20 abr 2023

Figli dal cervello ribelle

di Gianluca Nicoletti

Ultimamente provo veramente disagio quando mi si chiede di esprimermi sull’autismo. L’ho fatto ampiamente per oltre un decennio e al massimo del potere di fuoco di chi, per mestiere, scrive e parla. La conclusione che mi sono dato è che su questo tema io abbia esaurito le parole. So che la premessa di un ragionamento sull’impatto dell’autismo nelle famiglie non è delle migliori, non saprei però da che parte iniziare il racconto di una guerra che considero persa, almeno alla luce dei sogni di gloria su cui mi sono cullato per tutti questi anni. Parlo di gloria così, solo perché suona bene. Nulla di glorioso può essere il pensare con angoscia a un figlio che dovrà sopravvivere al proprio padre.

Sono parole troppo forti? Benvenuti tra la gente che si arrabatta ogni mattina per inventarsi una soluzione che allontani questo incubo. So che quello che qui scrivo è già passato, sta passando o passerà per la testa dei tanti genitori che hanno in carico una persona con il cervello fuori standard.

Oggi è molto più carino chiamare i nostri figli “neurodivergenti”, solo qualche tempo fa pensavamo che “neurodiversi” fosse già una conquista lessicale; certo che di fronte a handicappati, minorati, ritardati il passo avanti c’è stato, almeno a parole. Ogni tanto ancora qualche giornalista in corso di veementi dibattiti ama dare dell’autistico a qualcuno con cui non condivide l’ideologia. Il problema della nostra vita evidentemente funziona se usato come insulto, diventa l’equivalente di povero scemo, di persona che non si rende conto del mondo che lo circonda, che non sa stare al gioco nell’interpretare la cabala del politichese. Ho fatto battaglie su questo, anche contro nomi illustri. I più mi hanno ignorato, pensando che non valeva la pena nemmeno di disturbarsi per una replica, a un padre per cui evidentemente la “disgrazia” aveva fatto maturare una fissazione. Altri, con fare saccente, mi hanno risposto citandomi la voce autismo della Treccani, come per dire: “ma che ti scaldi: non lo vedi, è un termine clinico, è usato in senso metaforico, equivale al dire a una persona che è sorda a una richiesta d’aiuto o cieca di fronte a un’evidenza”. Inutile insistere, si rischia la peggior patente che oggi possa essere appiccicata a chi esprime pensiero lievemente complesso: “ecco un altro paladino del politicamente corretto! Vade retro con il tuo buonismo, la pastorizia sia con noi ecc.”.

 

Ecco detto tutto; è una sintesi per molti sicuramente superficiale, ma mi si creda, la realtà condivisa può essere condensata in un concetto semplice e fatale: “il mondo va avanti senza di noi”. È chiaro che tutto si ferma per chi ha ogni sua energia e ogni istante del suo tempo concentrati nell’essere di supporto a un umano la cui fragilità non avrebbe altrimenti altra protezione. Noi siamo l’ombra perenne dei nostri figli, più loro crescono più diventa per noi impossibile coltivare altri rapporti con chi aveva con noi interessi comuni, amicizia, affetto, passione. Questo è forse l’aspetto meno problematico, ci si abitua a vedere il prossimo sfumare. Chi lavora si adatta a farlo sempre più in velocità per tornare a occuparsi prima possibile del figlio, che più cresce e più è solo. Questa sua solitudine pneumatica e irreversibile probabilmente fa soffrire più noi di lui. Il suo tempo di perenne attesa ci logora, perché vorremmo fosse riempito di tutte quelle gioie, angustie, contraddizioni e minime beatitudini, tutte quelle sensazioni insomma di cui sono costellate le vite, nel medio standard di un possibile esistere, per chi ha la mente nella norma.

Le relazioni che ci eravamo costruiti nella vita precedente all’essere genitori, consacrati custodi del proprio carceriere, le vediamo sciogliersi in una dissolvenza anche lenta ma inesorabile. Non possiamo dare torto agli amici che scompaiono, ai colleghi che si defilano, agli amori che appassiscono. Noi genitori di figli dai cervelli ribelli diventiamo insopportabili, la nostra mente è sempre altrove, la nostra rinuncia alla gioia comunemente intesa, la nostra indisponibilità di tempo libero, di serate, di fine settimana ci rende persone difficilissime da frequentare nell’intervallo benedetto del sollievo. Noi non ci solleviamo mai perché abbiamo un problema lancinante di cui non ci potremo mai liberare. Soprattutto non ci rassegniamo a mollare, a darla vinta a chi ci vorrebbe sedurre con il miraggio di una porzione finale della nostra vita da poter dedicare finalmente a noi. Il prezzo sarebbe troppo alto e per noi comunque non negoziabile. Noi siamo quelli che garantiscono la libertà di umani socialmente incompatibili, che tutti vorrebbero chiusi in una gabbia la cui chiave sarebbe buttata, noi con i nostri sforzi individuali possiamo al massimo assicurare per loro una piccola libertà, una condizionata libertà. Alla fine però già abbracciarsi, tenersi per la mano, riuscire a conquistare una passeggiata, una piccola gita, un sorriso davanti al cartone animato condiviso con un gigante barbuto avrà dato un senso immenso alla nostra vita. Coltiviamo dissennati la speranza mai spenta di poter far tornare alla piena dignità di cittadini anche i nostri figlioli dalle menti balzane, anche pagando la cauzione con la refurtiva di tutto quello che avremo potuto fare per noi nella vita a cui abbiamo rinunciato per essere genitori.

Genitori e figli allo stesso tempo dei nostri fantastici ragazzi, amatissimi ed eterni fardelli di folle e vertiginosa sregolatezza.

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