Lampedusa. Chiudere l'hotspot e costruire un ospedale

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I sottoscritti firmatari chiedono:

1) L'impegno a realizzare un ospedale a Lampedusa e a fare in modo che sul territorio delle Pelagie venga garantito l'effettivo rispetto dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), in linea con l'art. 32 della Costituzione e con le normative vigenti.

2) Di segnare una forte discontinuità nell'utilizzo e nell'abuso del territorio di Lampedusa e della sua Comunità all'interno della governance delle migrazioni così come verificatosi da trent'anni a questa parte: chiudere l'hotspot e il trasferimento immediato dei migranti a terraferma, senza passare dall'isola, sottraendo così Lampedusa alle strumentalizzazioni, ai ricatti e alla complicità col commercio di carne umana.

Cordiali saluti

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La mobilitazione popolare sviluppatasi negli ultimi giorni sull'isola di Lampedusa nasce a seguito dell'impatto dell'emergenza COVID-19 su un contesto dove da decenni agiscono le contraddizioni del dispositivo di governance delle migrazioni.
Da decenni infatti l'isola di Lampedusa è un laboratorio politico e sociale di sperimentazione delle politiche di frontiera da parte dell'UE e dello stato italiano: un palcoscenico sul quale vengono messe in scena narrazioni complementari e apparentemente contrapposte. Da un lato la retorica dell'accoglienza, dall'altro quella securitaria dell' "invasione" e della "chiusura" delle frontiere.


In entrambi i casi le due narrazioni hanno prodotto delle percezioni distorte del fenomeno, producendo sul senso comune del pubblico, forzato a collocarsi esclusivamente su uno dei due poli dell'apparente contrapposizione, un effetto distraente rispetto alle reali articolazioni del fenomeno migratorio. L'opinione pubblica e' stata cioè per anni costretta a "consumare" una delle due narrazioni, collocandovisi all'interno e lasciando che agissero come rappresentazioni identitarie performative: un consumo identitario dunque, che legittimava l'arco politico ufficiale proprio mentre questo divergeva sempre di più, nelle sue letture del fenomeno, dalla realtà complessa delle migrazioni.

Dietro il paravento su cui si proiettavavano le ombre cinesi della fiction in cui si fronteggiavano "accoglienti" e "securitari", salviniani e boldriniani, la militarizzazione dell'isola procedeva a tappe forzate. L'isola è stata trasformata in una base militare, giustificando il tutto con le emergenze migratorie: una giustificazione che è venuta sia dal fronte dell'accoglienza sia da quello delle frontiere chiuse, a testimonianza dell'equivalenza dei due, apparentemente contrapposti, poli dell'offerta politica sulla questione. L'isola conta, su un territorio di appena una ventina di chilometri quadrati, ben otto radar, due caserme dela Guardia di Finanza, una dei Carabinieri, due della Guardia Costiera, un Hotspot, tre braccia del porto ad uso esclusivo militare, due caserme dell'Aeronautica Militare, di cui una attrezzata per la guerra elettronica, una caserma della Marina Militare, la presenza di un contingente di Frontex, un drone in sperimentazione della GdF e prodotto dalla Leonardo, un contingente militare afferente all'operazione "Strade Sicure", nutriti contingenti dei reparti mobili di CC e PS in servizio presso l'Hotspot e un frequente uso militare dell'aeroporto civile.

A questo si deve aggiungere che una fetta importante di territorio dell'isola è sottoposto a servitù militare, dove viene pertanto vietato l'accesso. Un'"emergenza" che dura da quasi trent'anni e che proprio per questo non può più essere spacciata per tale ma che va riconosciuta per quello che è: un dispositivo di governamentalità di una crisi volutamente indotta e generata, che genera pertanto un modello politico, economico e militare di governo, in tempi di crisi dello stato neoliberale e delle democrazie.

A fronte di un così massiccio dispiegamento di forze militari e delle conseguenti risorse spese a tal scopo, i diritti degli isolani e dei migranti non sono certo migliorati. L'hotspot, che per i cantori dell'accoglienza veniva proposto come "modello" da additare al mondo intero, è sempre stato e continua ad essere un luogo di reclusione e di svilimento della dignità umana: innumerevoli le occasioni in cui si sono denunciate le reali condizioni in cui versava, dall'urina che filtrava, ai bagni guasti, ai materassi infestati di parassiti. Sull'isola la popolazione e' esposta alle emissioni elettromagnetiche dovute al proliferare dei radar, non dispone ancora di un depuratore, vive in un territorio disseminato di amianto e di discariche abusive, in cui il servizio di gestione dei rifiuti è fallimentare e costosissimo, dove la discarica è stata data alle fiamme svariate volte solo nell'ultimo anno, in cui il servizio di distribuzione dell'acqua e della corrente è costosissimo e gestito in maniera quantomeno discutibile. A tutto ciò si aggiunge la grave carenza nell'accesso al diritto alla salute: sull'isola manca un vero ospedale, a differenza di altre isole come Lipari o come Pantelleria, manca una radiologia attrezzata con TAC e RM, i medici specialisti non sono presenti stabilmente sull'isola e solo un servizio di elisoccorso rappresenta un esile e spesso non sufficientemente tempestivo filo di Arianna con le strutture sanitarie della terraferma.

In un quadro come quello appena delineato brevemente si è abbattuta l'emergenza legata al COVID-19. L'economia dell'isola, come quella del paese tutto, vive momenti di grande incertezza. In un momento in cui si è dimostrata tutta la tragicità delle politiche di tagli alla sanità e al welfare, volute dai dogmi europeisti e dall'austerity, la popolazione chiede a gran forza di poter finalmente contare su un ospedale e più in generale sulla garanzia che i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) valgano anche per quest'isola.
Per anni Lampedusa è stata ostaggio di decisioni e scelte politiche prese altrove, a Roma o a Bruxelles, imposte poi sulle vite di questa comunità. Adesso, in un momento di crisi sanitaria che questo piccolo scoglio non è in grado di poter affrontare, non disponendo praticamente di nessuna infrastruttura sanitaria, è arrivato il momento di dire basta. Le migrazioni vanno affrontate diversamente. Fine delle ingerenze imperialistiche e sostegno alla sovranità dei paesi vittime del colonialismo, fine della complicità col governo fantoccio e filojihadista di Serraj che di fatto gestisce il racket del traffico di esseri umani, regolarizzazione dei viaggi ed evacuazione di quanti vogliono tornare nel proprio paese. La popolazione chiede quindi, oltre all'ospedale, che venga chiuso l'Hotspot e che non vengano più fatti transitare sull'isola i migranti che, è bene ricordarlo, non approdano sull'isola perché frontiera naturale (Pantelleria, ad esempio, è più vicina all'Africa) ma in quanto frontiera politica, luogo cioè destinato da scelte di gestione militare e politica ad operare come avamposto di frontiera. La comunità di Lampedusa non vuole più essere legata in alcun modo con una tragica tratta di esseri umani che farsescamente viene portata avanti da decenni dagli stessi che poi si stracciano le vesti e si propongono come risolutori della questione.
La mobilitazione che è andata crescendo negli ultimi giorni chiede che questi punti vengano discussi e affrontati dal Consiglio Comunale di Lampedusa e Linosa ma ancora oggi non ci e' stato concesso.