Il BENE al centro di un progetto COMUNE

Il BENE al centro di un progetto COMUNE

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Fare Bene Comune ha lanciato questa petizione e l'ha diretta a Carlo Calenda e a

Di fronte alla crisi sociale e politica in cui è precipitata l’Italia negli ultimi decenni, e ancor più dopo questa pandemia globale, ogni persona di buona volontà ha il dovere di rinnovare il proprio impegno, ciascuno nel suo ruolo, per il bene supremo del Paese.

Mai come oggi c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità, parlando con franchezza, senza nascondere le difficoltà, senza fare promesse irrealizzabili ma indicando una strada e una meta. Questo è il tempo grave della responsabilità e non certo dello scontro istituzionale, politico e sociale. Per il bene delle famiglie, dei giovani e dei figli del popolo italiano.

Esiste una amicizia naturale tra l’Italia e il Bene Comune, questa espressione che sentiamo risuonare, che sta nel cuore della Dottrina sociale della Chiesa ma che tanti magari fanno fatica a intendere. Ma questa amicizia naturale tra l’Italia e il Bene Comune c’è davvero. Siamo la patria di Tommaso d’Aquino, e siamo anche la terra della tradizione della “Pubblica felicità”, il nome che l’economia moderna prese in Italia nel Settecento.

Mentre gli americani avevano messo al centro del loro umanesimo il diritto individuale alla “Ricerca della felicità” (Pursuit of happiness) e gli inglesi sceglievano “La ricchezza delle nazioni” (Wealth of Nations), noi italiani mettevamo al centro del programma della modernità la natura pubblica della felicità. In quella espressione ci sono tante cose preziose, oggi più attuali di ieri. Innanzitutto, essa ci dice che la dimensione più importante della nostra felicità è un qualcosa di pubblico, di condiviso, da cui dipendono anche i suoi aspetti individuali. Quando viene minacciata la pace o si incrina la concordia civile, anche le ordinarie private felicità di ciascuno di noi entrano in crisi e si abbuiano – lo stiamo vedendo in questi giorni.
Oggi gli studi empirici sulla felicità ci dicono che la maggior parte dei beni dai quali dipende la felicità individuale sono beni pubblici e beni comuni: il lavoro, la sicurezza, la vita famigliare, l’amicizia, l’inquinamento, il traffico, l’ambiente, la fiducia nelle istituzioni. Ciò che chiamiamo felicità dipende, dunque, in piccola parte da noi, e moltissimo dagli altri.

Per conservare e custodire un bene comune, tra le persone deve scattare la “logica del noi”, e così far diventare quel “bene di nessuno” un “bene di tutti”.

Salviamo i beni comuni e il Bene Comune quando riusciamo a vedere un valore più grande degli interessi privati, e una volta che abbiano visto riusciamo a decidere di fermarci, per esempio a fermarci prima che l’erba del pascolo finisca.
Ma – e sta qui il problema – durante le crisi è proprio la consapevolezza del “noi” che scompare, perché gli “io” diventano talmente ipertrofici da impedire di vedere il “noi”. Così l’erba del pascolo finisce, tutti stanno peggio, e non resta nulla per nessuno, né per oggi né per domani. E non si torna indietro (è molto difficile ricostituire un bene comune), perché si sono distrutte le relazioni di fiducia su cui si basava il buon uso di quel bene comune.

Il Bene Comune, ancora più radicalmente dei beni comuni, è un bene fatto di rapporti, è una forma speciale di bene relazionale, perché sono le relazioni tra le persone a costituire il bene.

Le comunità e gli Stati capaci di futuro sono quelli dove si è stati capaci di coltivare e custodire una amicizia civile che fonda e sostiene le competizioni economiche e politiche, quell’amicizia civile che l’illuminismo ha voluto chiamare fraternità. Quando l’amicizia civile si spezza, i popoli declinano, e si resta in balìa dei grandi fiumi della finanza e dei poteri forti.

Anche le istituzioni, nazionali e internazionali, anche l’Unione Europea, sono forme di beni comuni, sottoposti alla possibilità della tragedia, e quindi a essere distrutti, se ciascuno agisce solo per curare quelli che gli appaiono come i propri interessi.

Le generazioni passate erano più capaci di vedere le ragioni del “noi” sottostanti a quelle degli “io”, anche per le esperienze, ancora molto vive, dei grandi dolori generati dall’assolutizzazione degli interessi di parte.

Noi dobbiamo reimparare, e FARLO PRESTO, a vedere il Bene Comune e le sue ragioni diverse.

In un Paese diviso tra sovranisti e populisti, crediamo che questo sia un compito tanto arduo quanto alto, e che sia giunto il momento che partiti come  Azione, Più Europa, PSI e Italia Viva insieme ad associazioni come BASE Italia e a tutti quelli che ci tengono a mettere il BENE al centro di un progetto COMUNE,  inizino a porre le basi per una proposta plurale ma liberale, riformista, centrista, laica nel senso più autentico.

Se anche tu, come noi di FARE BENE COMUNE, la pensi così, FIRMA SUBITO LA PETIZIONE e facciamo arrivare la nostra voce ai responsabili di questi progetti, affinché inizino a dare incisività alle vere istanze europeiste presenti in parlamento magari partendo da subito con gruppi parlamentari unitari, per poi pensare ad una federazione e a un simbolo comune.

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