CONTRO LA DISUMANIZZAZIONE

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Il problema

CONTRO LA DISUMANIZZAZIONE,

PRATICARE LE CON/CITTADINANZE

Manifesto per una scuola e una società che costruiscono comunità

La storia - o meglio, le storie: quelle individuali e personali, quelle collettive, nazionali, generali - non smettono di metterci di fronte al lato oscuro dell'umano e dell'umanità. E alla responsabilità di riconoscerlo, di portarlo a consapevolezza, di neutralizzarlo.

Le rappresentazioni…

Oggi, nel nostro presente, quel lato oscuro assume ancora una volta la forma della rappresentazione dello straniero, e soprattutto del migrante, come pericolo e minaccia per l'identità, la sicurezza, il modo di vita di chi lo accoglie.

I corpi e le vite dei migranti, e la loro immagine costruita ad arte per alimentare paure  - l'invasione, il terrorismo, l'islamizzazione — vengono sempre più usati e manipolati da una parte politica per propugnare una visione grettamente identitaria, securitaria, xenofoba: una visione funzionale a distogliere l'opinione pubblica dalle difficoltà, dai problemi, dalle contraddizioni reali. Una visione in cui l'ossessione per la difesa dei confini fa dimenticare le persone e fa sì che chi la propugna perda, insieme al riconoscimento dell'umanità altrui, un pezzo della propria stessa umanità.

…e i dati di fatto

I dati di fatto dicono altro. Non esiste alcuna invasione. Ad avere bisogno di lavoratrici e lavoratori immigrati sono interi settori industriali, l'agricoltura, le famiglie per la cura degli anziani e della casa. Del resto il carattere multiculturale della società è immediatamente evidente nella vita quotidiana, nei servizi, nei social e nei media.

Lo testimoniano bene anche le cronache sportive, popolate di ragazze e ragazzi con tante sfumature di colore della pelle, figlie e figli di immigrati o di coppie miste, cattolici, musulmani o non credenti, che salgono sui podi avvolgendosi nel tricolore e rivendicano la propria italianità insieme alle proprie origini.

Quello che serve

Ciò che serve davvero sono politiche di integrazione efficaci: lavoro regolare, soluzioni abitative, apprendimento della lingua, interazione sociale in comunità aperte. Il tutto dentro un quadro condiviso di diritti e di doveri.

In altri termini: processi di regolarizzazione, accesso alla cittadinanza formale e pratiche quotidiane di con/cittadinanza, fondate sul rispetto per la comune umanità.

Esperienze come quella dello Spin Time di Roma - che va difesa e sostenuta, soprattutto ora che viene messa a rischio — dimostrano che la scelta di costruire comunità apre prospettive positive per l'intera realtà in cui si realizza, anche sul versante dell'istruzione: tra i ragazzi in età scolare di quella comunità il tasso di dispersione è pari a zero.

Il grande ruolo della scuola

Le istituzioni della conoscenza in generale, e la scuola in particolare, hanno un ruolo fondamentale da svolgere come comunità che disegnano, agiscono e costruiscono con/cittadinanze.

Nel corso degli ultimi decenni la scuola italiana si è confrontata con la trasformazione multiculturale della società. Da un lato si è occupata dell'accoglienza e dell'inserimento dei NAI (Neo Arrivati in Italia): sono state messe in campo pratiche e percorsi dedicati, si sono cercate strategie di facilitazione all'accesso, si è costruito un equilibrato mix iniziale tra percorsi specifici e full immersion, anche grazie a personale formato per l'insegnamento dell'italiano L2. Dall'altro lato, e contemporaneamente, si è guardato all'educazione interculturale come orizzonte formativo per tutti e per tutte.

Una pericolosa inversione di tendenza

È un orizzonte di straordinaria ricchezza valoriale, pedagogica ed epistemologica, ben sostenuto dalle Indicazioni Nazionali del 2012 e del 2018. Ha consentito in molti casi di delineare un approccio interculturale ai curricoli e alle discipline, ha lavorato al riconoscimento delle diversità culturali e delle loro interazioni, ha curato la mediazione linguistica e culturale, valorizzato il plurilinguismo, incentivato la partecipazione di studenti e genitori anche nella gestione di eventuali conflitti interculturali. Una mole preziosa di esperienze, competenze e orientamenti, codificata nei documenti prodotti dall'Osservatorio per l'integrazione degli alunni con background migratorio che, con diverse composizioni e denominazioni, ha lavorato presso il Ministero dell'Istruzione fino al 2022. Da allora l'Osservatorio non è più stato ricostituito.

