La relazione della dottoressa Federica Nin per i macachi di Parma


<<Perché il progetto LightUp può concludersi senza uccidere i macachi>> (dottoressa Federica Nin)
Non é necessario uccidere i macachi di Parma. Lo spiega la relazione tecnico-scientifica della dottoressa Federica Nin nel suo testo di analisi di 11 pagine, che riportiamo qui in estrema sintesi.
Il progetto LightUp, in corso presso l’Università di Parma e autorizzato fino al 2027, utilizza macachi per studiare la visione residua dopo una lesione della corteccia visiva primaria (V1), un fenomeno noto come blindsight. Il protocollo prevede, al termine della procedura, la soppressione degli animali per l’analisi istologica del cervello. È proprio su questo punto che si concentra oggi una richiesta scientificamente fondata: rinunciare alla soppressione finale e consentire il rehoming degli animali.
La questione centrale non è emotiva, ma metodologica. Gli obiettivi dichiarati del progetto riguardano la riorganizzazione funzionale del sistema visivo dopo una lesione: quali vie alternative trasmettono l’informazione visiva, come cambiano le reti cerebrali, quali correlati neurali accompagnano le capacità visive residue. Si tratta, dunque, di domande funzionali e dinamiche, non micro-anatomiche.
Oggi, queste domande vengono affrontate con strumenti che operano sull’animale vivo: risonanza magnetica funzionale e strutturale (fMRI), diffusione e tractografia (DTI), analisi della connettività a riposo (resting-state), registrazioni neurofisiologiche in vivo, analisi multivariata dei pattern di attività (MVPA) e modelli computazionali delle reti neurali. Tutte tecniche già previste o compatibili con il progetto LightUp.
È attraverso questi strumenti che si documenta la riorganizzazione delle vie visive alternative — in particolare i circuiti che coinvolgono il collicolo superiore (SC), il pulvinar e l’area MT/V5 — e che si correlano tali cambiamenti con il comportamento dell’animale. Questo è il cuore scientifico della ricerca sul blindsight, sia negli animali sia, soprattutto, negli studi sull’uomo.
L’analisi istologica post-mortem fornisce invece informazioni di tutt’altro tipo: mostra la reazione del tessuto cerebrale al danno (attivazione di cellule gliali, infiammazione, cicatrizzazione, degenerazione locale degli strati corticali). Questi dati descrivono che il cervello è stato lesionato, ma non spiegano come il sistema visivo continui a funzionare in assenza di V1. Non misurano comunicazione tra aree, dinamica temporale, flusso dell’informazione, né contribuiscono ai modelli funzionali del blindsight.
In termini scientifici, l’istologia è quindi complementare ma non necessaria. Non entra nelle matrici di connettività, non modifica i modelli computazionali, non cambia l’interpretazione dei dati comportamentali o neurofisiologici. Rinunciarvi non compromette la validità, la pubblicabilità o la coerenza dei risultati già ottenuti o ancora ottenibili.
Questo punto ha anche una rilevanza normativa: la Direttiva europea 2010/63/UE consente la soppressione degli animali solo quando sia strettamente indispensabile agli obiettivi scientifici. Quando una fase non è necessaria, deve essere eliminata o sostituita. Nel caso di LightUp, la fase terminale non soddisfa il criterio di stretta necessità.
Una volta rimossa l’analisi istologica finale, si apre una possibilità concreta: il rehoming dei macachi in centri specializzati o rifugi, come già avvenuto in altri casi di primati provenienti da studi neuroscientifici. Non si tratta di un’ipotesi astratta, ma di una pratica già documentata, compatibile con la salute degli animali e con la prosecuzione della ricerca in modo eticamente e scientificamente più avanzato.
La domanda, dunque, non è se la scienza “perderebbe qualcosa” rinunciando all’autopsia. La scienza (quella del paradigma adottato in tale esperimento), in questo caso, non perde nulla di essenziale.
La differenza reale riguarda solo il destino degli animali coinvolti. (Federica Nin)