NO ALLO SPALMA INCENTIVI

0 hanno firmato. Arriviamo a 200.


NO ALLO SPALMA INCENTIVI: perché il provvedimento (o altra misura retroattiva) è dannoso

Questa misura introduce modifiche peggiorative aventi palesi effetti retroattivi e, pertanto, lede l’affidamento degli operatori nella certezza e stabilità del regime incentivante. Tutto ciò è in evidente contrasto sia con la disciplina europea sia con le nome costituzionali. Alla pericolosità di una simile misura si aggiunge la sua sostanziale scarsa utilità, se si considera che i benefici che si otterrebbero sulla bolletta delle PMI sarebbero estremamente limitati a confronto con i costi per il sistema Paese, illustrati in seguito.

Il settore fotovoltaico è stato già interessato negli ultimi anni da una lunga serie di modifiche regolatorie (Eliminazione Prezzi Minimi Garantiti, Introduzione dell’IMU, Eliminazione Indicizzazione Tariffa Incentivante Primo Conto Energia, Inclusione Rinnovabili nella Robin Hood Tax, Azzeramento CTR, Introduzione Oneri di Gestione GSE, Disciplina sugli Sbilanciamenti, Cambio Aliquota Ammortamento Fiscale, Tassazione Speciale per Aziende Agricole con impianti rinnovabili) .

 

 La misura ipotizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico di imporre la riduzione obbligatoria e unilaterale degli incentivi del 20% della tariffa incentivante, con relativo allungamento da 20 a 24 anni del periodo di incentivazione, rispetto a quelli già stabiliti nelle convenzioni in essere tra Stato e imprese.

 

 1. Una riduzione del 20% dell'incentivo su impianti nei quali è stato ottenuto un finanziamento bancario potrebbe essenzialmente compromettere il recupero del capitale investito, senza benefici significativi derivanti dal palliativo (parziale) dell'estensione del periodo di incentivazione. Un pressoché azzeramento dei ritorni rende ovviamente la misura DEL Ministero totalmente irragionevole e sproporzionata !

 

2.  Le FER ed in particolare il fotovoltaico sono state incentivate in Italia per diminuire le emissioni di gas ad effetto serra e raggiungere gli obiettivi imposti agli Stati membri dalla direttiva 2009/28/CE. Per l'Italia, la Direttiva ha fissato l'obiettivo di aumentare la produzione dell'energia da fonti rinnovabili al 17% sui consumi nazionali entro il 2020. Non è dunque corretto pensare che gli incentivi abbiano privilegiato pochi soggetti (il 4% che incassa il 60% degli incentivi) e che i soldi pagati dai cittadini in bolletta vadano ad arricchire le tasche di pochi. Gli incentivi sono stati necessari a pagare il prezzo per il raggiungimento dell'obiettivo del 17% da fonti rinnovabili imposto all'Italia dalla UE e a ridurre le emissioni in atmosfera. Lo Stato ha deciso di far fare l'investimento ai privati incentivando però la sola produzione di energia “pulita”. Si badi “la produzione” non la costruzione. Questa rimane, così come la fase di esercizio per 20 anni a rischio e pericolo del privato. Se l'impianto si ferma per qualsiasi ragione, lo Stato non paga nulla. Questo rischio è totalmente a carico dell'operatore che ha investito. Si punisce dunque ancora una volta l'imprenditore e gli investitori, mentre invece questo Governo dovrebbe avere il massimo rispetto per chi ancora investe ed ha investito in Italia creando occupazione e contribuendo al raggiungimento degli impegni internazionali assunti dallo Stato Italiano in tema di riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera.