Invece di valorizzare quel patrimonio - semmai aggiornandolo e attualizzandolo - nelle Indicazioni nazionali del 2025 l'attenzione alla realtà multiculturale è debolissima e l'educazione interculturale sembra ridursi, im modo fuorviante,  alla necessità che gli studenti di origine migratoria imparino la lingua italiana e la storia di questo Paese come condizione di accettazione, secondo una prospettiva di tipo assimilazionista. È una vera e propria inversione di tendenza, risultato di tre ossessioni: quella identitaria, quella occidentocentrica, quella autoritaria.

Non pago di questo, il Ministro insiste nel ribadire che l'integrazione sarebbe solo questione di apprendimento dell'italiano come L2 e di abbandono, il più rapido possibile, della lingua madre e di tutti i riferimenti culturali «altri» di provenienza familiare. In una ricorrente denigrazione degli immigrati, si sostiene che anche in ambito familiare le cose debbano cambiare: perché i ragazzi non disimparino quanto appreso a scuola, occorrerebbe che pure i genitori parlino italiano, e a questo saranno dedicati appositi corsi.

Una risorsa istituzionale sottoutilizzata: i CPIA

La lingua è certamente uno strumento principe della partecipazione e dell'esercizio della cittadinanza per tutti e per tutte. Proprio per questo sarebbe più che mai urgente sostenere e potenziare i CPIA, l'istituzione scolastica deputata, tra l'altro, all'insegnamento dell'italiano come L2 agli adulti immigrati. È invece un'istituzione drammaticamente sottodimensionata rispetto alle esigenze: la domanda dei molti migranti che vi si rivolgono resta impaludata in liste d'attesa chilometriche e in larga parte inevasa.
Ma il governo non se ne cura.  

La questione della lingua e il plurilinguismo: andare oltre l'italiano L2

La lingua a cui pensa il Ministro è uno strumento di assimilazione forzata: una lingua imposta per disciplinare, discriminare, emarginare e persino sanzionare. «La lingua del sopruso», è stata definita. Una lingua piegata all'obiettivo di «fare nazione» o di «insegnare l'Italia», senza curarsi di «fare comunità» in modo rispettoso delle diverse culture, storie, biografie.

Ma la lingua non può essere né il criterio né la misura dell'appartenenza. Insegnare una lingua significa offrire uno strumento di partecipazione, non fissare una soglia da superare per essere ammessi.

Il Ministro sostiene che studi scientifici - quali? - dimostrerebbero che la presenza in classe di troppi coetanei con background migratorio (locuzione a cui spesso viene preferita quella più sbrigativa di «stranieri») rappresenterebbe un fattore di rischio e produrrebbe danni sull'apprendimento degli studenti autoctoni. Eppure, anche nelle rilevazioni INVALSI, le scuole delle regioni con i tassi più alti di immigrazione sono tra quelle che ottengono i risultati di apprendimento migliori.

Peraltro, quando il Ministro parla di «stranieri», è chiaro a chi si riferisca: è ricorrente, da parte della maggioranza parlamentare, agitare lo spauracchio dell'islamizzazione, che troverebbe nella scuola - e in particolare nei progetti interculturali di molti istituti - una via privilegiata di affermazione.

Guardare alle esperienze delle scuole ad alta frequenza di alunni con background migratorio

Una consolidata e autorevole tradizione di ricerca neurolinguistica, sociolinguistica ed etnolinguistica sostiene esattamente il contrario: dimostra l'importanza della valorizzazione delle lingue madri e guarda al plurilinguismo come a una condizione ricca di potenzialità cognitive e sociali.

Sono cose che sanno bene le scuole che affrontano ogni giorno queste questioni, a partire da quelle ad alta frequenza di alunni con background migratorio, che ne hanno fatto esperienze di eccellenza fondate sulla ricerca pedagogica e didattica, sulla cooperazione, sul fare comunità.

Leggere con onestà intellettuale i numeri della scuola

Occorre contrastare la tendenza ad affrontare questi temi con approccio ideologico, attraverso generalizzazioni e banalizzazioni, con un linguaggio che ammicca al discorso d'odio e talvolta vi sconfina, e con un uso spregiudicato e profondamente scorretto dei numeri e delle categorizzazioni. Come quando si torna a proporre l'applicazione del tetto del 30% di alunni «stranieri» per classe. Bastano alcuni numeri chiave:

 —   gli studenti sono complessivamente circa 8 milioni; 930.000 hanno cittadinanza non italiana, pari all'11,6%;

—    di questi, circa i due terzi (66%) sono nati in Italia, e solo il 3,9% è di recente inserimento;

—    le cittadinanze più rappresentate sono Romania, Albania e Marocco (ciascuna oltre le 100.000 unità), seguite da Cina, Ucraina, Egitto, India: in tutto quasi 200 provenienze;

—    le scuole con una presenza di alunni con cittadinanza non italiana pari o superiore al 40% sono circa 2.000 su oltre 53.000, meno del 4% del totale; in grande maggioranza si tratta di scuole dell'infanzia (più di mille) e primarie (circa 500).

