le realtà e le persone che hanno aderito all’appello:
ANLAIDS Sicilia, sezione “Felicia Impastato” Palermo; ARCI Sicilia; ARCIGAY Palermo; Associazione CLEDU Palermo; Associazione Giocherenda Palermo; Associazione Pellegrino della Terra, Palermo; Associazione Progetto Diritti Sicilia; Caritas Diocesana Palermo; Centro Diaconale La Noce, Istituto Valdese Palermo; Centro Migrare, Università di Palermo; Chiesa Valdese e Metodista Palermo; Collettivo Accura Student3 Professioni Sanitarie e Medicina; Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS); Fondazione San Giuseppe dei Falegnami Palermo; Garante dei detenuti del Comune, Pino Apprendi; GrIS Sicilia; ITaCA network Palermo; Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione; Movimento Right2Be; Rete SaluTIAMO Palermo; Scuola di Lingua Italiana per Stranieri (ItaStra), Università di Palermo; Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM) Sicilia; Teatro Raizes, Alessandro Ienzi; Ufficio Migrantes Diocesi di Palermo, Mem.med-Memoria mediterranea, Maldusa

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Il problema
BASTA CPR. Né in Sicilia, né altrove.
Un appello dalla Sicilia
Come realtà e movimenti attivi sul territorio siciliano osserviamo con molta preoccupazione l’inasprirsi delle politiche nazionali ed europee in materia di migrazioni e asilo, il potenziamento di sistemi di detenzione per chi non ha commesso alcun reato penale, come avviene nei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) e la progressiva criminalizzazione delle figure professionali, in particolare quelle sanitarie, che occupandosi di tutelare la salute e la dignità delle persone con background migratorio secondo i principi della loro professione, rifiutano di diventare meccanismi di un ingranaggio fortemente lesivo dei diritti fondamentali.
I CPR sono luoghi di detenzione amministrativa per persone migranti sprovviste di un valido titolo di soggiorno, considerate per questo “irregolari”: la detenzione non è la conseguenza di un reato, ma di un illecito amministrativo e può durare da 3 a 18 mesi. La finalità è il rimpatrio, qualora il paese di provenienza sia considerato sicuro. In realtà si tratta di una privazione della libertà arbitraria in condizioni degradanti e disumane.
L’accesso ai CPR è subordinato alla certificazione dell’idoneità al trattenimento, rilasciata da un medico del Servizio Sanitario. La certificazione è finalizzata a valutare se le condizioni psicofisiche della persona siano o meno compatibili con la detenzione. È evidente che si tratta di una valutazione clinica della condizione psico-fisica della persona complessa, che quindi richiederebbe tempi adeguati, accesso alla storia clinica, mediazione linguistico-culturale e un setting che garantisca la riservatezza. Nella realtà le valutazioni vanno fatte in tempi ridotti, senza alcuna conoscenza della storia sanitaria e del vissuto delle persone, in assenza di mediatori linguistico-culturali e spesso in presenza di operatori delle forze dell’ordine.
Ma al di là delle modalità in cui si svolge questa valutazione, la detenzione nei CPR è incompatibile con la salute psico-fisica delle persone che vi risiedono. I CPR sono infatti di per sé luoghi patogeni, gravemente lesivi della dignità e dei diritti umani. Al loro interno, l’accesso alle cure e la tutela della salute fisica e mentale sono costantemente minacciati e compromessi. Esistono da anni testimonianze dirette e un’ampia documentazione su casi, non isolati, di suicidi e condotte di autolesionismo da parte delle persone recluse; di ricorso sistematico alla violenza da parte delle forze dell’ordine; di prescrizioni inappropriate ed eccessive di farmaci sedativi e neurolettici; di condizioni di abbandono sociale e degrado e mancato rispetto delle norme igienico-sanitarie all’interno dei CPR.
Né il diritto alla salute né la più elementare umanità trovano spazio e rispetto in questi luoghi che non sono in alcun modo riformabili, ma vanno soltanto aboliti in conformità con i principi del diritto internazionale dei diritti umani e della Costituzione italiana.