 

3. Dal punto di vista giuridico,  comporterebbe una palese violazione dei principi costituzionalmente garantiti e di quelli stabiliti a livello comunitario di affidamento nella certezza del diritto e del divieto di discriminazione, in grado di esporre l'Italia al rischio di avvio di procedure di infrazione (come peraltro avvenuto anche in Spagna) ben più onerose dei benefici che con tale misura il Governo pensa di apportare alle PMI. Le linee guida agli incentivi per le rinnovabili dell'EU non consentono infatti agli Stati membri di adottare norme retroattive sui regimi di incentivazione già in vigore. Oltretutto, è palmare la violazione di norme che impongono la stabilità dei sistemi di incentivazione a salvaguardia degli investimenti nel settore energetico provenienti da investitori  contenute, tra l'altro anche, nel Trattato sulla Carta dell'Energia firmato a Lisbona il 17 dicembre 1994, entrato in vigore il 16 aprile 1998 e ratificato dall'Italia con Legge 10 novembre 1997, n. 415. Gli stessi principi sono contenuti nel D.lgs 28/2011, attuativo della Direttiva 2009/28/CE, il quale – al fine di incentivare gli investimenti privati in questo settore - ha stabilito un quadro certo e affidabile per gli operatori, imponendo, tra l'altro, il rispetto dei principi di stabilità del sistema di incentivazione e salvaguardia degli investimenti effettuati (cfr art. 23). Proprio il quadro normativo vigente rende innegabile che il produttore di energia fotovoltaica abbia un diritto quesito a percepire l'incentivo nella misura stabilita nella convenzione stipulata con il Gestore dei Servizi Energetici – GSE S.p.A., per una durata di 20 anni, a garanzia del ritorno economico degli investimenti già effettuati. Si ricorda che la convenzione prevede anche che: “Eventuali accordi modificativi o integrativi del contenuto della presente Convenzione, successivi alla data in cui è resa disponibile la Convenzione sottoscritta dal GSE, dovranno essere convenuti per iscritto a pena di nullità.”. Qualunque misura che riduca il livello di incentivazione già accordato per la durata di 20 anni in conformità alle norme di legge è una norma retroattiva in violazione del limite invalicabile dei diritti quesiti (T.A.R. Roma Lazio, 21 febbraio 2006, n. 1317). La giurisprudenza che si è formata nel passaggio tra un Conto Energia e l'altro, proprio su fattispecie di operatori che avevano avviato l'iniziativa sul presupposto di ottenere un determinato livello di incentivazione e che invece si sono visti applicare incentivi decisamente più bassi di quelli preventivati nei loro piani economici, conferma tale assunto. E' già stato chiarito dai giudici che l'entrata in esercizio dell'impianto è il momento in cui si consolida il diritto del privato di ottenere l'incentivo, “pena l'indeterminatezza delle situazioni e la perpetrazione di possibili discriminazioni.” (cfr. ex multis sentenza Sez. III-ter, n. 3144 del 26 marzo 2013). Una diminuzione degli incentivi significa voler deliberatamente trarre vantaggio da una situazione oramai instaurata, e da cui i produttori non possono sfuggire (a meno di non vedere vanificati i propri investimenti). I produttori di impianti fotovoltaici hanno conformato la loro attività imprenditoriale ponendo in essere proprio l'iniziativa economica sollecitata dallo Stato per raggiungere gli obiettivi imposti a livello comunitario dalla Direttiva 2009/28/CE, sul presupposto che il beneficio accordato rimanesse, con certezza, fermo per 20 anni dall'entrata in esercizio dell'impianto fotovoltaico a garanzia della salvaguardia del ritorno economico degli investimenti effettuati

 

  Per tale ragione, una tale riduzione degli incentivi già accordati mina alla radice la credibilità del Paese, determinando una perdita di fiducia degli imprenditori e operatori anche nel lungo periodo non potendo più fare alcun affidamento sulla stabilità del sistema incentivante. 



Oggi: A.C.E.P.E.R conta su di te

A.C.E.P.E.R ha bisogno del tuo aiuto con la petizione "Sergio Mattarella: NO ALLO SPALMA INCENTIVI". Unisciti con A.C.E.P.E.R ed 161 sostenitori più oggi.