Chiamare «stranieri» bambine e bambini nati e cresciuti qui, e costruire su quella etichetta una politica di soglie e di tetti, non è un errore statistico: è una scelta politica che produce discriminazione.

Un impegno condiviso

I soggetti che aderiscono al presente Manifesto si impegnano a:

—    opporsi con fermezza, e con la forza degli argomenti e dei dati, a ogni scelta che riduca l'integrazione ad assimilazione, che stigmatizzi gli alunni di origine migratoria e le loro famiglie, che introduca soglie e tetti in luogo di risorse e di progetti;

—    garantire un attento monitoraggio dei dati di realtà e una sistematica opera di fact checking, mettendola a disposizione delle scuole, dell'informazione e dell'opinione pubblica;

—    sostenere l'autonomia di progettazione, ricerca e sperimentazione delle istituzioni scolastiche e difendere la libertà di insegnamento;

—    ascoltare le scuole, riconoscerne le esperienze, valorizzare le strategie e le pratiche messe in atto per garantire il diritto all'istruzione, per gestire eventuali problemi e conflitti di carattere interculturale, per promuovere una conoscenza capace di offrire orientamenti e chiavi di lettura efficaci della complessità del mondo in cui viviamo;

—    arricchire e attualizzare la concezione stessa dell'intercultura, in ottica di classe, di genere e intersezionale; aggiornare i percorsi di educazione alla pace e al dialogo; riflettere sulle dinamiche di costruzione dell'identità personale e collettiva nella prospettiva di un'identità planetaria;

—    costruire reti tra soggetti diversi interessati allo sviluppo di comunità aperte, in connessione coerente e sistematica con le lotte per i diritti umani, civili e sociali, per il pieno ripristino del diritto internazionale, per la pace, contro i sovranismi e i nuovi autoritarismi;

—    promuovere la diffusione di questo Manifesto e dei suoi obiettivi nei territori, nelle scuole e nelle comunità.

Sostengono l’iniziativa: 

ACLI  
ACTIONAID ITALIA
ARCI  
ASSOCIAZIONE Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato Ets.
CGD (Coordinamento Genitori Democratici)
CAMERA FORENSE PER LA COSTITUZIONE
CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti)
COSPE  (Together for Change)
CRID Centro Ricerche Interculturali e documentazione didattica Italia Cina  
EMERGENCY
FLC CGIL
ITALIANI SENZA CITTADINANZA
LEGAMBIENTE Scuola e Formazione  
LIBERA. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie  
LINK Coordinamento Universitario  
MCE (Movimento di Cooperazione Educativa)  
PROTEO Fare Sapere  
RETE DEGLI STUDENTI MEDI
UNIONE DEGLI STUDENTI
UDU (Unione Degli   Universitari)

Hanno sottoscritto il manifesto (in ordine alfabetico):

Massimo Baldacci/docente università di Urbino
Luca Casarini/fondatore e attivista di Mediterranea Saving Humans
Daniela Dolci/ Presidente Società Borgo Danilo Dolci
Don Emanuele Ferro/parroco di Taranto Vecchia
Italo Fiorin/Presidente Scuola Alta Formazione EIS (Educare all’incontro e alla Solidarietà) 
Gianna Fracassi/segretaria generale FLC CGIL
Giuliano Franceschini Professore Associato  Didattica e pedagogia speciale Unifi
Chiara Ingrao/scrittrice
Marco Mansi/Coop sociale Eteria.
Tomaso Montanari/rettore Università per Stranieri di Siena
Elisabetta Nigris  Professore Ordinario presso l'Università di Milano Bicocca
Maria Omodeo/linguista Università degli Studi di Siena
Vinicio Ongini/saggista esperto di intercultura
Christian Raimo/scrittore e docente
Francesca Traverso  - Scuola delle Arti Sociali di Genova
Federica Zanetti, Dipartimento Scienze dell’Educazione Università di Bologna

 

 

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Petizione creata in data 25 settembre 2026