PD, LA PARTITA VERA È INTERNA: SCHLEIN TRA RIFORMISTI E LINEA PROGRESSISTA PRIMA DELLE ELEZIONI


La questione delle correnti nel Partito Democratico non è più eludibile. E, a leggere con attenzione ciò che sta emergendo su La Repubblica, Corriere della Sera, Il Foglio, Domani e perfino su testate apertamente ostili come Il Giornale e Il Tempo, il punto critico non è genericamente il pluralismo interno. Il punto critico è il ruolo che l’area riformista sta giocando dentro questo pluralismo.
Partiamo dai fatti. Romano Prodi su La Repubblica invita a fermare il dibattito sulle primarie, definendolo divisivo e prematuro. Nicola Zingaretti su Domani ribadisce che prima si costruisce l’alleanza e il programma, poi si discute della leadership. Sono posizioni che puntano a evitare una competizione interna anticipata.
Eppure, proprio mentre queste indicazioni vengono avanzate, una parte del partito continua a muoversi in senso opposto. Libero parla esplicitamente di un “nocciolo duro dei riformisti dem” che insiste sulle primarie. Questo è il primo nodo: non siamo davanti a una componente che contribuisce alla sintesi, ma a una componente che utilizza strumenti come le primarie per riaprire continuamente il conflitto.
Il secondo nodo emerge dal Corriere della Sera, che descrive la spinta verso “parlamentarie” o “primariette” come meccanismo per limitare il potere della segreteria sulle liste. Qui il problema è ancora più evidente: non si tratta di discutere la linea politica, ma di ridefinire gli equilibri di potere interni. In altre parole, di riportare il partito dentro una logica correntizia classica, dove il controllo delle candidature diventa la vera posta in gioco.
Sul piano culturale e politico, la distanza è altrettanto chiara. Su Il Foglio, Dario Nardella rivendica il ruolo dei riformisti come forza che deve incalzare la destra sui contenuti e non sul “gossip”. È una dichiarazione apparentemente neutra, ma in realtà segna una linea di distinzione implicita: da una parte chi sarebbe “serio” e “di merito”, dall’altra chi viene descritto, anche solo indirettamente, come più identitario o meno affidabile sul piano della proposta.
Ma il punto più problematico non è nemmeno questo. È il fatto che, mentre la segreteria di Elly Schlein prova a costruire un profilo politico riconoscibile – come racconta lo stesso Il Foglio parlando di un’agenda su sanità, lavoro, scuola, diritti e transizione ecologica – l’area riformista continua a operare come fattore di riequilibrio verso una linea più moderata, più indistinta, più compatibile con logiche di coalizione centriste.
E qui emerge la contraddizione più evidente. Da un lato si chiede al PD di essere competitivo, di allargare il consenso, di parlare a elettorati diversi. Dall’altro, si interviene sistematicamente per indebolire ogni tentativo di dare al partito una fisionomia chiara. Il risultato è un partito che rischia di essere percepito come ambiguo: troppo poco radicale per mobilitare l’elettorato progressista, ma troppo poco credibile per conquistare il centro.
Il tema della leadership del campo largo rende tutto ancora più esplicito. Il Giornale parla di un “mezzo PD” che guarda a Giuseppe Conte, mentre Il Tempo descrive pressioni interne sulla segretaria. Anche depurando queste ricostruzioni dalla loro enfasi, resta un dato: una parte del gruppo dirigente non lavora per rafforzare la leadership esistente, ma per mantenerla sotto pressione.
Infine, l’intervento di Emanuele Felice su Domani – con la proposta di una coalizione “non soltanto progressista” – mostra come la tensione non sia solo organizzativa, ma strategica. È la riproposizione, in forme nuove, di una linea che tende a diluire l’identità del PD in un contenitore più ampio e meno definito.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: il riformismo interno al PD è ancora una cultura politica che contribuisce alla sintesi, oppure è diventato un fattore di conservazione degli equilibri e di resistenza al cambiamento?
Perché se il suo ruolo è quello che emerge da questa rassegna – pressione continua sulle regole, intervento sui meccanismi di selezione, ridefinizione permanente della leadership, messa in discussione dell’identità politica – allora non siamo più nel campo del pluralismo fisiologico. Siamo nel campo di una minoranza organizzata che esercita un potere di veto.
Ed è esattamente questo il nodo che Elly Schlein non può più limitarsi a gestire. Deve scioglierlo.
Non si tratta di escludere, ma di chiarire. Non si tratta di negare il pluralismo, ma di impedire che il pluralismo diventi paralisi. Perché un partito che arriva alle elezioni con una linea costantemente negoziata al ribasso non è un partito più inclusivo. È un partito più debole.
E oggi, il vero problema del PD non è che esistano i riformisti. È che i riformisti, così come si stanno muovendo, sembrano più interessati a contenere il partito che a farlo vincere.