Criticità differenti ma contigue si riscontrano rispetto agli accertamenti previsti in frontiera dal cd. “Regolamento screening” (Regolamento UE 2024/1356), che implicano una valutazione dello stato di salute e della vulnerabilità delle persone migranti in seguito al loro arrivo in Italia “irregolarmente”. Si tratta, anche in questo caso, di valutazioni complesse che richiederebbero condizioni adeguate.
Va rimarcato che la valutazione della vulnerabilità incide molto significativamente sul destino di chi la subisce, poiché le persone considerate “non vulnerabili” possono essere inserite in procedure accelerate di valutazione della loro richiesta di asilo, con scarsissime tutele e ridotto accesso al diritto di ricorso effettivo, col rischio di finire detenute dentro i CPR e di essere destinatarie di un’espulsione in paesi dove potrebbero subire trattamenti inumani e degradanti o vedere compromesso anche il diritto alla vita.
In maniera del tutto disomogenea, e in tempi ridottissimi, nei singoli contesti locali si sono realizzate procedure di screening sommarie, con personale inadeguato, spesso senza il supporto di mediatori e in luoghi del tutto inadatti (presso i locali della questura), con una evidente violazione dei diritti delle persone sottoposte agli screening.
Tutto ciò si scontra palesemente con le norme contenute nel Codice Deontologico della professione medica, con i contenuti del Giuramento di Ippocrate e con l’articolo 32 della nostra Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale di ogni persona, e nel contempo mortifica la professionalità dei sanitari che anziché rivolgersi alla cura delle persone viene di fatto subordinata a finalità securitarie e amministrative.
Come mediche e medici, operatrici e operatori sanitari, membri di collettivi e associazioni, esprimiamo vicinanza alle colleghe e ai colleghi medici coinvolti nell’inchiesta di Ravenna e perquisiti all’interno delle loro abitazioni, con l’accusa di associazione a delinquere per avere generato certificati di (falsa) non-idoneità al trattenimento alla detenzione in CPR.
Sottoscrivendo questo documento affermiamo che il ruolo del personale sanitario nel sistema di detenzione, confinamento e violazione dei diritti fondamentali istituito dalle politiche italiane e dell’Unione europea rappresenta una questione etica che non può più essere ignorata, e ci impegniamo a rafforzare le reti locali e nazionali per supportare medici e operatori sanitari che verranno ancora colpiti per avere esercitato le loro funzioni secondo i principi della loro professione, e a contrastare in maniera puntuale ogni lesione dei diritti umani.
L’appello è aperto: alle adesioni raccolte nella fase iniziale se ne sono già aggiunte altre. Ogni adesione ha lo stesso valore e contribuisce a una presa di posizione collettiva.
Tra le realtà e le persone che hanno aderito all’appello:
ANLAIDS Sicilia, sezione “Felicia Impastato” Palermo; ARCI Sicilia; ARCIGAY Palermo; Associazione CLEDU Palermo; Associazione Giocherenda Palermo; Associazione Pellegrino della Terra, Palermo; Associazione Progetto Diritti Sicilia; Caritas Diocesana Palermo; Centro Diaconale La Noce, Istituto Valdese Palermo; Centro Migrare, Università di Palermo; Chiesa Valdese e Metodista Palermo; Collettivo Accura Student3 Professioni Sanitarie e Medicina; Cooperazione Internazionale Sud Sud (CISS); Fondazione San Giuseppe dei Falegnami Palermo; Garante dei detenuti del Comune, Pino Apprendi; GrIS Sicilia; ITaCA network Palermo; Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione; Movimento Right2Be; Rete SaluTIAMO Palermo; Scuola di Lingua Italiana per Stranieri (ItaStra), Università di Palermo; Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM) Sicilia; Teatro Raizes, Alessandro Ienzi; Ufficio Migrantes Diocesi di Palermo, Mem.med-Memoria mediterranea, Maldusa

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Petizione creata in data 25 ottobre 2026