Non riaprire il C.I.E. di Palazzo San Gervasio (PZ)


Non riaprire il C.I.E. di Palazzo San Gervasio (PZ)
Il problema
All’interno di un’Europa pensata senza frontiere si continua a innalzare muri, reti e filo spinato. In un mondo che ha come carattere decisivo la migrazione globale – di capitali, di merci, d’idee e di persone – si riproducono frontiere, materializzate nei vari centri di detenzione per “migranti”. Sicurezza e respingimenti, cemento e reclusione, non sono più spiegabili attraverso il paradigma dello stato d’eccezione.
Costruito nel 2011 su un terreno confiscato alla mafia par far fronte all’ENA, il C.I.E. di Palazzo San Gervasio diventerà CIET, poi chiuso, e nei mesi scorsi ne è annunciata la riapertura. Questo, come gli altri luoghi di frontiera affini, attraverso le leggi che da vent’anni li producono, funzionano in molti casi da serbatoio di manodopera a bassissimo costo per il lavoro nelle campagne di tutta Italia, da Foggia a Boreano, da Rosarno fino a Saluzzo. Lo sfruttamento inumano dei braccianti migranti, l’assoluta precarietà abitativa, lavorativa, esistenziale che questi vivono sono legati da un filo rosso alla realtà detentiva, punitiva e liberticida che altri e altre migranti vivono quotidianamente nei vari centri di accoglienza, di cui i C.I.E. costituiscono l’esempio più aberrante e indegno (come dimostrano le docce anti-scabbia di Contrada Imbriacola, a Lampedusa e non solo). Chiaro è che questo modello di governo della popolazione migrante irregolare è ormai strutturato e funzionale alle pratiche dell’economia neo-liberista, oggi globalmente dominante. La lavoratrice immigrata, come il lavoratore migrante, sono a tutti gli effetti parte integrante e attiva delle nostre società produttive. É solo lottando in favore di un’idea di cittadinanza realmente aperta e includente e fondata sull’universalità dei diritti che si può, nei fatti, rompere questa catena di sfruttamento e detenzione.
La nostra è una battaglia per la chiusura definitiva dei vari centri di detenzione, identificazione ed espulsione, perché la libertà o la necessità di spostarsi, vivere e lavorare non deve essere rinchiusa, imprigionata, violentata e uccisa.
Chiediamo al Governo Italiano che i 2 milioni e 700 mila euro di soldi pubblici stanziati per la ristrutturazione del C.I.E di Palazzo San Gervasio vengano destinati a percorsi autorganizzati e autogestiti dagli stessi lavoratori agricoli, italiani e non!

Il problema
All’interno di un’Europa pensata senza frontiere si continua a innalzare muri, reti e filo spinato. In un mondo che ha come carattere decisivo la migrazione globale – di capitali, di merci, d’idee e di persone – si riproducono frontiere, materializzate nei vari centri di detenzione per “migranti”. Sicurezza e respingimenti, cemento e reclusione, non sono più spiegabili attraverso il paradigma dello stato d’eccezione.
Costruito nel 2011 su un terreno confiscato alla mafia par far fronte all’ENA, il C.I.E. di Palazzo San Gervasio diventerà CIET, poi chiuso, e nei mesi scorsi ne è annunciata la riapertura. Questo, come gli altri luoghi di frontiera affini, attraverso le leggi che da vent’anni li producono, funzionano in molti casi da serbatoio di manodopera a bassissimo costo per il lavoro nelle campagne di tutta Italia, da Foggia a Boreano, da Rosarno fino a Saluzzo. Lo sfruttamento inumano dei braccianti migranti, l’assoluta precarietà abitativa, lavorativa, esistenziale che questi vivono sono legati da un filo rosso alla realtà detentiva, punitiva e liberticida che altri e altre migranti vivono quotidianamente nei vari centri di accoglienza, di cui i C.I.E. costituiscono l’esempio più aberrante e indegno (come dimostrano le docce anti-scabbia di Contrada Imbriacola, a Lampedusa e non solo). Chiaro è che questo modello di governo della popolazione migrante irregolare è ormai strutturato e funzionale alle pratiche dell’economia neo-liberista, oggi globalmente dominante. La lavoratrice immigrata, come il lavoratore migrante, sono a tutti gli effetti parte integrante e attiva delle nostre società produttive. É solo lottando in favore di un’idea di cittadinanza realmente aperta e includente e fondata sull’universalità dei diritti che si può, nei fatti, rompere questa catena di sfruttamento e detenzione.
La nostra è una battaglia per la chiusura definitiva dei vari centri di detenzione, identificazione ed espulsione, perché la libertà o la necessità di spostarsi, vivere e lavorare non deve essere rinchiusa, imprigionata, violentata e uccisa.
Chiediamo al Governo Italiano che i 2 milioni e 700 mila euro di soldi pubblici stanziati per la ristrutturazione del C.I.E di Palazzo San Gervasio vengano destinati a percorsi autorganizzati e autogestiti dagli stessi lavoratori agricoli, italiani e non!

PETIZIONE CHIUSA
Condividi questa petizione
I decisori
Aggiornamenti sulla petizione
Condividi questa petizione
Petizione creata in data 10 febbraio 2014