Cassazione, abolisci il parametro del Tenore di Vita nell'assegno di mantenimento!

0 hanno firmato. Arriviamo a 500.


Alle Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione,

Recentemente il P.G. della Cassazione, Marcello Matera, ha richiesto, a seguito di una sentenza storica e antisessista che aboliva il parametro del tenore di vita nella sua quantificazione - riducendolo ad un assegno “di sussistenza” - il ritorno allo standard precedente.
Noi vi chiediamo, al contrario, di non rinunciare a questa conquista epocale, dato che si tratta di un passo in avanti e non di uno indietro.
Uomini e donne infatti sono uguali, nessuno impedisce alle donne di lavorare e di guadagnare per provvedere al proprio sostentamento. Alla qualità del tempo vissuto insieme contribuiscono in egual misura entrambe le parti: le mogli non sono “dame da compagnia” che stanno con i mariti per fare loro un piacere o dietro compenso, ma persone che, in una coppia che si ama, danno e ricevono. Proprio come i loro coniugi di sesso maschile.
Sebbene chi sostiene la necessità del ritorno al parametro del tenore di vita ribadisca che esso sia necessario a causa della minore occupazione delle donne, tale ragionamento soffre di una grave leggerezza: in Italia è il numero di inattive, e non di disoccupate, a determinare un tasso di occupazione femminile inferiore a quello maschile. Tenendo conto dei dati Istat, notiamo infatti che vi sono più disoccupati uomini (1.526 migliaia di unità) che disoccupate donne (1.308 migliaia di unità). Ergo, chi abbassa la percentuale delle donne occupate è quella fetta di donne che si fanno mantenere dal coniuge, pratica tradizionalmente accettata per la donna ma non per l’uomo, che se non porta a casa la pagnotta è visto come uno sfaticato che si sottrae al suo dovere.
Questa pressione a mantenere e l’assenza dell’opzione socialmente accettata di farsi mantenere da una donna fa sì che gli uomini ancora oggi siano la quasi totalità dei suicidi per motivi economici e la stragrande maggioranza dei senzatetto. Difatti, se si è obbligati socialmente a mantenere e non si è più in grado di farlo per motivi economici, la propria vita è rovinata: la propria persona non ha più alcun valore, e nessuno è altrettanto disponibile ad aiutare economicamente, a mantenere o anche solo ad ospitare tali uomini, che spesso si ritrovano a vivere per strada o a preferire la tragica via del suicidio.
È quindi oggettivo che ancora oggi molte donne *scelgano* di non lavorare, e quando si fa una scelta consapevole ce ne si assume anche la responsabilità e ne si accettano le conseguenze (cioè l’inappetibilità sul mercato del lavoro). Se invece vogliamo premiare quelle donne che *nel duemiladiciotto* scelgono di non istruirsi e di non cercare l’indipendenza economica (!), distribuendo loro quel paracadute sociale che è il mantenimento al coniuge con tanto di tenore di vita invariato rispetto a prima, che incentivo avranno a lavorare e a rendersi indipendenti? È un circolo vizioso e controproducente, ed è molto strano che, dopo tutta questa presunta attenzione ai fattori e alle dinamiche sociali operata dai sostenitori del principio del tenore di vita, ci si lasci sfuggire di vista la cosa più importante.  Al contrario, rimuovere il mantenimento al coniuge salvo in caso di mancanza dei mezzi di sussistenza è proprio ciò che spingerebbe le donne inattive a cercare un lavoro e a rompere quei ruoli di genere che la nostra società moderna tanto afferma di odiare ma che qui sembra tanto amare e difendere.
L’idea, poi, che l’assegno di mantenimento debba essere necessario per “bilanciare” lo squilibrio sul numero di ore maggiore passato a casa ad occuparsi dei figli e dell’abitazione da parte delle donne è un controsenso: è proprio l’obbligo sociale che grava sugli uomini a mantenere la famiglia, che li porta a lavorare più ore, a fare lavori più gravosi e pertanto ad occuparsi di meno della casa e della cura dei figli.
Infatti il mito per cui “le donne fanno due lavori, uno in casa e uno fuori, mentre gli uomini solo uno” è, appunto, solo un mito. Le donne lavorano sì più ore dentro casa, ma ciò che non sentiamo spesso a riguardo è che gli uomini lavorano più ore fuori casa. L’uomo medio si sposta più lontano, passa più tempo a lavorare in giardino, a fare lavori di riparazione e a ripitturare, e quando tutti questi elementi sono combinati, come ha scoperto uno studio dell’Università del Michigan nel Journal of Economic Literature nel 1991 [quindi un periodo in cui gli uomini contribuivano ancora *meno* in casa rispetto ad oggi], l’uomo medio lavorava 61 ore a settimana. Le donne medie lavoravano 56 ore. Questo dato è ancor oggi confermato dal rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) del 2013, che parla di un “minor numero di ore lavorate dalle donne, e [del]la più alta prevalenza femminile in lavori temporanei e part-time”.
Inoltre, ritenere che le donne debbano ricevere tale assegno per evitare di cadere vittima della violenza economica del partner non tiene conto che tale violenza economica possa essere esercitata (e sia attualmente esercitata in maniera facilitata dallo standard del tenore di vita) anche contro gli uomini da parte delle loro coniugi.
La supposizione che la violenza economica colpisca più le donne che gli uomini è infatti contraddetta dal fatto che la quasi totalità dei suicidi per motivi economici sia di sesso maschile. Le modalità con le quali la violenza economica può essere esercitata dalla donna sull’uomo possono essere diverse da quelle attuate dall’uomo sulla donna, ma sono ugualmente devastanti. Facciamo alcuni esempi:
- Mettere in dubbio la virilità e la dignità di un uomo che non mantiene “abbastanza” la sua donna, umiliandolo pubblicamente e definendolo un “ominicchio”, non è forse anch’essa violenza economica?
- Non contribuire alle spese familiari e aspettarsi che l’altra persona compri tutto, paghi tutto, senza metterci mai un soldo di tasca propria, non è forse anch’essa una forma di violenza economica?
- Umiliare l’altro se non lo fa, asserendo che non sia un “vero uomo” se si sottrae a quest’obbligo sociale, non è forse anch’essa violenza economica?
- Minacciare di togliere la casa e di far rimanere per strada il proprio compagno – considerando che gli uomini in situazioni di difficoltà economica ricevono meno spesso ospitalità rispetto alle donne, il che li porta a diventare la stragrande maggioranza dei senzatetto – non è forse anch’essa violenza economica?
- Minacciare di non far vedere i propri figli all’ex marito se questi non porta a casa regali, soldi e così via, non è forse una forma di violenza economica?
- Infine, dare alle donne sempre più strumenti per dire “se non fai come dico divorzio e ti prendo figli, casa e stipendio” non è forse un incoraggiamento alla violenza economica?

