stupro bianco

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stupro bianco

Sono Carmela Panariello Franchini, ho 67 anni e sono avvocato civilista del Foro di Napoli.

Dal 2005 vivo una torva storia personale causa un mancato pagamento di mie fatture professionali da parte di una società di cui sono stata  procuratore alle liti. Fatture ricevute, trattenute e contabilizzate dalla stessa.  La questione – che pure ha coinvolto drammaticamente la mia attività e la mia vita – è affidata, nella soluzione di difesa  dei miei diritti,  alla Magistratura. Come avvocato mi sottopongo  alla  Giustizia e alle Leggi: pur vero che  dovrei stigmatizzare conclusioni e  decisioni che ho subito.

Per anni sono stata oggetto di espressioni quali “con lo stile confuso e involuto che le è proprio” attraversando “ ... assunse una serie di iniziative proditorie e strumentali, alcune addirittura tese sottesamente a coartare la volontà dei Giudici di Pace”,  per giungere ad un irridente affermazione di assenza di “Clamor fori”  sulla vicenda - non essendo,  un personaggio pubblico -.  Su tali denigrazioni/insinuazioni  dando forza ad una alterazione di verità.

Sebbene  la Suprema Corte (Cass. pen., sez. V, 05/03/2004, n.19334) abbia fornito un indirizzo etico/morale - pronunciandosi sul non essere  consentito di “... trascendere ad attacchi personali finalizzati all'unico scopo di aggredire la sfera morale altrui ...” -  la vicenda ha trovato inerte la Magistratura (che, pure ravvisando l’astratta ricorrenza della diffamazione, ne escludeva la punibilità non rilevando la apoditticità  delle espressioni e la ripetitività infamante e denigratoria  che doveva escludere,  fermamente, l’esimente); inerte il Consiglio dell’Ordine (all’epoca deputato alla  Disciplina), inerte il Consiglio Distrettuale di Disciplina (con valutazione assolutoria). Per queste inerzie protratte nel tempo,  sono stata oggetto  di una aggressione inusitata,  spregiativa, progressivamente rimbombante  e finanche contagiosa  che ha condizionato le mie ragioni e la mia figura professionale e, cosa ben più grave, occultato  un più esteso e unitario  progetto lesivo, personale e patrimoniale.

Questa mia vicenda e la  cronaca  quotidiana e silenziata di donne lavoratrici di ogni ceto e attività,  mi hanno  insegnato che la violenza verbale nei confronti del femminile costituisce il preludio di quella  discriminazione che  arma le mani del carnefice: potrò chiamarlo “stupro bianco”?

Una programmata cancellazione psicologica, sociale,  esistenziale,  professionale. Azioni, più azioni,    oscurantiste  e dominanti che devastano; che legittimano  il fautore di esse -e  suoi  sostenitori e fiancheggiatori-  ad ogni  espediente per attirare ogni condiscendenza, per  procacciarsi  ogni scusante, per programmare ogni  simulazione, per usare ogni artefizio, per alzare la posta,  per annientare la vita della vittima. Per crocifiggerla all’altare della propria potenza devastatrice. Per l’affermazione di un razzismo di potere più forte, più subdolo, più ambiguo di qualsiasi intolleranza.

Lo “stupro bianco” è un pantano nascosto  dove il peso della parola del potere/credibilità del “maschio” fa giustizia sommaria della dignità della donna: nella famiglia, nella fabbrica, nelle professioni, nelle aziende, nel precariato, ovunque.

Un potere/credibilità che – duole rilevare – viene imitato ed adottato  da alcune donne, anche in posizioni  decisionali, che dovrebbero interrogarsi sul concetto di garanzia e non su quello obsoleto di protezione.

Una evoluzione culturale deve farsi strada, iniziando dal dettaglio, dalle sfumature, dal particolare;  perché una parola insultante vale uno schiaffo, più parole un appostamento, più frasi una violenza privata, più azioni coordinate nel tempo un isolamento, uno svilimento del “sé”,  una demolizione/cancellazione/distruzione lavorativa e sociale: uno “stupro bianco” su donne dileggiate e mortificate  che ne subiranno gli  effetti  e, anche, drammaticamente,  le  conseguenze.

Senza che gli effetti e le conseguenze possano essere  commentati  ex post;  quando i  fatti saranno  colorati di ambiguità,  svuotati di responsabilità, defraudati di verità. Quando i commenti  saranno comodi – socialmente convenienti -  tardivi e, soprattutto,   inutili per la vittima rimasta anonima, sconosciuta;  senza voce.

Credo occorra un interesse precipuo della stampa, a cui rivolgo la petizione, perché le vittime dello “stupro bianco” abbiano rilevanza e voce;  indicando una strada di civiltà, nella pari dignità di cittadinanza.

carmela panariello franchini

8 marzo 2018



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