In sintesi, se si vuole che le donne lavorino tanto quanto gli uomini, che la loro situazione in ambito lavorativo migliori, che possano lavorare più ore e stare meno ore a casa a badare ai figli, aumentare l’assegno di mantenimento alle ex mogli è davvero l’ultima cosa da fare: non solo sarebbe, nel qui ed ora, un ingiustificato privilegio, ma alla lunga consoliderebbe questi ruoli piuttosto che rimuoverli.
Il modo corretto di agire consiste invece nel sollevare gli uomini dalla pressione a mantenere la famiglia (facendo sì che donne e uomini sentano la stessa urgenza di fare carriera), nel dare agli uomini congedi di paternità identici a quelli di maternità (unico modo per eliminare le discriminazioni nelle assunzioni), e nel rimuovere l’obbligo a mantenere l’ex coniuge (spingendo così le divorziate inattive a lavorare invece di vedersi precipitare un assegno di mantenimento). Questo equilibrerebbe la situazione attuale, permettendo agli uomini di stare maggiormente in casa e alle donne di essere economicamente indipendenti quanto gli uomini.
Il grande errore di fondo di chi chiede il mantenimento del parametro del tenore di vita è invece il pretendere delle leggi “contestualizzate”, differenziate in base al genere. Ma la giurisprudenza e la sociologia dovrebbero essere tenute ben separate, poiché la società non potrà mai progredire finché ci saranno leggi a sbarrare la strada al cambiamento. Se la legge tiene conto dei ruoli di genere, finirà per legittimarli e rafforzarli; la parità (sociale, lavorativa) potrà arrivare solo se le leggi cominceranno a presupporla. È una conditio sine qua non.
Una codificazione legale dei ruoli di genere come questa che loro chiedono è invece un’aberrazione che danneggerà tutti: in primis gli uomini, che si vedranno obbligati a pagare per le scelte delle partner (alle quali nessuno le aveva obbligate), e in secondo luogo le donne stesse, alle quali la società dirà “Ma tu prendi l’assegno di mantenimento apposta perché ci si aspetta che durante la vita matrimoniale sia tu a fare queste cose? Allora ti spetta farle per davvero”.
Chiediamo quindi, come cittadini antisessisti, che il criterio del tenore di vita venga abolito e che si mantenga la linea che lo vorrebbe sostituire con un semplice assegno “di sussistenza”.
Grazie per l’attenzione,
Distinti Saluti.



Oggi: Antisessismo conta su di te

Antisessismo ha bisogno del tuo aiuto con la petizione "Sezioni Unite : Cassazione, abolisci il parametro del Tenore di Vita nell'assegno di mantenimento!". Unisciti con Antisessismo ed 249 sostenitori più oggi.